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Dall’VIII Congresso al “compromesso storico”

Berlinguer e la storia del PCI

di Salvatore Di Stefano

Cumpanis, dicembre 2020

 

Quando la sera del 7 giugno del 1984 arrivò da Padova la notizia che Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci, era in ospedale a motivo di un ictus cerebrale, tutta l’Italia rimase attonita: incredulità, sofferenza, affetto e commozione furono manifestati sia dagli iscritti del suo partito, sia da quanti avevano avuto modo di apprezzarlo, anche se non militavano nel Pci.

E la fine arrivò qualche giorno dopo, l’11 giugno ad appena sessantadue anni. Per l’addio confluì a Roma una massa enorme da tutto il Paese che accompagnò, alla presenza di delegazioni politiche e istituzionali di tutto il mondo, le spoglie del segretario del Pci per dargli l’estremo saluto.

Scrisse Pintor: “Sento quello che è successo come una tragedia politica. È come se quell’uomo integro, verso il quale ho sempre provato una istintiva amicizia che in qualche modo sentivo ricambiata, fosse caduto vittima d’uno sforzo troppo grande. Caduto in battaglia è una brutta espressione retorica, eppure è così”.

Ma il modo tragico in cui si concluse la sua esistenza non deve fare velo ad una franca discussione sul suo operato e sull’azione del Pci nella seconda metà del Novecento, e in particolare negli anni della sua segreteria.

Fu nel corso del Secondo conflitto mondiale, a partire dal ’44, che cominciò la militanza comunista di Berlinguer, quando manifestazioni spontanee e organizzate davano vita a forme di ribellione popolare, soprattutto nel Mezzogiorno, esplosioni di collera contro un’ingiustizia evidente che non poteva essere sopportata: lavoratori, donne, vecchi, bambini subivano le drammatiche conseguenze dell’immane conflitto e avevano bisogno di essere sostenuti. La guida di quel movimento di protesta fu assunta dai circoli dei giovani comunisti del “Fronte della gioventù”, e fra questi vi era il giovane Berlinguer. Disse una volta al corrispondente romano del Times Peter Nichols: «Fin da ragazzo ero mosso e guidato da un sentimento naturale di ribellione che investiva gran parte di ciò che mi circondava. All’età di tredici o quattordici anni (era nato nel 1922) non riconoscevo più alcuna autorità: la religione, lo Stato, le convenzioni sociali, tutte le concezioni che avevo imparato, erano state a quell’età respinte e poi sottoposte a una critica spietata e imparziale». Nella sua formazione un posto rilevante lo ebbe la filosofia: era nota la sua passione adolescenziale per Platone – i dialoghi se li portava sempre dietro – e i presocratici; era un materialista convinto e si era appassionato, tra l’altro, allo studio del filosofo e fisico austriaco Mach, criticato duramente da Lenin nel suo scritto Materialismo ed empiriocriticismo. Le sue letture giovanili abbracciavano autori diversi: oltre al Manifesto di Marx ed Engels legge Le menzogne convenzionali della nostra civiltà di Nardau, i romanzi di Jack London, i saggi di Romain Rolland.

In famiglia respirò sempre un’aria antifascista, era una condizione naturale, ma il giovane Enrico fortemente influenzato dagli avvenimenti dell’estate del ’43 – sbarco anglo-americano in Sicilia e caduta del fascismo – stava meditando la scelta di iscriversi al Pci, decisione che assumerà di lì a breve, iniziando così la sua militanza e partecipando, e subendo anche l’arresto, nel gennaio del ’44 ai “moti del pane”. E proprio quell’anno, dopo la liberazione di Roma nel giugno del ’44, Berlinguer si trasferirà nella capitale, diventando funzionario del Pci e lavorando per costruire il “Fronte della gioventù”, del quale faranno parte in questa fase anche i socialisti e i giovani di diversa formazione. Sempre per il Fronte, l’anno dopo verrà mandato a Milano per assolvere a compiti direttivi e da quel momento la sua biografia coinciderà con la sua attività politica nel partito, dato che ormai per il giovane Berlinguer “la politica è tutto”.

Il Fronte, peraltro, mobilita i giovani a migliaia, lancia le brigate del lavoro che danno un aiuto a lavori di ricostruzione in ogni parte d’Italia o a scioperi “alla rovescia” nelle zone agrarie dove si sviluppa il movimento di occupazione delle terre. Nel maggio del ’46, nel congresso di Bologna, Berlinguer diverrà il segretario del Fronte che in quell’Italia ancora in ginocchio tiene viva la coscienza antifascista e sviluppa un lavoro di agitazione e propaganda attorno alle condizioni materiali e morali dei giovani, non ultime quelle concernenti i temi dello sport e dello svago. La tessera del ’47 elenca cinque parole d’ordine: “Un lavoro e un giusto salario, un’istruzione professionale, una scuola rinnovata e aperta a tutti, uno sport libero e popolare, uno svago sano”. Inoltre, il Fronte si impegna per la creazione di brigate della ricostruzione, corsi serali gratuiti e le iniziative per il diritto di voto ai diciottenni, per il recupero dei beni della disciolta Gil, per conservare l’impiego alle reclute dell’esercito. Dopo la sconfitta del 1948 fu ricostruita la FGCI, nella quale Berlinguer ebbe un ruolo dirigente per quasi un decennio sempre sotto la supervisione di Togliatti, che fino alla morte, avvenuta nel 1964, darà un’impronta fortissima alla politica del Pci.

Berlinguer tra il 1956 e il 1969, quando viene nominato vice-segretario con Luigi Longo segretario, compie il suo percorso in qualità di dirigente di primo piano del Pci; al XIII congresso di Milano (marzo 1972) verrà eletto segretario generale e Longo diventerà il presidente del partito. Dalla metà degli anni Cinquanta avrà, quindi, ruoli di direzione e di primaria responsabilità mettendo al primo posto la centralità del partito; peraltro, non si ha notizia di sue simpatie verso la “sinistra” o verso la “destra” del Pci, che, seppur non ufficialmente, si muovevano attivamente ma con discrezione. Berlinguer era consustanziale al togliattismo e non per caso, come racconta Rossana Rossanda nel suo libro del 2005 La ragazza del secolo scorso, fu indicato quale futuro segretario molto tempo prima del 1972. Scrive Rossanda che quando morì Togliatti e si pose il problema della successione, Amendola le chiese a bruciapelo: «Secondo te chi deve succedere a Togliatti?». Risposta di Rossanda: «Be’, tu o Ingrao. La partita è tra voi». Scosse la testa: «No. Dividerebbe il partito. Non ce lo possiamo permettere. Occorre una figura unitaria. […] “Tutti stretti attorno a Enrico”». E questa è la considerazione di Rossanda stupita per quelle parole: “Credo che fino a quel momento non fosse venuto in mente a nessuno che Berlinguer potesse prendere il ruolo di Togliatti, se non proprio ai dirigenti fra i quali era aperta la partita. Mandavano la palla in corner puntando su un terzo. […] Quanto a Berlinguer, non so se ad accettare quella investitura lo abbia persuaso l’argomento “non dividiamo il partito” o il senso della disciplina. In ogni caso mai una figura venne costruita come la sua”. (Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, pp. 290-291, Einaudi, Torino, 2005)

Di fatto la segreteria di Berlinguer comincia dunque nel ’69 e si sviluppa a pieno titolo in continuità col togliattismo. Ancora: ciò che Berlinguer metterà in atto successivamente non avrà un significato di particolare innovazione, pensiamo soprattutto al “compromesso storico” proposto nell’autunno del ’73 dopo i tragici fatti cileni, bensì anch’esso si inscriverà nel solco del togliattismo e in particolare nel quadro della “crisi strategica” che attanaglierà il Pci dopo il ’56.

