Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Il coronavirus e l’illegittimità dello Stato

di Rafael Ballen Molina

Docente universitario e scrittore colombiano; già magistrato presso il Tribunale Superiore di Bogotà; segretario generale del Fondo per lo Sviluppo Rurale. Teorico della scienza dello Stato

e studioso della corruzione nelle differenti istanze del potere e a livello sociale.

Con questo articolo il professor Ballen Molina inizia a collaborare a “Cumpanis".

traduzione di Nunzia Augeri

Introduzione

 

Il problema dello Stato non è propriamente dello Stato, bensì di coloro che operano dietro ad esso, mossi da propri interessi e passioni. Sulla base di questa premessa, la pandemia del coronavirus, all’inizio di questo terzo decennio del XXI secolo, ha messo in evidenza non tanto l’illegittimità dello Stato quanto l’illegittimità dei governi. Anche se tutto ciò che lo ha preceduto non è stato precisamente legittimo, quel che accade oggi mette a nudo la crisi del capitalismo nella sua fase neoliberale, con il gigantismo del mercato e la riduzione dello Stato alla sua minima espressione, ma sempre al servizio di chi ha di più. «La prima lezione del virus – dice Noam Chomsky – è che siamo di fronte a un ulteriore enorme fallimento della versione neoliberale del capitalismo».

Le immagini che hanno fatto il giro del mondo mettono a nudo i governi, che sono a loro volta i portavoce del capitalismo neoliberale: strade e centri per anziani pieni di morti senza che una qualsiasi autorità provveda a raccoglierli; camion che trasportano i cadaveri, senza alcuna persona cara che li accompagni col pianto e le preghiere; fiumane di poveri che affollano strade e piazze, sotto i palazzi governativi, reclamando il minimo vitale; medici e personale sanitario privi dei minimi elementi di protezione per non contagiarsi.

Di fronte a queste immagini, che deprimono e indignano, sorge una tempesta di domande: dove sono i governi che risolvano questi problemi? Dove stavano negli ultimi quarant’anni, che non si sono preparati a dare salute, cibo e tetto alla popolazione dei rispettivi paesi? Quale è il grado di legittimità dei super-Stati e dei loro governanti, che sfruttano la pandemia per minacciare l’invasione degli Stati più piccoli? Che legittimità hanno tutti i governi locali – regionali, provinciali, comunali – che sfruttano la miseria provocata dalla pandemia per arricchirsi con contratti milionari?

Sulla stessa pandemia, sulle sue origini, sui danni e i metodi per combatterla, sulle sue conseguenze, sulla crisi che ha provocato e i cambiamenti necessari, le reti, i computer, i giornali e le riviste sono stati inondati con migliaia di articoli, studi e monografie. In questo dialogo intervengo anch’io per esprimere qualche idea circa lo Stato, l’illegittimità dei governanti e i cambiamenti che si avvicinano. Il primo e più importante di tutti i cambiamenti consiste nel separare il pubblico dal privato. Se non lo si fa, ridurre la disuguaglianza resta un’utopia.

 

 

 

A che cosa serve lo Stato?

 

Lo Stato è stato fondato per soddisfare le necessità degli associati. L’elaborazione teorica più profonda sulla formazione dello Stato l’ha fatta Platone nel dialogo la Repubblica nel IV secolo prima della nostra era. Platone è il primo che parla della necessità che hanno gli uomini di risolvere i loro problemi e dell’utilità derivante dalla creazione della società e dalla fondazione dello Stato. «Quando un uomo si associa con un altro – dice Platone – per una necessità, con un altro per un’altra necessità, dato che le necessità sono molte, arrivano a riunirsi in un solo luogo molti uomini per associarsi e aiutarsi. A questo luogo daremo il nome di Stato». E conclude: «Vediamo come si forma lo Stato fin dall’inizio, anche se a quanto pare sono le nostre necessità che lo formano».

E il filosofo ateniese continua menzionando le diverse necessità della sua epoca: «La prima e più importante necessità è l’approvvigionamento di cibo per vivere. La seconda necessità è l’abitazione, e la terza gli abiti e simili». Aggiunge poi le calzature, la cura del bestiame e l’importazione di merci. Qui arriva a un’altra conclusione, muovendo i primi passi teorici della globalizzazione, che ovviamente esisteva già allora. «Perciò nel paese si devono produrre non solo i beni sufficienti per la propria gente, ma anche i beni del tipo e nella quantità necessari per coloro con cui si svolgono degli scambi».

