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Berlinguer e la questione

della democrazia socialista

di Alessandro Pascale

Cumpanis, dicembre 2020

 

Quando Berlinguer si reca a Mosca per tenere un discorso in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, i rapporti tra PCI e PCUS sono parecchio tesi. La divaricazione tra i due partiti è iniziata almeno un decennio prima, con le prime pesanti critiche provenienti da Botteghe Oscure sulla questione cecoslovacca. Da Longo si passa a Berlinguer. La differenza si accentua. Berlinguer intende portare avanti la linea togliattiana di costruzione del socialismo all'interno della democrazia pluralistica e liberale. Quello togliattiano era un programma tattico? Höbel direbbe di no, e probabilmente ha ragione. Berlinguer si inserisce in quel solco: rinnovare la repubblica italiana, renderla davvero “progressiva”, partecipare ad una nuova grande coalizione delle forze antifasciste per costruire un vasto ciclo di riforme strutturali. Ci sono però alcuni problemi: il PCI è alleato di Mosca. Non può andare al Governo. La DC non si fida. Gli statunitensi non si fidano. I padroni di Confindustria ancora meno, anche se i più lungimiranti come Agnelli (quello del “rivolgersi alla sinistra, per fare riforme di destra”) hanno iniziato a gongolare subodorando l'errore in cui stanno cadendo i comunisti. Berlinguer è pronto a tutto pur di superare il famoso “fattore K”, perfino a lanciare un abbozzo di internazionale comunista alternativa a quella sovietica; perfino a proporre un'alleanza di Governo alla stessa DC. Non sono cose che si possono però dire alla leggera. Nonostante i progetti in tal senso siano una ripresa di vecchie parole d'ordine togliattiane, riprese in tempi non sospetti (fine anni '60), occorre una giustificazione valida per superare le inevitabili resistenze interne della “vecchia guardia”.

 

L'avvio della strategia della tensione, con il rischio di un golpe strisciante (vd 1970, Borghese, ma non solo) rende evidente come ci siano settori che non accettino l'ascesa della classe operaia. In simili condizioni la difesa della democrazia ha senso da un punto di vista tattico, ma senza farne un feticcio assoluto; occorrerebbe però accelerare la preparazione militare e politica, ragionando sul fatto che il grande compromesso concluso nel 1946-48 stia venendo meno, e non per colpa dei comunisti... L'analisi procede invece altrove: il modello repubblicano liberale è giudicato irreversibile. Il riuscito colpo di Stato militare cileno di Pinochet diventa il pretesto per lanciare in pompa magna la politica del compromesso storico. In parallelo viene portata avanti la politica dell'eurocomunismo. L'obiettivo è chiaro: di fronte alla grande crisi politica, istituzionale, democratica, sociale, economica, di anni in cui accade di tutto, e tutto sembra poter accadere, Berlinguer intende far uscire il PCI dalla sacca del minoritarismo in cui è stato cacciato a forza nel 1947. Nel fare ciò svende più o meno consapevolmente un enorme patrimonio politico e culturale, creando i presupposti per l'accentuazione della rottura con le frange della “nuova sinistra” extraparlamentare, oltre che per la definitiva degenerazione del partito, che nei pilastri teorici di fondo è già compiuta al termine della stagione della solidarietà nazionale (1976-79).

 

Pensare di poter costruire il socialismo dall'interno di una democrazia liberale è cosa che fino ad ora non è riuscita a nessuno, e anche chi continua a provarci (vd America latina) continua a procedere con molte incertezze e senza portare a segno passi avanti decisivi. Di lezioni la storia ne aveva già date in tal senso e forse la stessa esperienza di Allende avrebbe dovuto portare a simili considerazioni. Quando però si giunge al dunque, i compagni si ritraggono spaventati. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto Berlinguer nei mesi successivi al febbraio 1917? Avrebbe come Lenin teorizzato la necessità di portare avanti il ciclo rivoluzionario, anche a costo di una guerra civile, oppure avrebbe difeso la neonata democrazia liberale? Altri tempi, altri contesti, si dirà... Eppure il dubbio rimane. Negli anni '70 la grande avanzata rossa, spettacolare anzitutto sul piano sociale e culturale, corre in parallelo alla crisi delle forze reazionarie, che non a caso manovrano nell'ombra le trame delle bombe sui treni e nelle piazze. È questo un momento rivoluzionario? Probabilmente no, ma è il momento di tenere la barra dritta, non certo di fare i pompieri di un sistema in crisi. In fondo di quale democrazia si parla, in un contesto in cui governa da 30 anni lo stesso partito senza la possibilità di un'alternanza politica? Una democrazia bloccata in cui vincono sempre i soliti grazie a trucchetti terroristici e mediatici, può dirsi effettivamente una democrazia? Io non credo.