Cominciamo con ordine.

Il 1956 è per la storiografia un anno periodizzante, uno spartiacque tra i più importanti del Novecento. Perché viene definito così? Cosa rappresentò per l’Europa e per il mondo intero? Scrive Canfora: “Innanzitutto nella storia del comunismo, per il quale è senza dubbio l’anno shock, che colpì tutti, i militanti, i simpatizzanti, gli avversari. In quell’anno si produssero due fatti memorabili. […] Il primo fu la celebrazione a Mosca del XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, durante il quale fu demolita, in sostanza, la figura di Stalin. Questo accadeva nel mese di febbraio. Poi, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ci fu la rivoluzione ungherese, variamente giudicata e valutata dal punto di vista dei suoi fini e della sua dinamica, che comunque provocò la reazione militare, dopo una qualche esitazione, da parte dell’Unione Sovietica. […] Qualcheduno ritiene e sostiene che la decadenza del comunismo, come organizzazione e movimento politico, sia cominciata proprio in quell’anno. Questo forse non è del tutto esatto ma certamente quella data è fondamentale. […] Ma quell’anno fu uno spartiacque anche da un altro punto di vista, da quello, detto sinteticamente, della storia del colonialismo. Perché nel 1956 si verificarono altri due eventi altrettanto importanti e significativi come quelli occorsi nell’ambito del mondo comunista. Innanzitutto ci fu la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte dell’Egitto, che si riprendeva così un pezzo del suo territorio nazionale, sottraendolo alla concessione franco-inglese che lo aveva governato e posseduto sin dal primo momento. […] La guerra coloniale che da molto tempo non era più praticata in modo ostentato dalle grandi potenze tradizionalmente colonialiste, come la Francia e l’Inghilterra, veniva utilizzata daccapo come strumento di sopraffazione.  In quella circostanza l’imprevisto arrivò da parte dei loro alleati americani, oltre che ovviamente dai sovietici, dai quali venne un fermo monito a interrompere immediatamente questa guerra irresponsabile. Ne conseguì la umiliazione delle due potenze, Francia e Inghilterra, che non si risollevarono più da quella sconfitta, innanzitutto morale e di immagine, ma anche politica e militare”. (Luciano Canfora, 1956 L’anno spartiacque, pp. 13-16, Sellerio, Palermo, 2008).

Quell’anno si tenne a Roma, dall’8 al 14 dicembre, l’VIII congresso del Partito comunista, in una fase, quindi, difficilissima dato che si svolge all’indomani dei gravi avvenimenti ungheresi e anche perché si manifesta una dissidenza di intellettuali (dentro e fuori il partito) dubbiosi, critici, che godono di grande prestigio: il giurista Vezio Crisafulli, gli italianisti Natalino Sapegno e Carlo Muscetta, gli scrittori Elio Vittorini, Vasco Pratolini e Italo Calvino, e poi Eugenio Reale, Bruno Corbi, Antonio Giolitti, Furio Diaz e altri ancora. E dal congresso del ’56 esce un gruppo dirigente trasformato che “fa fuori” Secchia, spinto ai margini definitivamente, mentre cresce Berlinguer, che entrerà in segreteria al posto di Bufalini nel 1958 e in Direzione entreranno Mario Alicata e Pietro Ingrao.

Ma l’VIII congresso del ’56 è storico perché squaderna le difficoltà strategiche del Pci rispetto al “caso italiano”. Infatti, la crisi del Pci risaliva alla metà degli anni Cinquanta quando, a seguito della fine del “centrismo” e del maturare della svolta del “centro-sinistra”, non fu più possibile per i comunisti il perseguimento della vecchia strategia “frontista”. A tale svolta, il Pci giunse peraltro impreparato e anche fortemente indebolito sul piano politico e ideologico dalla liquidazione togliattiana, “gestita” però da Amendola, di Secchia e della “sinistra” interna del Partito. Una liquidazione che segnava il venir meno del nucleo dirigente rappresentato da Togliatti, Longo, Secchia, intorno al quale era stato costruito il partito nel corso degli anni ’40 e ’50, durante la lotta armata contro i tedeschi, e poi nella lunga fase della lotta per la Repubblica e per la costruzione di una democrazia di nuovo tipo, “progressiva”.  Di qui le difficoltà e le contraddizioni anche gravi che avrebbero scandito la sua azione politica negli anni successivi alla svolta del “centro-sinistra”, nonostante il rilancio sul piano politico e non solo teorico del tema della transizione al socialismo nello stesso VIII Congresso del ’56 e il tentativo di Luigi Longo, durante il periodo della sua segreteria, di legare il partito alle domande di cambiamento e di trasformazione della società che venivano dall’impetuoso movimento delle nuove generazioni, in particolare gli studenti, degli anni ’60, non solo in Italia ma in tutto il mondo.

La sostanziale involuzione ideologica, e non solo politica, del Pci a partire dagli anni ’60, ovvero il graduale imporsi all’interno dei suoi gruppi dirigenti di una concezione sostanzialmente riformistica e parlamentaristica dell’azione politica e del rapporto con le masse, quello che Lenin definiva “cretinismo parlamentare”, sarebbe stata anche figlia della condizione di isolamento e di sostanziale impasse maturata proprio dopo la scelta del PSI di rompere l’unità della sinistra italiana e del movimento operaio e la conseguente crisi della strategia della “via italiana al socialismo”. Di qui l’incapacità-impossibilità di sbloccare il “caso italiano” (fallimento del “compromesso storico”, governo dell’astensione, uccisione di Moro, sconfitta alla FIAT, morte di Berlinguer).

 A tal fine è fondamentale la riflessione critica sull’esperienza sovietica e dei paesi dove si era avviata la transizione socialista e dei partiti che lottavano in Occidente e in altre parti del mondo per il socialismo; in particolare, è da ritenersi interessante la riflessione maoista sulle contraddizioni irrisolte del sistema sovietico (Mao Zedong, “I dieci grandi rapporti”, “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”): rapporto città-campagna, industria pesante-industria leggera, partito-masse, struttura-sovrastruttura, distinzione tra le contraddizioni in seno al popolo e quelle fra il popolo e i suoi nemici, funzione dell’ideologia e nuove generazioni. Una riflessione critica che tuttavia non negava, ma al contrario assumeva come un patrimonio essenziale del movimento operaio e comunista internazionale la prima esperienza rivoluzionaria di costruzione di una società socialista che aveva segnato la storia dell’Urss da Lenin fino al secondo dopoguerra. Perché se è vero che bisogna prendere atto della sconfitta storica, è anche vero che bisogna valorizzare, per dir così, le critiche che già a partire dagli anni Sessanta, da sinistra, contestavano l’URSS: esse miravano infatti a mettere in evidenza ciò che non funzionava nella transizione socialista e non certo a cancellare l’intera esperienza, proprio in una fase che vedeva alcuni componenti della stessa sinistra (vecchia e nuova) procedere ad una sostanziale liquidazione di quella esperienza, salvo poi scoprire che le posizioni dalle quali muovevano erano, nel migliore dei casi, liberali!