Ai tempi di Platone lo sviluppo della società era già molto avanzato, e le necessità erano corrispondenti. Ma, a parte il cibo e il riparo, per migliaia di anni prima di Platone gli uomini avevano avuto altre necessità primarie, come la comunicazione, la collaborazione per la caccia, la raccolta di frutti e la difesa dagli animali selvaggi. Procedendo insieme, uomini e donne, risolvendo le urgenze di ogni momento con un processo di divisione del lavoro e di selezione culturale, è sorto lo Stato. Fin qui tutto bene: lo Stato come strumento per soddisfare le necessità generali di tutti gli associati. Il problema è sorto il giorno in cui un pugno di farabutti e impostori, con un qualche pretesto – in nome di Dio, dei padroni della terra, del commercio, dell’industria, del mercato, della banca – hanno dato la scalata allo Stato e lo hanno posto al proprio servizio.

Oggi le necessità dell’uomo sono talmente aumentate che per soddisfarle la divisione del lavoro conta più di 20.000 mestieri. Le necessità vanno dalla protezione della vita, della dignità e della libertà dell’uomo fino alle più innocue e superflue. L’argomento della necessità formulato a suo tempo da Platone è stato ripreso da tutti i filosofi attraverso i secoli e oggi si accetta senza alcuna discussione che è quella la finalità dello Stato. Sorgono allora due questioni: a che cosa serve realmente lo Stato? E i governi di oggi riescono a soddisfare i bisogni più urgenti dell’umanità?

La risposta alla seconda domanda è alla vista di tutti: i governi non sono stati capaci di soddisfare le necessità di base delle persone. Anzi, man mano che la società si evolve, che gli Stati crescono e si burocratizzano, i problemi aumentano, e quando l’equilibrio biologico si spezza e sorge una minaccia all’esistenza della specie umana – come oggi il coronavirus – l’illegittimità dello Stato e dei suoi governanti diventa enorme e ben evidente, come se un asteroide fosse caduto sotto i nostri occhi.

Perché i governi sono incapaci di risolvere i problemi generali, le necessità di tutti? Perché sono occupati ad aumentare la ricchezza di coloro che più hanno, usando le istituzioni dello Stato per privatizzare ciò che è pubblico e reprimere qualsiasi voce si levi contro questo assurdo.

 

 

 

Prima

 

Crisi del capitalismo e illegittimità dello Stato

 

Il primo giorno della pandemia di coronavirus lo Stato è stato colto, fra l’altro, da almeno quattro crisi. In primo luogo, una crisi sanitaria, in quanto il sistema di sanità pubblica è stato trasformato in affare privato e «nessuno Stato al mondo era preparato ad affrontare un’aggressione sanitaria di queste dimensioni». A questa affermazione della dottoressa Lina Saucedo bisogna però opporre tre eccezioni: Cuba, Vietnam e Cina. Per questi tre paesi la salute è una priorità. Perciò, malgrado l’improvvisa comparsa della pandemia, questa è stata rapidamente posta sotto controllo. In secondo luogo, una crisi economica, giacché ha dovuto indirizzare ingenti risorse finanziarie a scopi non previsti, per organizzare rapidamente posti letto e terapie intensive per curare migliaia di malati. In terzo luogo, una crisi climatica, data la dipendenza dai combustibili fossili che hanno inquinato l’ambiente. “La scienza ci mette in guardia circa il ruolo della deforestazione nella trasmissione di malattie infettive”. In poco più di dieci anni il pianeta ha perso 3,3 milioni di chilometri quadrati di foreste. Ma la crisi maggiore è quella di legittimità.