 

Qualcuno però la pensava diversamente, e ha affermato a chiare lettere come ritenesse più sicuro costruire il socialismo stando dentro la NATO piuttosto che nel campo filo-sovietico. Tattica, dirà qualcuno, che evidentemente non conosce i retroscena di un'intervista non concordata da Berlinguer con il resto della Segreteria, né tantomeno con i sovietici stessi, che non a caso da quel momento interrompono il flusso degli aiuti logistici offerti al PCI. A Berlinguer non importa. Il 34% conseguito alle elezioni Politiche del 1976 gli permette di vantare il più grande partito comunista dell'Europa occidentale, e di impedire perfino la formazione di uno stabile governo democristiano senza il proprio consenso. L'intesa con Aldo Moro sembra salda, con tanto di strette di mano davanti alla stampa. Il tanto agognato accesso a qualche ministero sembra imminente. È in questo contesto che il 3 novembre 1977 Berlinguer si reca a Mosca. C'è da omaggiare il 60° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Il suo discorso (reperibile informato integrale su Enricoberlinguer.it.) però verte presto su altre piste: la difesa delle vie nazionali al socialismo (diversità nell'unità, si potrebbe riassumere), la rivendicazione di una piena autonomia dal PCUS e l'esaltazione della democrazia: “non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere”, ma anche “il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista”, una “società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale”.

 

Vengono qui concretamente buttate al macero le analisi di Marx, Engels, Lenin e dello stesso Gramsci sulla democrazia liberale e sull'impossibilità di prendere il potere politico con il mero 50%+1. Questo discorso è criticabile per molteplici aspetti. Anzitutto si può constatare il netto fallimento dei suoi presupposti: se fino a quel momento l'ascesa elettorale del PCI era stata apparentemente inesorabile, già nelle Politiche di due anni dopo il partito perdeva 4 punti netti, scontando i troppi compromessi accettati con la DC, accettando l'imposizione di misure di austerità e mancando peraltro l'appuntamento con l'obiettivo del Governo, complice anche il “caso Moro”, abilmente manovrato da una sotterranea rete oggi neanche troppo oscura. Il PCI faceva la fine della vecchia SPD che tra fine '800 e inizio '900 si era trasformata nel partito dei crediti di guerra. Il processo di “social democratizzazione” del partito, non voluto e non imputabile integralmente a Berlinguer, lo vede comunque come uno dei principali artefici e responsabili. Si può dire che tale processo sia iniziato con l'errata analisi sulla possibilità di far propria la democrazia liberale borghese? Credo di sì, tenendo conto che tale accettazione non risale a Berlinguer, ma è organica già al pensiero togliattiano. Con una differenza rilevante: dopo essere stato messo all'argine nel 1947, Togliatti ha mantenuto, volente o nolente, il partito su una linea di ferma e intransigente opposizione di classe, muovendosi peraltro in un contesto per molti versi molto meno favorevole di quello successivo. In Berlinguer, invece, l'accettazione del modello democratico diventa, lo ripetiamo con le sue parole, “il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista”, tanto da subordinare ogni altra ragione di classe (dove è finita la centralità del conflitto Capitale-Lavoro?) alla difesa della democrazia. Tutto questo pesa sul suo curriculum, e poco importa che a pericolo passato (1979-80) tenti di riportare il partito su una linea di opposizione classista. Nel frattempo era avanzata un'intera generazione di quadri e semplici iscritti che si erano ispirati a quella sua proposta politica, che di fatto di comunista aveva ben poco.