Del resto, la tragica rottura tra Unione Sovietica e Cina, all’inizio degli anni ’60, segnalava le difficoltà e le contraddizioni del movimento comunista internazionale in una fase della storia mondiale che pure poneva di nuovo all’ordine del giorno il tema della lotta per il socialismo in Europa e nel mondo intero. Si pensi alla dura critica dei comunisti cinesi al Partito comunista italiano, formulata in due importanti opuscoli, “Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi” e “Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi”. Due scritti nei quali, sia pure in termini sintetici e in qualche parte con una impostazione dottrinaria, i comunisti cinesi coglievano alcuni limiti e contraddizioni della strategia e della tattica del Pci, ponendo con forza il tema della transizione al socialismo, contestando ai comunisti italiani di porre il tema degli obiettivi intermedi in modo da offuscare il fine strategico della rottura rivoluzionaria. Del resto, la critica che muovevano dentro il Pci molti che si collocheranno a sinistra era proprio quella di non aver compreso la novità del nuovo assetto del capitalismo italiano e dunque quale fosse negli anni Sessanta del XX secolo il famoso “blocco storico della rivoluzione italiana”, e quale tattica e quale strategia adottare per realizzare la rivoluzione in Occidente.

Occorreva comprendere a fondo il cambio di fase degli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta perché la linea della difesa intransigente delle condizioni di vita e di lavoro delle grandi masse popolari ora bisognava coniugarla con l’opposizione al sistema capitalistico proiettato nella realizzazione di “una modernità”, comunque orientata in senso antioperaio. Ma per fare ciò il Pci avrebbe dovuto sintonizzarsi sullo scontro tra imperialismo e aree povere-paesi in via di sviluppo, e quindi porsi come problema non solo il recupero del ritardo rispetto alle aree e ai settori più sviluppati, ma la critica di quello stesso sviluppo, l’avvio di una transizione possibile: così come avveniva in diverse realtà del Terzo Mondo, ad esempio in Vietnam e a Cuba, e come facevano nelle “cittadelle imperialiste” i settori più avanzati che contestavano radicalmente il sistema capitalistico. Così si spiegava, peraltro, la straordinaria influenza politico-ideale che la figura di Che Guevara, la rivoluzione culturale cinese, la guerra vietnamita e altro ancora, esercitavano su grandi masse soprattutto giovanili – ma non solo – in Occidente: in qualche modo analoga, anche se minore, a quella esercitata sul proletariato europeo dalla Rivoluzione di Ottobre. In pratica, bisognava metter in atto una contestazione della partnership sovietico-americana, la politica neocolonialista nel Terzo Mondo, il forte sviluppo e la crescente integrazione dell’economia capitalista, l’affermarsi di esperienze “riformiste” in Occidente e l’evoluzione graduale e controllata dei paesi socialisti europei verso una intesa crescente con l’interlocutore capitalista e verso un tipo di economia e di società omogenei a tale intesa.

All’inizio degli anni Sessanta in Italia fu varato il centro-sinistra, che per il Pci ebbe due facce: la crescita elettorale alle elezioni politiche del ’63 (più del 25%) e del ’68 (il 27%), ma al tempo stesso la ulteriore difficoltà dello sbocco rappresentò la dimostrazione plastica dell’impasse nella quale si trovava il Pci ormai dopo la scomparsa di Togliatti, ma nel pieno dei capisaldi del togliattismo, visto che risultava impossibile l’accordo con il Psi alleatosi con la Dc dopo i fatti del luglio ’60. Inoltre, il Pci nel ’68 si separerà dal movimento studentesco e dai settori giovanili più radicali, che si rivolgeranno ai gruppi marxisti-leninisti già esistenti o si organizzeranno in formazioni di nuovo tipo, ricevendone un danno irreparabile.

Emblematica a questo proposito sarà la vicenda del “Manifesto”. Esce dal mese di giugno 1969, per iniziativa di un gruppo di quadri politici e intellettuali “eretici”, un mensile, “il Manifesto”, diretto da Rossana Rossanda e Lucio Magri, che incuriosisce (cinquantacinquemila le copie vendute del primo numero) e fa scandalo. L’attività viene bollata come frazionista e molti si scagliano contro. Berlinguer, e del resto lo stesso Ingrao fece la stessa cosa, sconsigliò senza eccessivo calore l’iniziativa, ma escluse che sarebbero state adottate sanzioni disciplinari (!). Il 26 novembre del ’69 ci fu la rottura e fu decisa la radiazione del gruppo.

Berlinguer diventa segretario (Longo sarà il presidente) a marzo del 1972 in occasione del XIII congresso del Pci che si tiene a Milano in un clima sociale e politico incandescente. La maggioranza di governo è implosa perché il repubblicano Ugo La Malfa, in disaccordo sulla politica economica annunzia il passaggio del suo partito all’opposizione; è la fine del centrosinistra, l’eclissi di un’esperienza durata un decennio. Emilio Colombo si dimette e riceve l’incarico Giulio Andreotti definito il più giovane dei notabili degasperiani, il più precoce dei dorotei per la “dedizione” con la quale da sempre si è identificato per la sua gestione del potere: spregiudicatezza e cinismo. Formerà un governo “elettorale”, che porterà il paese alle elezioni il 7 maggio, dopo lo scioglimento anticipato delle Camere e l’automatico rinvio del referendum sul divorzio che si terrà, poi, il 12 maggio del ’74. Peraltro, l’apertura del congresso del Pci avviene all’indomani di durissimi scontri tra le organizzazioni antifasciste e i fascisti della “maggioranza silenziosa” e i lacrimogeni della polizia provocheranno la morte del pensionato Giuseppe Tavecchio. E in quel contesto drammatico si apprenderà della morte, per i gruppi della “nuova sinistra” fu una vera e propria uccisione, di Gian Giacomo Feltrinelli vittima di una gravissima provocazione; c’è da dire, inoltre, che il 3 marzo fu messo in atto dalle “Brigate Rosse” il rapimento di un dirigente della Sit-Siemens, una delle prime azioni del terrorismo “rosso”, un’altra gravissima provocazione che Berlinguer sottolinea nell’intervento di chiusura al congresso: «[…] Ricordiamoci la morte di Pinelli, le distorsioni dell’inchiesta sulla strage di Milano (la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, “strage di stato”, N.d.R.), le piste che portano ai terroristi fascisti, piste del tutto evidenti ma continuamente cancellate. […] Non dice nulla il fatto che colui che fino a ieri è stato il comandante navale della Nato per il Mediterraneo, l’uomo di fiducia degli stati maggiori americani, l’ammiraglio Birindelli, si sia candidato nelle liste fasciste?». È dunque un Berlinguer molto preoccupato del pericolo fascista favorito dal modo di governare della Dc e sostenuto dall’atlantismo Nato, un sistema di potere che teorizza e applica, all’insegna dell’anticomunismo viscerale, la “conventio ad excludendum”.