Il governo di uno Stato ha la sua legittimità quando riesce a convincere i membri della società a rispettare il sistema politico e le autorità senza ricorrere alla forza. Le motivazioni collettive sono di tre tipi: convinzione nella validità dell’ordinamento legale, nell’efficacia dei diversi rami dei pubblici poteri, nella buona qualità dei governanti. Queste motivazioni collettive non ci sono state negli ultimi vent’anni del XX secolo e nei primi del XXI. Ci sono state invece manifestazioni di massa in tutto il mondo, da parte di diversi settori sociali, specialmente giovani e studenti, che chiedevano ai governi il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.

La Bibbia definisce i peccati capitali come quelli che a loro volta originano altri peccati: “Si chiamano capitali – dice il testo biblico – perché sono fonte o radice di altri peccati”. Sono sette: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. I governanti di oggi, come quelli degli ultimi cinquemila anni, li hanno praticati tutti, ma ai peccati biblici ne vanno aggiunti altri quattordici: povertà, fame, malattie, disoccupazione, la grande città e la solitudine, la violazione dei diritti umani, la distruzione dell’ambiente, la burocrazia, la guerra, l’abuso della pubblicità, la corruzione, la perdita di sovranità, la complicità con mafia e gangster, l’abuso del linguaggio.

La povertà porta con sé fame, malattie e disoccupazione. E inoltre contro i poveri si accaniscono anche gli eventi naturali, come terremoti, inondazioni, incendi e poi anche il virus. Ma il fatto che più offende i poveri è l’ingiusta distribuzione della ricchezza e la concentrazione di beni nelle mani di un numero sempre minore di persone e gruppi economici. Chema Vera, capo della Ong Oxfam, nota che «nella congiuntura attuale distogliere lo sguardo dal dramma vissuto dai poveri del mondo equivale a spararsi non in un piede ma nel petto». E la relazione annuale del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD) segnala che al mondo ci sono 300 milioni di poveri, e la metà sono bambini.

Della insufficienza di cibo e della fame ha parlato 220 anni fa Thomas Robert Malthus, quando mise in allarme tutto il mondo con il suo famoso Saggio sul principio di popolazione (1798). A quel tempo il mondo non arrivava a 900 milioni di abitanti. Malthus afferma testualmente: «La capacità di crescita della popolazione è infinitamente superiore alla capacità della terra di produrre alimenti per l’uomo». Lasciando le speculazioni di Malthus e atterrando nel mondo di oggi, la FAO sostiene: «La fame sta sempre più aumentando e si sono persi anni di progresso… La minaccia di non poter avere un pasto al giorno grava sul 26,4% della popolazione mondiale». Di fronte a questa realtà bisogna formulare qualche domanda: il nostro pianeta quanti esseri umani può alimentare? La causa della fame risiede davvero nell’incapacità della terra a produrre gli alimenti necessari? Gli alimenti vengono distribuiti con equità?

Secondo la FAO, è pienamente dimostrato che le risorse della terra, nella loro totalità, possono nutrire tutti i suoi abitanti. Bisogna quindi cercare altre cause della scarsezza di cibo, che può avere due ragioni. Anzitutto, i procedimenti con cui si usa la fame come arma politica per assoggettare i popoli o per allontanarli dalle loro sedi. Bloccare il rifornimento di cibo, impossessarsi dei granai del nemico, assediare i popoli, sono tattiche potenti per vincere un confronto politico. La seconda ragione è la diminuzione reale di alimenti, che deriva da un fatto certo: l’uomo si dedica sempre più alla speculazione e sempre meno alla produzione oggettiva di beni. Di fronte a questa realtà, il Programma mondiale dell’alimentazione (PMA) segnala che il coronavirus farà morire di fame 265 milioni di persone, cioè 100 milioni più che l’anno scorso.

Perché le malattie vanno di pari passo con la povertà? Perché lo stato di salute di una persona dipende sempre da tutti gli altri fattori sociali: età, genere, etnia, classe sociale, cultura e sviluppo. Per esempio gli anziani e i poveri sono più inclini ad ammalarsi. La povertà in sé significa malnutrizione, abitazioni antigieniche, senza aria, luce e temperatura adeguata, meno controlli medici, maggior propensione alla tensione e alla violenza. Secondo l’OMS i settori più vulnerabili della popolazione sono più soggetti alle seguenti malattie: influenza pandemica, colera, difterite, malaria, meningite, febbre gialla, catastrofi naturali, malnutrizione e intossicazioni. E c’è un dato ancor più allarmante: i quattro quinti della popolazione mondiale non ha accesso ad alcuna forma di cura medica. I servizi di sanità pubblica dei 67 paesi più poveri spendono per la salute meno di quanto le nazioni più ricche spendono per soli tranquillanti.