 

Falliva così la tanto decantata via italiana al socialismo, le cui istanze andavano ad influire in profondità nella riflessione dello stesso Gorbacev, con la politica della glasnost. Con l'unica eccezione della Cina, che vi è stata obbligata dapprima per necessità contingente, poi per convinzione politica, tutte le “vie nazionali al socialismo” si sono rivelate fallimentari. Ciò non deve portare a ritenere che debba esistere necessariamente una via unica per il socialismo, ma deve far riflettere anzitutto sull'asprezza della lotta di classe e sulla capacità di adattamento della borghesia, in grado di egemonizzare il nemico sul suo stesso territorio; ne consegue in parallelo anche la difficoltà dei comunisti di saper svolgere un'adeguata analisi concreta e dialettica della situazione contingente, adattando i princìpi a contesti differenti. La via italiana al socialismo si è rivelata inconcludente, e di questo tuttora molti non vogliono prenderne atto, ripetendo come un mantra gli elogi al discorso berlingueriano sulla democrazia.

 

Occorre però andare maggiormente in profondità. Pretendere di costruire il socialismo direttamente sulla democrazia è un nobile intento, tanto più che la stessa storia russa ne offre una testimonianza: la rivoluzione d'Ottobre nasce dalla democrazia diretta dei soviet, la quale però è una democrazia esercitata da una minoranza. Ciò crea una contraddizione interna al popolo che emerge in maniera cristallina con l'elezione dell'Assemblea Costituente, poi sciolta dagli stessi soviet per aver rifiutato di ratificare i decreti rivoluzionari approvati dal Consiglio dei Commissari del Popolo. Quest'ultimo fatto è spesso omesso, perché si tende a ricondurre la dittatura del proletariato come la degenerazione dell'esperimento sovietico, imputando le colpe a Lenin e ancor più a Stalin. In realtà entrambi sono sempre stati propensi a garantire la massima dialettica possibile, trovandosi però a promuovere repressioni di proteste sempre meno civili e pacifiche, sulle quali ombreggiava lo zampino della borghesia occidentale. È difficile costruire un socialismo democratico quando ti invadono militarmente per due volte di fila nell'arco di una ventina d'anni. Un processo rivoluzionario, ossia la lotta di classe spinta alle sue estreme conseguenze, non consente una normale dialettica democratica e pacifica. Non necessariamente per colpa del proletariato, ma di quella borghesia che ha sempre nutrito un timore reverenziale del processo democratico. Il liberalismo, cosa ben distinta dalla democrazia, ha sempre privilegiato un'impostazione di dialogo “tra pari”, ossia tra ricchi benestanti, cercando di limitare il suffragio e controllare l'estensione del voto con vari meccanismi, da sistemi elettorali sempre più arzigogolati, al dominio più o meno mascherato attuato grazie al monopolio dell'informazione mediatica. Il socialismo per essere tale deve prevedere l'esproprio graduale dei beni ingiustamente accumulati dalla borghesia nel corso di secoli. La borghesia non può accettare di essere espropriata pacificamente. Presto o tardi, lo scontro violento è inevitabile, e con esso arrivano le strilla sulla “dittatura”. Quando si ricorre alla sovversione, alle armi, è lecito allo Stato difendersi? Già i giacobini avevano capito di sì. È accaduto questo in Russia? Nonostante la manualistica lo ometta è successo proprio che i partiti della grande e piccola borghesia si siano, uno dopo l'altro, rivoltati contro il potere sovietico, nel momento in cui questo ha preteso di affermare il potere sostanziale diretto del proletariato industriale e agricolo, ossia della grande maggioranza del popolo. Questo ampliamento dei diritti sociali non può che avere come proprio riflesso dialettico la restrizione dei diritti sociali e civili per quella minoranza borghese, ricca al punto da essere opulenta. La dittatura del proletariato è e resta in questo senso una condizione imprescindibile per avviare la costruzione di una società socialista. La politica del compromesso storico in questo senso, ciò deve essere chiaro, non era purtroppo tattica e confacente allo scopo di ampliare il consenso egemonico in vista della presa del potere. Essa era invece incardinata sull'idea di un compromesso permanente, nell'accettazione sostanziale del sistema liberale, nella speranza illusoria di poter allargare progressivamente il potere delle masse lavoratrici senza drammatici strappi sociali. Un'illusione, sulla quale Andreotti ha avuto gioco facile per ricacciare nel suo angolo il PCI.