È al XIII congresso che Berlinguer traccia le linee della strategia che sarà dominante negli anni successivi, soprattutto dopo il colpo di stato di Pinochet in Cile, e che si inscriverà pienamente nel solco del togliattismo. Dirà il neo-segretario nella sua relazione: «In un paese come l’Italia, una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità della sinistra è condizione necessaria, ma non sufficiente. La natura della società e dello Stato italiano, la sua storia, il peso dei ceti intermedi, l’acutezza di grandi questioni sociali, ma anche politiche e ideali (questione femminile, contadina, meridionale), la profondità delle radici del fascismo e quindi la grandiosità stessa dei problemi da fronteggiare e risolvere impongono una simile collaborazione». In questa esigenza di ‘collaborazione’ c’è l’aspirazione alla “comprensione reciproca” e il “reciproco riconoscimento dei valori” di cui parlava Togliatti nel discorso di Bergamo del 20 marzo 1963, ma si va oltre perché Berlinguer pensa ai cattolici – e dunque alla Dc – per uno sbocco immediato della crisi italiana attraverso un nuovo governo. Infatti, dice ancora nella sua relazione: «In Italia l’incontro e il confronto tra il movimento operaio di ispirazione comunista e socialista e il movimento popolare cattolico ha un suo preciso contenuto e obiettivo politico: rinnovare lo Stato e dare a esso un consenso di massa così ampio e solido da metterlo al riparo di qualsiasi involuzione conservatrice».

Berlinguer per acclamazione del congresso diventa segretario generale, affiancato in segreteria da Bufalini, Cossutta, Di Giulio, Giancarlo Pajetta e Pecchioli; ma in tutte le istanze dirigenti del Pci avanzano figure di spicco molto in sintonia con il nuovo segretario. Nello stesso anno, al festival nazionale de “L’Unità” che si tiene a Torino, Gorbachev, che fa parte della delegazione sovietica, vuole conoscere Berlinguer che lo aveva colpito fortemente alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti di Mosca per le parole pronunciate nel suo discorso (“Per quanto riguarda il nostro paese, noi lottiamo per avanzare al socialismo su una via democratica […] Non può esservi un centro dirigente, un partito-guida, uno Stato-guida”).  Della lunga conversazione fra i due riferirà Adalberto Minucci alla giornalista Chiara Valentini: “Il colloquio durò quasi un’ora perché anche Berlinguer aveva provato molto interesse per quel compagno sovietico così insolito, che si era formato negli anni di Kruscev e parlava dei problemi del socialismo senza il bagaglio dottrinario abituale”. (C. Valentini, Berlinguer il segretario, Milano, 1987, p. 124)

Nei primi anni Settanta l’Italia ha vissuto una condizione di scissione: da una parte lo sviluppo di grandi movimenti di massa e l’avanzata delle forze popolari tanto da poter immaginare la presa del potere, dall’altra pericoli seri per la democrazia storicamente determinata del nostro paese messa in pericolo dalle stragi fasciste e dai tentativi golpisti orchestrati dagli ambienti atlantici. Dunque, sono stati anni splendidi e drammatici nello stesso tempo. Hanno tenuto insieme, solo per citare alcuni avvenimenti rilevanti, il riconoscimento della Cina all’ONU, l’avvio dell’Ostpolitik da parte di Willy Brandt, l’apertura della Conferenza di Helsinki, lo scoppio della prima grande questione energetica con la crisi petrolifera del 1973, il colpo di stato in Cile dell’11 settembre del 1973 e la fine del governo di Unidad Popular di Salvador Allende, le guerre in Medio Oriente e la conseguente sconfitta del mondo arabo progressista ad opera di Israele, la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo, la crisi dell’imperialismo americano, simboleggiata dalla sconfitta in Vietnam, la morte di Franco e l’inizio della fine del franchismo in Spagna, il golpe di Videla in Argentina, l’unificazione del Vietnam, la morte di Mao Zedong, gli accordi di Camp David, le quattro grandi modernizzazioni di Deng Xiaoping in Cina, la “rivoluzione islamica” in Iran, l’invasione sovietica in Afghanistan, il governo Thatcher in Gran Bretagna, il governo sandinista in Nicaragua, la presidenza Reagan negli Stati Uniti (novembre 1980). C’è stata anche, ad aggravare una condizione già critica, la decisione del presidente Nixon (1971) di sospendere la convertibilità del dollaro in oro e di proteggersi con una sopratassa del 10% sulle importazioni. L’Italia, paese già debole, è indebolito ulteriormente: aumenta il prezzo delle materie prime, la lira perde in pochi mesi il 15%, diminuiscono investimenti e consumi privati, cade la produzione industriale, l’occupazione tende a restringersi. Il ’71 si prospetta come un anno peggiore del ’64, l’anno della congiuntura: il reddito crolla, la crescita annua è scesa all’1,4, mentre era stata di 5,9 nel ’69 e di 5,1 nel 1970. Una realtà di stagnazione, con tendenza alla recessione in alcuni settori e le possibilità di emigrare si sono ridotte per l’ampiezza europea della crisi. Duro è lo scontro di classe: i padroni radicalizzano la loro posizione e accusano i lavoratori per “l’alto costo del lavoro”, la scala mobile, gli scioperi e tutto ciò che non consente loro accumulazione di profitto. A livello internazionale il punto alto dello scontro di classe è rappresentato dal Cile, dove nel 1970 ha vinto l’Unidad Popular cilena ed è diventato presidente il socialista Salvador Allende. Si tratta di un’esperienza inedita in un paese dell’America latina, considerata dal potente vicino statunitense il suo “cortile di casa” già nel 1823 in virtù della “dottrina Monroe”, comunque a rischio secondo gli yankee per la presenza dello stato socialista di Cuba. Inoltre, molti sottolineano le analogie, seppur in presenza di alcune significative differenze, tra il Cile e l’Italia, e fra questi c’è Berlinguer. Comunque tutta la sinistra guarda con trepidazione, esprimendo un sentimento di fiducia ma al tempo stesso di timore per ciò che sta succedendo dall’altra parte del mondo.

Il Cile rivestiva nella divisione internazionale del lavoro un ruolo chiave, essendo il principale produttore di rame, in buona parte assorbito dal mercato americano. I provvedimenti del nuovo governo prevedevano proprio la nazionalizzazione delle miniere di rame, che colpiva gli interessi delle grandi corporation, e un programma di riforme sociali che spaventò i ceti possidenti, che reagirono alimentando la fuga di capitali all’estero. L’avvento di un governo di sinistra che avrebbe interrotto la subalternità dell’economia locale agli interessi americani, preoccupò il governo di Washington, che favorì le forze reazionarie concentrate nell’esercito e nella borghesia locale. Forti dell’appoggio dell’amministrazione Nixon, l’11 settembre del 1973 i militari, capeggiati dal generale Augusto Pinochet, abbatterono con un colpo di stato sanguinosissimo il governo di Allende, suicidatosi per non arrendersi al commando che invase il palazzo del governo, e instaurò una dittatura militare spietata e repressiva. Il passaggio del Cile nel campo reazionario costituì un grave colpo alla lotta dei popoli latino-americani e segnò un punto a favore dell’imperialismo nello scontro di classe a livello internazionale. Poneva, inoltre, una questione rilevante a proposito del ruolo e della natura della Dc cilena, che in occasione della elezione di Allende si era divisa, nello scenario della transizione al socialismo che il governo di Allende, pur con grandi difficoltà, aveva avviato. In realtà, la Dc cilena era figlia del kennedysmo che aveva l’ambizione di “modernizzare” l’America latina dando spazio ad una limitata riforma agraria (togliendo agibilità alle forze rivoluzionarie) attuando un “desarollo” che avrebbe dovuto rafforzare il settore industriale della borghesia dando più spazio sul mercato ai prodotti americani e contemporaneamente avrebbe consolidato un vasto settore di ceto medio legato all’industria. Il fallimento di questa strategia, (lanciata propagandisticamente con la formula “Alleanza per il progresso”) è anche il fallimento del riformismo della Dc cilena e del suo approdo al sostegno al golpe. Peraltro, il fallimento di questa politica fece rispolverare agli USA gli strumenti tradizionali del dominio, appoggiando incondizionatamente le oligarchie locali e propiziando i colpi di stato di tipo fascista: questa fu la sostanza della “dottrina Kissinger”, che riesumava la “dottrina Monroe”. Si può dire che la Dc cilena era figlia del kennedysmo e di esso seguì la parabola: dalla “rivoluzione nella libertà” all’appoggio incondizionato ai fascisti sudamericani. Luis Corvalán, in occasione del XIV congresso del PC cileno nel 1969, affermò: «La rivoluzione nella libertà rimase pura chiacchiera. In generale il paese ha visto ancora una volta un governo al servizio dei potenti e contro il popolo».