La disoccupazione è un altro peccato capitale del capitalismo. In base a uno studio dell’Organizzazione mondiale del lavoro (OIL) sono disoccupate 200 milioni di persone, e nel 2020 possono sommarsi altri 2,5 milioni. Ma i sottoccupati possono essere circa 400 milioni. E questi dati non tengono conto degli effetti del coronavirus, che quest’anno potrebbe aumentare la cifra dei disoccupati di altri 25 milioni.

Circa la grande città si può constatare che a fianco dei molteplici vantaggi che l’uomo trova nella metropoli, si trovano anche i gravi problemi che fanno perdere legittimità ai governi di oggi. Nei grandi centri urbani la concentrazione della ricchezza, nelle sue diverse manifestazioni, diventa sempre più arrogante e umiliante. Ma la maggior disgrazia della grande città non consiste nella discriminazione sociale ed economica e nell’aumento delle disuguaglianze sociali, bensì nel mancato riconoscimento della dignità dell’essere umano, la quasi scomparsa dei valori comunitari e il peggioramento della qualità della vita. Un grande paradosso: nella grande città, l’uomo condivide la superficie urbana con cinque, dieci o più milioni di persone, ma si trova nella più assoluta solitudine.

Più lunga è la lista dei diritti umani riconosciuti dagli organismi internazionali, più lungo è il racconto delle violazioni e più numerose le vittime. Dall’Alaska alla Patagonia e dal sud dell’Africa all’est dell’Europa, ovunque si trovano genocidi, torture, assassini, trasferimenti forzati, mutilazioni, la privazione ingiusta della libertà, sofferenze e afflizioni dei poveri; di coloro che la pensano diversamente, perché hanno religione, razza o politica diverse da quella del tiranno di turno e del suo esercito. Se non si ha neppure diritto alla vita, ancor meno si avrà diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione, alla salute, ad appartenere a un partito politico o ad avere un ambiente fisico e sociale adatto: si può scrivere tutto questo sulla carta, ma la realtà è diversa. Nessun governo che eserciti o permetta la violenza e il terrore contro il popolo può avere alcuna legittimità.

Uno dei diritti umani fondamentali è precisamente il diritto a un ambiente sano. È forse il meno rispettato, perché stiamo continuando una folle e cieca corsa alla produzione di composti chimici non biodegradabili. “Sia i cittadini che i governanti e gli scienziati che considerano il cambiamento climatico prodotto dall’uomo come il più grave problema del pianeta, sia quelli che ne negano l’esistenza, sono stati testimoni e vittime delle tragedie causate dalla variabilità climatica registrata dal 1992, anno in cui i capi di Stato del mondo hanno firmato la Convenzione sul clima”. I capi di Stato firmano gli accordi, poi i governi non fanno altro che concedere licenze alle grandi multinazionali che distruggono il pianeta sfruttando al massimo le risorse naturali.

L’illegittimità del capitalismo come gestore dello Stato viene accentuata dall’azione della burocrazia, che non si occupa di alcun grave problema della società: né la crescita anarchica delle grandi città, né l’aumento della popolazione e la morte per inedia di molte persone, né la violazione dei diritti umani, né la guerra e i trasferimenti forzati, né gli abusi della pubblicità. Niente di tutto ciò rappresenta un problema ai suoi occhi. La preoccupazione della burocrazia consiste nell’autoconservazione: aggrapparsi all’apparato burocratico, far finta di muovere incartamenti e dossier da una parte all’altra e ricevere inesorabilmente lo stipendio a fine mese. Questa è la maggiore preoccupazione del burocrate. La seconda consiste nel cercar di ottenere una promozione, e continuare a oltraggiare, umiliare e manipolare la società locale, regionale o globale.