 

Il punto vero, su cui forse non aveva tutti i torti lo stesso Berlinguer, è capire, una volta costruito il socialismo attraverso tale inevitabile restrizione dei diritti, come far fronte alla condizione dello stato d'eccezione permanente a cui ti sottopone l'imperialismo, riuscendo in pari tempo ad allargare il livello culturale e politico delle masse popolari. Stalin ci è riuscito, ed è per questo che su di lui è stata calata la maggiore quantità di fango, che solo negli ultimi anni la storiografia seria sta provvedendo a rimuovere. Rimangono ancora dubbi sui tempi e le modalità attraverso cui il sistema sovietico si è spento, perdendo il proprio vigore e scadendo in un sistema burocratico in cui la politica diventa un elemento estraneo alla vita del normale cittadino. Le testimonianze della gente comune che ci vengono dal periodo brezneviano sono abbastanza unanimi in tal senso. Forse il problema dipende dall'“imborghesimento culturale” di uno strato più ampio della popolazione, che ha avuto finalmente accesso agli agi concessi da una limitata società dei consumi. Forse però c'è stata una precisa scelta politica, con la quale i dirigenti sovietici hanno accettato, se non incoraggiato, la depoliticizzazione e deideologizzazione delle masse («Il popolo sovietico dovrebbe vivere in pace, così da poter lavorare tranquillamente», L. I. Brežnev, 1964), così da poter governare indisturbati con i “tecnici”, illudendosi del valore politico e classista di certe riforme. Il problema della degenerazione democratica è qui già in nuce, ma non si pone seriamente finché le cose vanno bene e le élite dirigenti riescono a mantenere una certa connessione sentimentale con il popolo. Il problema del rapporto tra partito, istituzioni e popolo però rimane, tanto da diventare particolarmente evidente in URSS proprio nel suo ultimo ventennio di esistenza.

 

Il problema si risolve con il pluripartitismo? Partiti alternativi a quello comunista, che godono di rappresentanza istituzionale, esistevano nella DDR, ed esistono tuttora in Cina, dove partecipano alla vita istituzionale e parlamentare. Non sono invece ammessi a Cuba, dove il partito continua a mantenere una funzione di garante della costituzione socialista. Forse l'esempio di Cuba è il più fulgido nel mostrare le potenzialità democratiche non solo sostanziali ma anche formali offerte dal socialismo. Il problema quindi non è necessariamente il pluripartitismo, cosa non indispensabile, anzi in molti casi deleteria, permettendo la proliferazione di potenti partiti che incarnano gli interessi delle varie correnti della borghesia. Il problema è riuscire a trovare un corretto equilibrio capace di garantire da un lato un principio di meritocrazia (cosa offerta dalla selezione praticata nel partito), dall'altro un principio di controllo popolare. A volte anche “l'avanguardia dei lavoratori” sbaglia, e gli errori si pagano a caro prezzo: le nomine alla segreteria di Gorbacev e Occhetto stanno lì a dimostrarlo. Anche il popolo sbaglia, spesso e volentieri. La storia delle democrazie liberali dell'ultimo secolo sta lì a dimostrarlo. Engels sosteneva negli ultimi anni che il socialismo stesso sia un qualcosa soggetto al divenire e alla rimodulazione dei propri contenuti. Forse il nostro problema è che continuiamo a ragionare in termini puramente formali. Losurdo ha sottolineato la necessità storica e politica di ridimensionare nettamente il ruolo dell'utopia, approdando ad un modello concreto e pratico di socialismo, incarnato in uno Stato di diritto. Uno Stato di diritto espresso in un modello costituzionale, con regole chiare sulla divisione dei poteri e sulla rappresentanza, sono istanze classiche teorizzate dal liberalismo moderno, spesso contestate da Marx e dalla tradizione comunista. In tempi antichi Platone aveva teorizzato la società classista perfetta, al cui vertice stavano i filosofi. Il suo obiettivo era costruire un modello statale che non potesse degenerare, garantendo così il dominio eterno dell'aristocrazia. La democrazia, diceva, conduce inevitabilmente alla degenerazione. Platone era un reazionario, ma non aveva poi tutti i torti, se consideriamo gli esiti delle democrazie moderne. Protagora e Socrate opponevano a Platone l'idea che tutti gli uomini fossero in grado di usare la ragione, disponendo della techne politica, almeno potenzialmente. Un altro dato di indubbia verità, ma è su quel “potenzialmente” che occorre concentrare l'attenzione.