In Italia la situazione si presentava, per certi versi, in maniera diversa. Da quando era finita la Seconda guerra mondiale la Dc era diventata il perno del sistema di potere dominante che ebbe l’obiettivo di ricostruire il paese su basi capitalistiche, peraltro con una forte dipendenza dalle istanze clerico-conservatrici del Vaticano e dagli interessi imperialistici statunitensi in Europa. È altresì vero che occorreva fare i conti con la capacità della Dc si ottenere un vasto consenso tra i settori popolari e i ceti medi, ma tutto ciò non impediva alla “Balena” democristiana di incarnare e rappresentare principalmente gli interessi della grande borghesia e del grande capitale. Del resto, Togliatti negli anni del suo esilio in URSS aveva spiegato molto bene nelle Lezioni sul fascismo la differenza che passa tra base di massa (il consenso tra le masse) e base sociale (la natura di classe di un partito). Il Cile fece da detonatore alla vicenda italiana perché Berlinguer, analizzando i fatti cileni, sistematizzò la sua visione del “caso italiano” e la presentò agli iscritti, alle masse che votavano Pci e al paese intero attraverso la rivista ufficiale del partito, Rinascita, poche settimane dopo i drammatici avvenimenti cileni. Si trattava di un lungo saggio intitolato “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, che fu pubblicato in tre occasioni il 28 settembre, il 5 e il 12 ottobre del 1973, nel quale il segretario del Pci, esprimendo lo sgomento per lo strangolamento dell’esperienza di Unidad Popular, formulava una proposta organica di fuoriuscita dell’Italia dalla “democrazia bloccata” e dalla “conventio ad excludendum” e dare soluzione ai problemi drammatici che attanagliavano il paese da tempo. La frase di chiusura del saggio rappresenta il nocciolo della proposta: «La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande ”compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Analizziamo, dunque, con acribia lo scritto berlingueriano per capirne meglio il significato e comprendere perché quella proposta segnò, per certi versi, un’epoca.

Dopo aver spiegato la valenza mondiale di ciò che era successo in Cile, Berlinguer afferma: «Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza ad opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentono. In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno, nei paesi del cosiddetto “mondo libero”, i nemici della democrazia. L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o non se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi ed il proprio potere». La critica aspra all’imperialismo e al “mondo libero”, peraltro, viene coniugata con la rivendicazione dell’importanza della rivoluzione russa del 1917 che «ha spezzato per la prima volta la dominazione esclusiva dell’imperialismo e del capitalismo». In particolare, sostiene Berlinguer: «[…] soprattutto dopo la vittoria sul nazismo, dopo la vittoria della rivoluzione cinese e con il crollo del vecchio sistema coloniale inglese e francese l’area sottoposta al controllo dell’imperialismo si è andata restringendo. Sconfitta la politica folle e avventurosa che pretendeva di rovesciare i regimi socialisti sorti dopo la seconda guerra mondiale in Europa e Asia (la politica del roll-back), le potenze capitalistiche e gli stessi USA sono ormai costretti a riconoscere che i regimi socialisti, ovunque esistenti, non possono essere toccati e che con essi bisogna fare i conti e trattare». Per superare questo stato di cose, secondo il segretario del Pci bisognava insistere nella politica mondiale della “coesistenza pacifica” e della “distensione”, senza dimenticare a suo avviso «il peso negativo che esercitano sulla vita internazionale quelle divisioni fra i paesi socialisti che hanno il loro punto di massima serietà nei contrasti tra la Cina popolare e l’Unione Sovietica». E in aggiunta a quanto da noi evidenziato, che si inquadra nella classica impostazione antimperialista, fa capolino una posizione che intravede in prospettiva un ruolo autonomo dell’Europa, sganciata pertanto dai due blocchi, e di conseguenza la possibilità che, nell’affermazione di tale autonomia europea, i singoli paesi europei potessero scegliere la loro strada e per questo non bisognava porre il problema dell’uscita dell’Italia dalla Nato: «Ma inoltre gli USA sono oggi costretti a fare i conti con una crescente volontà di autonomia che si viene manifestando, soprattutto negli ultimi anni, nei paesi dell’Occidente europeo». Perciò Berlinguer propone di legare la lotta in Italia, dove occorreva respingere i tentativi reazionari di sovvertire il quadro democratico, con quella in Europa per indebolire le forze dell’imperialismo e poter realizzare l’aspirazione di gran parte dei popoli europei. Ed infatti sulla scia di questo assunto, qualche anno dopo gli incontri tra Carrillo, Marchais e Berlinguer delineeranno una fase nuova nella politica internazionale del Pci, una sorta di “via europea al socialismo”, e saranno forieri di legami stretti tra partiti comunisti “revisionisti” che si prefiggeranno l’obiettivo di un’Europa “né antiamericana, né antisovietica”. Si comprende perché, quindi, nel tentativo di realizzare il progetto di un’Europa occidentale autonoma, pacifica, democratica, qualche anno dopo verrà formulata la proposta “dell’eurocomunismo” che, tra l’altro, si rivelerà fallimentare.