Le prime righe del Preambolo della Carta delle Nazioni Unite dicono che «Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità … abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini». Malgrado i generosi propositi per la vita dei popoli, oggi le guerre in atto rendono illegittimo il capitalismo, e ancor più le guerre intestine, come in Colombia. Qui i governi, al servizio del capitalismo neoliberale, invece di soddisfare le necessità fondamentali delle famiglie, spendono buona parte del bilancio statale per l’acquisto di armi da rivolgere contro il popolo.

Perché il cattivo uso della pubblicità è uno dei peccati capitali, che rendono illegittimi i governi e gli Stati? Semplicemente perché quando si usa malamente la pubblicità non si trasmette la verità bensì l’inganno: la verità viene creata, fabbricata o modificata in maniera artificiale. Abili nelle tecniche di comunicazione di massa, i signori del mercato e i loro servi, i pubblicitari, lavorano per vendere un prodotto, una marca, ma anche un candidato al governo o al parlamento. E quanto peggiore o sconosciuto sia il prodotto o il candidato, maggiore sarà la creatività pubblicitaria messa in atto per venderlo. Il pubblico percepirà così una realtà manipolata in modo da apparire una verità oggettiva, che crea una spinta compulsiva all’acquisto. Gran parte di questa spinta al consumo viene costruita ad arte, usando valori culturali e insinuando nella mente dell’utente dei messaggi promozionali attraverso periodici, riviste, musica popolare, radio, televisione e reti sociali.

La corruzione delegittima i governi neoliberali perché si trova incrostata nel nucleo dell’alta burocrazia, da cui si dirama e si diffonde ai livelli amministrativi minori. La corruzione, che oggi si definisce la pandemia dell’amministrazione, è un atto illegale, illecito e illegittimo, per mezzo del quale una persona, al servizio dello Stato o di un’impresa privata, cerca di ottenere un risultato o una decisione che soddisfi le sue ambizioni politiche o economiche. La corruzione viene ad essere così il materializzarsi di un proposito deliberato di ottenere un vantaggio personale sulla base di una carica o di una posizione di privilegio che si occupi. Sono sempre necessarie due parti: si tratta di una controprestazione fra chi corrompe e chi si lascia corrompere.

Oltre a tutti i problemi precedenti, lo Stato sta perdendo la sovranità. La sovranità oggi risiede nel mercato e nel potere delle multinazionali, mentre lo Stato come espressione del potere nazionale è sempre più svilito. La sovranità dello Stato è una menzogna, dato che il potere sta nelle mani dei signori del mercato; tanto più nei paesi poveri, che hanno due padroni: il grande impero militare e politico degli Stati Uniti e i conglomerati economici delle multinazionali, che pervadono tutto il mondo, corrompono i governi e si comprano i parlamenti per impadronirsi delle imprese pubbliche e ottenere leggi con cui poter spremere dai popoli fin l’ultima goccia di sudore e di sangue.

Il tredicesimo peccato capitale è la cooptazione dello Stato da parte di famiglie, club, monopoli economici, mafie e gangster. È una regola universale, con assai poche eccezioni. In Colombia, dalla metà del sesto decennio del XX secolo, la mafia del narcotraffico e i paramilitari sono penetrati in tutti i settori della società e a tutti i livelli dello Stato. Nessun settore del grande capitale ha evitato di trarre benefici dagli affari con le mafie del narcotraffico. È impossibile stabilire una graduatoria, ma tutti a gara si disputavano i dollari più o meno convertiti in pesos. Tutto il sistema bancario e finanziario è stato forse il primo ad accorrere per ricevere tonnellate di denaro. Tutte le autorità avevano a che fare in qualche modo con Pablo Escobar – esercito, polizia, giudici, magistrati, ministri, organi di controllo, legislatori – e tutti gli sono andati appresso, ma per lasciarlo agire liberamente e approfittare del suo denaro. I rappresentanti dell’autorità che in esigua minoranza hanno investigato sui suoi crimini e i pochi che hanno fatto opposizione politica o sociale sono stati tutti assassinati.