 

Una democrazia socialista non può allora che costruirsi su un paradigma alternativo non solo in senso politico e socio-economico, ma anche culturale. Tale cultura non può però essere generica, ma “sociale”, solidale, liberale e giusta. Un vero liberalismo è però possibile solo per chi accetti il principio di una società socialista, ossia per una società che sia inclusiva verso tutti gli esseri umani, indifferentemente dalla loro etnia, nazione, genere, ecc. Sembra un'affermazione banale ma non lo è. Una democrazia può essere organicamente tale solo quando sia socialista (condizioni di uguaglianza per tutti alla partenza) ma ciò può avvenire solo quando l'intero popolo raggiunga un livello di consapevolezza politica superiore, comprendendo e accettando come la base di partenza più razionale possibile il principio della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Il capitalismo non è mai riuscito a coniugare diritti civili e sociali per tutti. Il socialismo, pur non essendoci ancora riuscito per le lacune note sui diritti civili, ci è però andato molto più vicino, contribuendo peraltro in maniera decisiva alla diffusione della logica dei diritti su scala mondiale. Una democrazia socialista è possibile quando c'è precisa consapevolezza di tutti questi aspetti da parte della totalità del popolo, tale da consentire l'approdo ad un formalismo giuridico nuovo, profondamente interiorizzato e divenuto il tessuto morale di una nazione. In una situazione simile si possono rispolverare le tesi di Marx sull'abolizione dello Stato stesso, e diventa possibile ridimensionare il ruolo del partito comunista in una posizione di marginalità, di controllo politico e di stimolo ideologico. Se invece il socialismo riveste solo la superficie, diventa un abito giuridico esteriore che rischia di venire vissuto come un corpo estraneo, e probabilmente tale è stato vissuto nei paesi socialisti dell'Est Europa. La democrazia socialista è evidentemente impossibile da farsi in tempi brevi, e tantomeno in un costante stato d'eccezione dovuto alla guerra fredda, il che spiega i limiti dell'URSS, che mi sembra si ponga in una condizione di intermezzo tra i due estremi.

Ci sono invece due realtà che mi sembra siano riuscite a costruire una maggiore connessione tra cultura comunista e sentimento popolare: seppur su fronti e in realtà molto diversi questo risultato sembra essersi verificato a Cuba e in Corea del Nord. In quest'ultima realtà, di stampo asiatico, la connessione tra le masse e il socialismo passa per l'immedesimazione del suo stesso leader, secondo una logica che piace poco a noi occidentali, ma che va rispettata, per quanto il principio sostanziale della successione dinastica storicamente sia suscettibile facilmente di degenerazioni. A Cuba la rivoluzione è entrata nel sangue del popolo, anche grazie ai suoi leader carismatici che hanno saputo ridargli dignità e indipendenza, anche nella vita materiale quotidiana, seppur senza eccessi e lussi.

 

La Cina, che una società organicamente socialista ancora non è, non a caso vede ancora il dominio piuttosto netto, per quanto intelligente, del partito comunista e dei suoi leader, godendo di una fortunata serie di leader che hanno evitato la degenerazione avvenuta in URSS dalla dipartita di Stalin. I tempi lunghi programmati per costruire il socialismo riducendo al minimo le contraddizioni fanno pensare che il problema della “democrazia socialista” non sia urgente per i cinesi, anche se prima o poi andrà affrontato. Possiamo immaginare le possibili conseguenze e i conflitti interni che si verificheranno quando i dirigenti più opportunisti e corrotti dovranno cedere il loro potere.