Fu a Parigi, il 3 giugno del ’76, che Berlinguer e Marchais in un comizio in vista delle elezioni, in continuità con quanto avevano affermato nella dichiarazione comune Pci-Pcf del novembre 1975, per la prima volta pronunceranno la parola eurocomunismo, parola che come scriverà Bernardo Valli “era diventata dilagante in Italia, rimbalzata in sui giornali nordamericani, accolta con diffidenza ‘cartesiana’ in Francia, sussurrata in Spagna, considerata un’aberrazione in Unione Sovietica”. Berlinguer preciserà che il termine non era stato coniato dai partiti interessati, ma era lusingato che circolasse così largamente e sollevasse, a suo dire, speranze per l’indicazione di un socialismo con caratteri peculiari in Occidente (quali? N.d.R.). Infatti, afferma il Nostro rivolto ai comunisti francesi: «Noi comunisti italiani, al pari di voi, siamo consapevoli di ciò che ha significato per la storia del mondo la Rivoluzione d’Ottobre e la sua vittoria. Ma le società che sono nate nell’Unione Sovietica dopo quella vittoria e nell’Oriente europeo dopo la seconda guerra mondiale – insieme a grandi e positive realizzazioni – presentano aspetti che noi consideriamo in modo critico e che comunque non sono applicabili in paesi come i nostri». Ma pochi giorni dopo, il 15 giugno, fece ancora più clamore un’intervista al “Corriere della Sera” realizzata da Giampaolo Pansa, che pose la questione della Nato. Pansa domanda: «Non teme che Mosca faccia fare a Berlinguer e al suo eurocomunismo la stessa fine di Dubček e del suo “socialismo dal volto umano”?». Risposta (vi prego di tener a mente quanto il segretario del Pci ha scritto a proposito dell’imperialismo americano): «No. Noi siamo in un’altra area del mondo…». Pansa: «Lei, dunque, si sente più tranquillo proprio perché sta nell’area occidentale…». Berlinguer: «Io penso che, non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia (!), da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento…».

Pansa: «Insomma, il Patto Atlantico può essere anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà…». Berlinguer: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono veri tentativi per limitare la nostra autonomia». Pansa: «Lei non crede che il socialismo nella libertà sia più realizzabile nel sistema occidentale che in quello orientale?». Berlinguer: «Sì, certo, il sistema occidentale offre meno vincoli. Però, stia attento. Di là, all’Est, forse vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà…». E a stretto giro di posta a “Tribuna politica” il solito Pansa gli pone la fatidica domanda sulla possibilità di realizzare il socialismo all’Ovest, sotto l’ombrello protettivo della Nato. Testuali parole di Berlinguer: «Mi pare che sia un po’ un paradosso dire che il Patto Atlantico difende quello che viene definito l’eurocomunismo. In quest’area del mondo in cui noi siamo e vogliamo restare, cioè nell’area dell’Europa occidentale, noi siamo consapevoli che esistono dei tentativi di interferire nella libera scelta del popolo italiano per costruirsi un proprio futuro. […] Ma pensiamo anche che per costruire il socialismo nella libertà sia più conveniente stare in quest’area. Questo ci garantisce un socialismo quale noi lo vogliamo, un socialismo di tipo pluralistico: ma naturalmente bisogna lottare concretamente, mobilitando le masse e tutti coloro che vogliono questo socialismo, perché si realizzi». Sarebbe facile infierire squadernando il fallimento della “via italiana al socialismo” e l’involuzione dello scenario mondiale a partire dal reaganismo e dalla conseguente sconfitta dell’URSS. Di più: l’impossibilità di sbloccare il quadro italiano puntando al “compromesso” con la Dc dato che produsse come massimo risultato “il governo delle astensioni” del quale il Pci non poté comunque far parte a motivo di potenti veti nazionali e internazionali; governo che accompagnò la fine di Moro e dal quale il Pci dovette prendere le distanze, costretto a formulare la proposta dell’Alternativa democratica e a darsi un profilo più battagliero. Che il Patto Atlantico garantisse il socialismo nella libertà era frutto della fervida immaginazione di dirigenti che sostituivano la loro volontà alla necessità del reale, ma al tempo stesso era l’approdo a una forma italiana di socialdemocrazia, quella socialdemocrazia che aveva a poco a poco rinnegato apertamente i principi del leninismo. Peraltro, la compiuta teorizzazione dell’abbandono della lotta di classe e del marxismo la socialdemocrazia tedesca l’aveva sostenuta alla fine dell’Ottocento, ma solo nel 1959 Willy Brandt al convegno di Bad Godesberg sentì giunto il momento di sbarazzarsi di alcuni principi che erano di “impaccio” all’attuazione di una società capitalistica con una spruzzatina di socialismo. Del resto, il momento della decantazione è prima o poi inevitabile: nel Pci le teorizzazioni socialdemocratiche erano cominciate nel ’56 e quasi vent’anni dopo arrivarono alle conclusioni, peraltro peggiorative rispetto ai primi esponenti della socialdemocrazia come Bernestein, Hilferding e Kautsky.

Non è chi non vede, dunque, il fallimento della strategia del Pci e di Berlinguer che negli ultimi anni della sua segreteria, forse, si rese conto del cul-de-sac nel quale si era venuto a trovare perché erano venuti al pettine i nodi strategici del partito, nodi che lui stesso, in una certa misura, aveva creato: una sconfitta determinata dall’incapacità di pensare e attuare la “rivoluzione in occidente”, peraltro il principale problema posto da Gramsci nella sua riflessione teorico-pratica; l’insufficienza dell’analisi della realtà oggettiva, esaminandola per quello che è e non per quello che noi vorremmo che fosse (Machiavelli: “Ma, sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”, Il Principe, capitolo XV); e poi una inadeguatezza soggettiva, espressione dei gruppi dirigenti che si sono succeduti soprattutto da quando fu ideata la “via italiana al socialismo”.

Ma torniamo ancora sul “compromesso storico” ritenuta, non a torto, la proposta politica più importante di tutta l’era berlingueriana. Non deve scandalizzarci la parola compromesso, ma casomai il problema del compromesso è: perché, con chi e quando. L’errore storico-politico era quello di allearsi con il principale nemico delle grandi masse popolari che certo non avrebbe acconsentito a ciò che il Pci diceva di voler fare, “la via italiana al socialismo”, ma neanche garantiva una svolta veramente democratica consistente in alcuni punti irrinunciabili quali: garantire a tutti il lavoro, caposaldo della Repubblica democratica, fare dell’Italia un paese realmente sovrano e affermare senza ambiguità l’indipendenza nazionale; risolvere alcune grandi questioni come, ad esempio quella meridionale, sostenere l’economia del paese dando attuazione al Titolo III della Costituzione, che regola i Rapporti economici secondo il dettato degli articoli che vanno dal 41 al 47. Ancora: aprire il paese alle grandi correnti culturali europee e mondiali, valorizzando la scuola e l’università così come stabiliscono gli articoli 33 e 34 della Carta. Le cause della crisi italiana non potevano dunque essere attribuite a semplici “errori” della Dc (XIV congresso del Pci) e a “squilibri”, secondo la terminologia del sociologismo borghese, ma al blocco di potere, del quale la Dc era componente essenziale, che aveva come perno il dominio del capitale finanziario.