 

L’abuso del linguaggio

 

Se all’inizio del XXI secolo allo Stato, cooptato dal capitalismo neoliberale, restava ancora qualche briciola di legittimità, questa è sparita totalmente con l’abuso del linguaggio, che è il quattordicesimo peccato capitale. Alla fine del XX secolo, il filosofo e linguista Noam Chomsky si è impegnato a studiare il linguaggio e la conoscenza nell’opera di Platone. L’ateniese, che non solo è il teorico politico per eccellenza, si occupa anche del linguaggio: sei dei suoi dialoghi trattano questa materia, Eutidemo, Teeteto, Il sofista, Gorgia, Fedro e Cratilo. In quest’ultimo Platone parla del linguaggio come di un problema della conoscenza, riferendosi all’adeguamento del linguaggio alla realtà, e dimostrando che il problema reale non è linguistico bensì epistemologico: non si tratta di esattezza del linguaggio in generale, ma di esattezza dei nomi.

Secondo Platone la parola è solo uno strumento, un veicolo, un mezzo per trasmettere la conoscenza, le idee, gli affetti che ogni essere umano custodisce nella sua mente, nella sua anima. Se la sua intelligenza non funziona correttamente, la sua parola diventerà distruttiva: per ambiguità, per complessità delle idee, per la rabbia o la menzogna. Queste due passioni sono le più pericolose: con la rabbia si distrugge la persona amata, con la menzogna e l’inganno si distruggono i popoli. Quando gli uomini in mala fede trasmettono menzogne, a forza di ripeterle essi stessi finiscono per credere alle proprie bugie. Esattamente quello che hanno fatto Bush, Blair e Aznar con la storia delle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein per giustificare l’invasione dell’Iraq.

Se gli uomini e le donne non si capiscono non è per colpa delle parole, bensì per il cattivo uso che ne fanno. Nel mondo politico uno dei modi per distruggere il dissidente, il contestatore, è di assegnargli un nome, un epiteto, che di fatto lo stigmatizza. Nelle varie epoche della storia, coloro che si sono impossessati delle leve del potere e degli Stati hanno fatto ricorso a determinate parole per stigmatizzare ed escludere quelli che non accettano supinamente i loro punti di vista: pagano, eretico, comunista, terrorista, di sinistra.

Il coronavirus è servito anche per svelare le finalità dei grandi uomini del nostro tempo – o forse meglio i grandi banditi – che tentano di cambiare il nome alle cose perché non indichino la realtà ma perché dicano qualcosa di diverso. Ci sono tre casi molto eloquenti, Johnson, Trump e Bolsonaro. I tre si sono sforzati di cambiar nome al coronavirus – banale influenza, raffreddore – per togliere virulenza alla pandemia, e non danneggiare i loro interessi economici o politici. Prima della comparsa del coronavirus i tre e altri cinquanta governanti di altrettanti paesi, con i rispettivi mezzi di comunicazione, avevano fatto ogni sforzo per imporre una parola a tutto il mondo e cambiare così la realtà: volevano far credere che un ragazzotto amico dei paramilitari colombiani fosse il presidente del Venezuela.

I governanti e le élites della Colombia sono campioni nella mistificazione del linguaggio. Fra il 2002 e il 2010 si è fatto un abuso particolare di questo strumento. A un esercito paramilitare che fiancheggiava le élites governative e le truppe dello Stato – per rubare la terra ai campesinos, assassinarli, cacciarli via o farli sparire, e per eliminare intellettuali, insegnanti, sindacalisti, ricercatori e civili – si è dato il carattere di movimento politico, come se fosse una guerriglia, ben sapendo che gli insorti hanno un obiettivo opposto: lottare contro lo Stato, le sue élites e il suo governo, per favorire cambiamenti strutturali.

Anche il nome dei partiti politici costituisce un abuso, inteso a confondere e ingannare: una truffa ai suoi militanti e alla società in generale. Come osano etichettare un partito di estrema destra con il nome di Centro Democratico?! La cosa è tanto più manifesta in quanto nel simbolo c’è solo il profilo del suo fondatore, caudillo e capo eterno. Un altro gruppo di persone, anch’esso di destra, con il più manifesto abuso del linguaggio, dà al proprio partito il nome di Cambiamento Radicale, quando non è nessuna delle due cose, bensì tutto il contrario, cioè la garanzia del più puro statu quo.