 

Questo ampio excursus ci è servito per riconoscere che Berlinguer aveva ragione nel criticare implicitamente la dirigenza dell'URSS, rea di aver fermato il processo di democratizzazione del regime e di attuare un controllo troppo stringente sulle leadership dei paesi “satelliti” dell'Est Europa. Berlinguer ha avuto però torto nelle modalità con cui ha attuato questa critica, e ha avuto ancor più torto nell'applicazione programmatica della questione democratica al proprio paese. L'URSS degli anni '70, nonostante l'ampia libertà interna di critica e un dissenso ridotto al lumicino, è una società effettivamente molto più democratica di qualsiasi paese capitalistico, lottando attivamente su scala globale contro l'imperialismo occidentale, relativamente democratico internamente quanto rapace esternamente. L'URSS è stato il baluardo della pace, un faro dei diritti che ha illuminato l'intero XX secolo. Alla fine degli anni '70 la lotta contro l'imperialismo non è certamente finita e nonostante le vittorie più appariscenti (Vietnam) continua a giocarsi in ogni angolo del globo, Europa compresa. La politica di Berlinguer si configura oggettivamente come un problema per l'intero movimento comunista internazionale, che ne risulta così notevolmente indebolito, con effetti duraturi che persistono tutt'oggi. La critica di Berlinguer, sbagliata a livello formale e nella concretizzazione a casa propria, era però giusta sul punto in sé: nonostante tutti gli aspetti progressivi sopra citati l'URSS è anche una realtà che ha rinunciato, o non è riuscita, a far crescere il livello politico delle masse. Questo deficit, unito alla degenerazione interna del partito, ha così costituito una delle cause strutturali del crollo della società socialista, che ha organicamente bisogno di un homo novus, di uno “zôon politikòn” (animale sociale, Aristotele). Se non comprendiamo questo punto non possiamo capire perché la stragrande maggioranza della popolazione ancora nel 1991 voti a favore della prosecuzione dell'URSS, senza però trovare la forza e le energie per mobilitarsi seriamente in sua difesa.

 

C'è un ultimo punto, che trascende la questione Berlinguer, ma che chiude la questione della democrazia socialista. Siamo partiti parlando della democrazia diretta dei soviet, scontratasi con il primo esito delle urne. Oggi i mezzi tecnologici odierni, e le sfide poste dalla modernità, permettono di porre la questione dell'effettiva praticabilità della democrazia diretta. La rapidità della comunicazione e la presenza diffusa di strumenti informatici rendono in effetti possibile consultare il popolo costantemente in maniera pratica e semplice. Basta un click per esprimersi su una data questione. Il principio di fondo di questa filosofia è oggi fatto proprio dal M5S, che però non ha evidentemente chiaro il problema dell'educazione e dell'elevamento politico delle masse (oltre che di se stessi), e rifuggendo la funzione positiva e formativa del dialogo e della discussione “fisica”, ha così dilapidato nel giro di un paio di anni la metà dei consensi elettorali accumulati in una decina d'anni. Un errore tipico da principianti dirà qualcuno, che però ci aiuta a identificare non solo criticità ma anche idee positive per il futuro.

 

Se andassimo al potere come faremmo funzionare la vita politica? In una società organicamente socialista è giusto pensare che l'intero popolo possa esprimersi sulle principali questioni politiche con un semplice click, una volta al mese, o addirittura una volta alla settimana? “Se avete bisogno di un tavolo non ve lo fate certo voi, andate da un falegname”, direbbe Socrate. Se abbiamo bisogno di leggi avremo certamente sempre bisogno di un ceto politico di professionisti e giuristi, che indichino la via da seguire e identifichino l'agenda delle questioni da affrontare. In una democrazia liberale ciò viene sostanzialmente svolto dai partiti borghesi nell'interesse pubblico prevalente di una minoranza. In una dittatura del proletariato ciò viene sostanzialmente svolto dal partito comunista nell'interesse pubblico di una maggioranza. In una società organicamente socialista ciò potrebbe essere svolto effettivamente dal popolo stesso nel proprio interesse. Per fare questo però serve prima prendere il potere, riformare completamente la società, le sue strutture economiche, politiche, culturali, sociali, stravolgere i programmi pedagogici, tesi tutt'oggi a costruire sudditi piuttosto che menti critiche. Insomma serve una rivoluzione, e serviranno molte generazioni capaci di realizzare un nuovo grande illuminismo, in cui la razionalità tinta di rosso non sia prerogativa solo di una minoranza, ma di un intero popolo. Preliminare a tutto ciò è però la necessità di costruire il partito comunista che abbia preso consapevolezza dei limiti del berlinguerismo e della via italiana al socialismo, altrimenti si ragiona solo in astratto e si perde tempo a tinteggiare ricette per l'osteria dell'avvenire.