Le elezioni del 1976 avrebbero dovuto sancire la svolta preconizzata dal Pci e, al tempo stesso, per la “nuova sinistra” decretare la fine del regime democristiano. Né l’uno, né l’altro auspicio si avverò. La Dc ottenne il 37,8% e la distanza sul Pci, che l’anno prima, alle amministrative, s’era accorciata a meno di due punti (1,8), superava ora i quattro punti (4,3%). Questa comunque la novità: dopo trent’anni la Dc non era nella condizione di formare governi centristi (Pli, Pri, Psdi, Dc, arrivavano al 46,5%). A sua volta il Pci era ancora cresciuto (34,4%), in parte a scapito del Psi (9,6): mandò alla Camera 48 deputati in più nel momento in cui tutti gli altri si indebolivano (diminuiti di 1 i repubblicani, di 3 la Dc, di 4 i socialisti, di 14 il Psdi, di 15 il Pli, di 21 il Msi); ma diversamente dal giugno ’75, quando poté tradurre immediatamente i maggiori suffragi in una nuova rafforzata influenza nel governo degli enti locali, ora aveva in pratica un titolo di credito non esigibile automaticamente. Si formò un monocolore Dc, espressione della formula dei governi di “solidarietà nazionale”: fu così varato, nell’agosto del 1976, un governo Andreotti, che si reggeva sull’astensione di Pci e Psi, che, in contropartita, vennero consultati per la stesura del programma (!). I limiti di questa politica erano evidenti e risaltarono ancor di più per la prassi spartitoria e l’incipiente democrazia dal basso fu rapidamente sostituita dagli accordi interpartitici che produssero compromessi al ribasso sui contenuti, lottizzazione, clientelismo e quella struttura particolare di compartecipazione alle responsabilità di governo nota come “consociativismo”. Questo governo della non sfiducia e delle astensioni, altrimenti detto della non opposizione (certo i giochi linguistici non risolvevano l’impasse del Pci), è la soglia, fanno intendere Moro e Zaccagnini, dove, anche per condizionamenti esterni, è inevitabile arrestarsi. E il Pci accetta. Del resto, a spazzare qualsiasi illusione sulla partecipazione organica del partito di Berlinguer al governo del paese ci pensano i potenti protettori internazionali della stessa Dc. Qualche giorno dopo le elezioni, a San Juan di Portorico si riuniscono capi di Stato e di governo dei sette paesi più industrializzati dell’area capitalistica: USA, Giappone, Germania federale, Francia, Gran Bretagna, Canada e Italia (rappresentata da Moro, Rumor e Colombo). Dell’Italia si parla in una riunione a porte chiuse alla quale partecipa, fra gli altri, il segretario di stato USA Henry Kissinger e che stabilisce, come racconta Giuseppe Fiori nel suo libro Vita di Enrico Berlinguer: “[…] l’isolamento dell’Italia e la sospensione di qualsiasi prestito internazionale se nel governo entreranno i comunisti. […] Già non incline ai passi lunghi, Moro si fa ancora più cauto”. E in autunno, dopo la visita del direttore del Fondo Monetario Internazionale Hendrikus Johannes Witteveen, il governo vara un pacchetto di misure propedeutiche alla manovra “severa” che verrà sviluppandosi per tutto l’autunno-inverno 1976-1977: più cari benzina, gasolio, metano, fertilizzanti; ritocchi, verso l’alto, alle tariffe elettriche, telefoniche, ferroviarie; abolite sette festività infrasettimanali; la dinamica salariale è contenuta dal congelamento per due anni in Bot degli aumenti della contingenza; per un accordo sindacati-Confindustria, gli aumenti della contingenza non saranno calcolati nelle liquidazioni; più alte le imposte di bollo e di registro; e c’è l’impegno a contenere il deficit di bilancio entro i 16.500 miliardi. In pratica, la lotta all’inflazione riposava principalmente sulla limitazione della spesa pubblica, le maggiori entrate tributarie, una politica tariffaria commisurata al costo dei servizi, la flessibilità sindacale sul costo del lavoro, un freno ai consumi. È una manovra organica di “raddrizzamento dell’economia rispetto agli squilibri degli anni precedenti”, come scrisse Arturo Gismondi (Alle soglie del potere, SugarCo, Milano, 1986, p. 135) e il Pci l’approva, pur con qualche dissenso al proprio interno aspramente criticato e così definito da Napolitano «residui – che in questo momento vengono alla luce in modo piuttosto evidente – di una vecchia politica di tipo oppositorio, negativo e protestatario».

Nel marzo 1978, infine, sempre Andreotti costituì un governo di solidarietà nazionale che godeva del voto favorevole del Pci e dei partiti di centro-sinistra. Ma proprio nel giorno in cui il nuovo governo doveva ottenere la fiducia delle Camere (16 marzo 1978), le BR rapirono Moro e uccisero gli uomini della sua scorta; e dopo 55 giorni lo uccisero e fecero ritrovare il corpo in via Caetani, una strada di Roma che collega via Delle Botteghe Oscure (sede del Pci) e piazza Del Gesù (sede della Dc). Si trattò di uno dei passaggi più drammatici della storia repubblicana che sconcertò e sconvolse l’intero paese; dal punto di vista politico la vicenda indebolì irrimediabilmente l’azione di chi auspicava una partecipazione del Pci al governo e portò in breve tempo all’esaurimento dell’esperienza di “solidarietà nazionale”.

Il governo Andreotti finirà la sua corsa il 31 gennaio dell’anno successivo, quando si dimetterà e la crisi causerà ancora elezioni politiche anticipate – era la terza volta in sette anni: ’72, ’76, ’79 – e il Pci prima della tornata elettorale terrà il suo XV congresso. E anche se il dibattito vero rimase nascosto, si coglieva che nel partito c’era uno scontro duro come non succedeva da tempo.

Tutta la strategia viene messa in discussione e, seppur non esplicitamente, il “compromesso storico” è abbandonato; peraltro, anche la linea verso il Psi risulta motivo di contrasto visto che una componente significativa ritiene che Craxi e il gruppo dirigente socialista si muova nel solco di un anticomunismo da anni Cinquanta, degno delle forze più integraliste e conservatrici.

Alle elezioni si arriva in un clima segnato dal terrorismo e dalle provocazioni di alcuni settori degli apparati statali che rendono ancora più drammatiche le scelte del Pci: decine di morti e feriti nei mesi che precedono il voto. Rispetto al 1976 il Pci fa registrare un forte calo: passa dal 34,4% al 30,4% e perde quasi un milione e mezzo di elettori (1.475.419); è un’emorragia di voti, che riguarda soprattutto il mondo giovanile e rappresenta la critica concreta alla linea del compromesso e dell’accettazione dei sacrifici a vantaggio del sistema dominante imperniato sulla Dc, critica che unita a quanto succede all’interno del partito scuoterà la segreteria di Berlinguer e lo spingerà a dichiarare, a conclusione del Comitato centrale di luglio, : «In quanto ad alcune insinuazioni secondo le quali il rapporto introduttivo mirava a salvaguardare posizioni personali, esse non meritano di essere raccolte, giacché i compagni sanno che io personalmente non ho fatto niente per acquisire l’incarico che ho, né ho fatto o farò niente per mantenerlo». Di fatto l’alternativa democratica rappresenta una significativa novità rispetto al compromesso storico, ma al tempo stesso è la prova evidente, l’ennesima, delle difficoltà strategiche del Pci a proposito della transizione al socialismo e della rivoluzione in Occidente. Ormai con la Dc i rapporti diventano sempre più conflittuali, né si può sperare di poter recuperare il Psi ad una politica di alternativa visto che dal ’76 il segretario è Craxi: il quadro di inizio anni Ottanta resterà lo stesso fino alla morte di Berlinguer (1984). Peraltro, non aiuta a sbloccare la democrazia italiana, dove continua a valere la “conventio ad excludendum”, ciò che sta accadendo a livello internazionale: le vittorie del thatcherismo e del  reaganismo sono il segno irrefutabile di una svolta ultraconservatrice che segnerà la fase storica e si chiuderà con la sconfitta dell’URSS (e qui faccio osservare che la fine dell’URSS trascinerà con sé i partiti comunisti sorti con quella storia, cominciata negli anni venti del ‘900, subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre).