Oggi si ritorna a quegli anni disgraziati e si pretende di trasformare il Centro di Memoria Storica, che ha il compito di tramandare la memoria delle vittime, in portavoce dei loro carnefici. Cioè mettere una cosa del tutto contraria alla parola che vi sta scritta: dove c’è la parola vita, mettere un cadavere, dove c’è la parola notte disegnare un sole, dove c’è la parola pace mettere un mitra. Per questo compito hanno scelto un uomo di cultura, Dario Acevedo, il quale ha perso ogni credibilità di fronte all’opinione pubblica. Ma essendo un uomo intelligente, si è assunto il ruolo di vittima e dice: “Mi hanno trattato praticamente come un eretico”. Certo che non è un eretico, ma il compito che deve svolgere per ubbidire a Uribe/Duque è tale da renderlo il più volgare degli eretici.

 

 

 

Dopo

 

I cambiamenti che si avvicinano

 

Nessun evento naturale di grande portata, come una pandemia, lascia l’umanità nelle condizioni precedenti. Qualche segno resta sempre, e quello che stiamo vivendo oggi non sarà un’eccezione. Una rapida scorsa sulle conseguenze che le diverse epidemie storiche hanno avuto sulle società della loro epoca può servire per illustrare i cambiamenti che la crisi di oggi può provocare.

La peste più antica di cui si ha notizia è quella contemporanea alla guerra di Troia, circa nel 1.200 prima della nostra era. Di quella peste non si sa esattamente quali cambi abbia prodotto. Secondo il testo omerico, Apollo, “irritato contro il re, suscitò una peste maligna nell’esercito, e i soldati morivano”. Ma la peste prestò un aiuto ai Troiani, secondo questo verso: “La guerra e la peste insieme piegheranno gli Achei”.

Una seconda peste dell’antichità è quella narrata da Tucidide nella sua Guerra del Peloponneso. Fu la peste di Atene, che entrò nella città attraverso il porto del Pireo, introdotta dai marinai di qualche nave. Ebbe origine in Etiopia, passò in Egitto e poi in Libia: «I medici non potevano fare nulla perché ignoravano quella malattia che si presentava per la prima volta; al contrario, erano loro stessi i primi colpiti in quanto erano quelli che più si avvicinavano ai malati».

Anche Tucidide si ammalò e così descrive i sintomi: «Una intensa sensazione di calore nella testa con arrossamento e infiammazione degli occhi, venivano poi colpite la faringe e la lingua, la respirazione diventava irregolare e l’alito diventava fetido. Dopo questi sintomi sopravvenivano starnuti e raucedine, poi il male scendeva al petto accompagnato da una tosse violenta, e quando arrivava allo stomaco lo rivoltava e sopravveniva il vomito con tutte le secrezioni di bile spiegate dai medici, con un terribile malessere». I sintomi potevano includere diarrea e disturbi agli organi genitali, alle mani e ai piedi. «Alcuni perdevano anche la vista. Altri che guarirono furono vittime di una amnesia totale, non sapevano più chi erano e non riconoscevano i propri familiari». Due dettagli ulteriori. In primo luogo, «la malattia non si estese al Peloponneso, ma imperversò soprattutto ad Atene». E poi l’epidemia durò due anni: 430-429 prima della nostra era, si calmò per circa diciotto mesi per poi risorgere con maggior forza nel 427.

Che conseguenze produsse la peste di Atene? Secondo la descrizione di Tucidide i cambiamenti furono di tipo sociale, morale e penale. Dal punto di vista sociale, i poveri, che erano la maggioranza, appena moriva un ricco si impadronivano dei suoi beni. Ciò costituiva una immoralità, secondo l’autore. «L’epidemia portò in città una maggiore immoralità. La gente osava più facilmente compiere azioni che prima preferiva nascondere, dato che vedevano come rapidamente girasse la fortuna, giacché i ricchi morivano improvvisamente e i poveri diventavano ricchi con i beni di quelli. Volevano gli agi e i vantaggi subito, giacché sapevano che anche la loro ricchezza era effimera».