Non per caso, quando nell’agosto del 1983 Craxi diventerà presidente del consiglio darà piena attuazione ad un programma conservatore nel solco di quanto accadeva in Occidente, programma che con le differenze date dalle fasi diverse verrà successivamente ripreso prima da Berlusconi e poi da Renzi.

Nel settembre del 1980, poco più di un mese prima c’era stata la terribile strage alla stazione di Bologna che aveva provocato 85 morti e centinaia di feriti; Berlinguer, nel tentativo di dare forza alla sua proposta di Alternativa democratica, era andato davanti ai cancelli della FIAT e in risposta a un sindacalista della Cisl che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto il Pci nell’eventualità di una occupazione della fabbrica affermò: «Le forme della lotta dovranno essere decise dai lavoratori nelle assemblee coi dirigenti del sindacato. Se queste lotte riguarderanno anche forme di occupazione, il nostro partito darà il suo pieno appoggio e la sua solidarietà». La questione operaia ridiventava essenziale, assieme alla “questione morale”, e non gli sfuggiva l’attacco su questo terreno, in particolare la questione del costo del lavoro e della scala mobile. E proprio a tal proposito giunge la sassata di Craxi: il presidente del consiglio presenta alle parti sociali una proposta ultimativa, un taglio di tre sui dieci punti della scala mobile previsti per il 1984 offrendo in cambio ben poca cosa. I consigli di fabbrica insorgono, ma solo la Cgil raccoglie la protesta (Cisl e Uil sono filogovernative) pur dividendosi tra componenti comunista (maggioritaria) e socialista (minoritaria). Craxi lancia comunque la sfida e taglia d’autorità, per decreto, la scala mobile nella notte di S. Valentino (14-15 febbraio 1984). Immediatamente scioperi e cortei spontanei da Nord a Sud e battaglia in Parlamento; il 24 marzo i consigli di fabbrica promuovono a Roma una manifestazione che assume dimensioni oceaniche e che ha soprattutto un obiettivo: cacciare Craxi e il suo governo antipopolare. Tra l’altro, la pubblicazione del Libro bianco di Visentini, ministro delle finanze, dimostra in modo inequivocabile che l’Italia è un paese nel quale è diventata normale l’evasione (nel 1982, 70.000 miliardi) e i lavoratori dipendenti sono tartassati. Ma Craxi insiste e dopo la decadenza del primo decreto presenta un decreto-bis che conserva il carattere provocatorio del primo perché, mantenendo gli stessi contenuti, evidenzia la prepotenza del potere e l’atto d’imperio del presidente del consiglio. Solo che dentro il Pci comincia la “fronda”: la “destra” vuol mantenere comunque un collegamento con i socialisti e chiede un cambio di rotta. I socialisti, peraltro, poco tempo dopo nel congresso farsa di Verona (!), organizzato per glorificare il loro capo accolgono in modo volgare Berlinguer come si comprende bene dal racconto che Pansa ne fa su “Repubblica”: «Venduto! Buffone! […] Sce-mo, sce-mo!». Craxi commenterà: «Se sapessi fischiare, l’avrei fatto anch’io».

Nelle settimane successive lo scontro con il governo antipopolare di Craxi si fa sempre più teso e porterà il Pci, questa volta d’accordo le forze alla sua sinistra, alla richiesta di abrogazione della legge attraverso un referendum che si terrà l’anno dopo e farà registrare la sconfitta delle opposizioni di sinistra, anche perché una parte del Pci remerà contro. Prima di concludere la mia riflessione è utile approfondire il tema della “questione morale”, una di quelle che probabilmente stavano più a cuore al segretario del Pci. In un’intervista a l’Unità dopo il terremoto dell’Irpinia (23 novembre 1980) Berlinguer dice che non si può non porre la questione morale, come problema che non riguarda solo le persone, né può essere intesa come una richiesta di messa al bando di un partito che ha radici profonde nella società, ma che comporta la liquidazione del suo sistema di potere. A suo avviso, era diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipendeva la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico (peraltro l’anno dopo, il 1981, scoppierà lo scandalo della P2 che coinvolgerà gran parte della società politica e della società civile e come dirà Stefano Rodotà: «[…] non può non colpire l’enunciazione di un programma politico-istituzionale che nella diagnosi – superamento storico della Costituzione del’48 – e nella terapia – fondata sul presidenzialismo – segue tratti analoghi a quelli seguiti da partiti non occulti». Anche a questo proposito vi è un errore teorico-pratico di Berlinguer poiché antepone il piano etico a quello materiale, potremmo dire la sovrastruttura alla struttura. Scriveva Marx nella prefazione di Per la critica dell’economia politica: “Il complesso dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e a cui corrispondono determinate forme di coscienza. Il modo di produzione della vita materiale è ciò che condiziona il processo sociale, politico e spirituale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma, al contrario, è il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Inoltre, potremmo ricordare ciò che sostenevano a questo proposito Kant ed Hegel, entrambi grandissimi, ma diversi nell’affrontare la questione. Il primo pone la virtù quale criterio ordinatore dell’azione individuale, dalla quale scaturisce l’imperativo categorico che ordina il dovere in modo incondizionato che riposa sul devi. Solo un tale imperativo, in quanto totalmente in-condizionato, e quindi libero, ha le caratteristiche della legge e dunque dell’universalità (fondata sul soggetto); e a base di tale condotta è posta la volontà. E siccome Kant è il pendant filosofico della Rivoluzione francese, ritroviamo il tema della virtù nell’azione politica dei giacobini che non poterono, anche per questo, mantenere il potere e trasformare come avrebbero voluto la Francia.

In Hegel, la questione viene posta su basi più “materialistiche” dato che l’Eticità ha come articolazioni la famiglia, la società civile e lo Stato; pertanto, la condotta morale del singolo non dipende dalla volontà “metafisica” del soggetto elevata ad “una massima che possa sempre valere come principio di una legislazione universale”, ma è sostenuta, l’universalità della condotta, dalle condizioni storicamente determinate: infatti, entra in campo la Storia umana con i suoi problemi concreti e drammatici a livello individuale e collettivo, intesa come azione libera e razionale degli uomini. In tal modo si supera l’antinomia tra “virtù e corso del mondo” e l’individuo potrà procedere oltre l’immediatezza del sentimento e delle inclinazioni soggettive, senza voler idealisticamente e in modo ineffettuale “invertire l’invertito corso del mondo”. E nel marzo del 1981, in occasione del 60° anniversario della fondazione del Pci, Berlinguer rivendica, a proposito della questione morale, orgogliosamente la “diversità comunista” in un’intervista rilasciata a Critica marxista.

L’ultimo discorso lo tiene a Padova il 7 giugno “Un voto per porre fine allo sfascio e risanare la vita della Repubblica”. Da tempo sta male e quella sera è molto provato. Verso la fine del comizio, come raccontano i testimoni, le parole gli si spezzano in bocca, vacilla, il maxi teleschermo dietro il palco ingrandisce una faccia stravolta per le smorfie di dolore. Lunedì 11 giugno, alle 12:45, muore. Più di un milione di persone parteciperanno ai funerali, in molti tenendo alto il titolo de l’Unità “Addio”.