Nella storia ci imbattiamo poi nella peste di Giustiniano, che colpì l’impero bizantino fra gli anni 541 e 750 della nostra era, provocando fra 25 e 50 milioni di morti. La pandemia fu ricorrente nei porti del Mediterraneo, fin verso l’anno 750. La causa più accettata fu la peste bubbonica, che più tardi, nel XIV secolo, avrebbe causato la peste nera. Uno studio realizzato nel 2011 indica che si tratta di agenti patogeni diversi, ma secondo altri studi entrambe le due malattie sarebbero varianti della peste bubbonica ma provenienti da ceppi diversi.

La peste di Giustiniano comportò conseguenze catastrofiche per l’impero bizantino, che in quel periodo era impegnato in vari conflitti bellici. Diminuì il gettito delle imposte perché la gente restò in povertà; le attività commerciali restarono paralizzate e grandi insediamenti e nuclei urbani furono devastati, al pari di estese zone agricole, che erano vitali per lo sviluppo dell’impero. Il ratto nero, uno dei vettori principali dell’epidemia, veniva attratto dalle coltivazioni e dai granai dove si conservavano i raccolti. La gente per paura del contagio abbandonò coltivazioni e bestiame, e i campi restarono incolti. L’impero perse fra il 13 e il 26% della popolazione, e nel VI e VII secolo molte città restarono disabitate. L’epidemia contribuì al declino dei mercati urbani e alle difficoltà di comunicazione con l’Asia minore, dove si trovavano le zone più ricche dell’impero. Le città non furono più sicure, dato che l’impero non riuscì a contenere le invasioni come prima dell’epidemia.

Dopo otto secoli – nel 1341 – comincia in Asia e si diffonde in Europa la peste nera (yersinia pestis) attraverso le rotte commerciali, con i marinai come portatori. Si stima che dal 1341 fino alla metà del secolo siano morte circa 25 milioni di persone in Europa, cioè fra il 30 e il 60% della popolazione europea, e circa 60 milioni in Africa e Asia. Alcune località restarono totalmente spopolate e i pochi sopravvissuti fuggirono, portando la malattia fino nei luoghi più lontani. La grande perdita di popolazione comportò grandi cambiamenti economici, con un incremento della mobilità sociale. I contadini – debilitati dalla malattia – abbandonarono le loro terre, provocando la contrazione delle aree coltivate in Europa, il che comportò a sua volta la riduzione della produzione agricola. La scarsità di manodopera fece scattare l’innovazione e contribuì a porre fine al medioevo: gli studiosi marxisti attribuiscono alla peste nera la crisi del sistema feudale in Europa.

In questi giorni si è parlato molto della pandemia che sopravvenne 577 anni dopo la peste nera: quella della cosiddetta spagnola. Il malato zero di quel virus fu Gilbert Mitchell, cuoco di Fort Riley nel Kansas, Stati Uniti, che entrò in ospedale il 4 marzo 1918. La peste si diffuse fino al 1920 ed arrivò in Europa via Francia, con le truppe statunitensi della prima guerra mondiale. Gli studiosi non sono d’accordo sul numero di morti, ma lo pongono fra i 40 e i 100 milioni di persone. La pandemia produce cambi immediati in politica, e il primo è la censura della stampa. Né gli alleati né i tedeschi volevano allarmare le proprie truppe, per cui proibirono di dare informazioni, e dato che la Spagna era neutrale, fu quello il paese che cominciò a darne notizia: da lì il suo nome. La pandemia provocò anche un cambiamento di medio termine: l’invenzione del vaccino antinfluenzale. I primi studi cominciarono nel 1931 e al vaccino si arrivò negli anni 40, al tempo della seconda guerra mondiale.

Cento anni dopo la spagnola, il coronavirus ci fa vivere isolati, ci spaventa e ci fa esclamare che dopo questa pandemia il mondo non sarà più lo stesso. È questa l’opinione generale. “È l’opportunità perfetta per cambiare rotta”. “Una società così a lungo termine non può funzionare, il coronavirus lo sta dimostrando”. “Sono convinto che dopo questa storia una persona non può essere la stessa. È un segno indelebile”. “La conseguenza più strutturale della pandemia sarà il ritorno dello Stato come attore fondamentale della società”. “Il coronavirus riuscirà a far cambiare l’atteggiamento dei leader politici del mondo che non vogliono sentir parlare di cambiamento climatico oppure modificherà la posizione etica inaccettabile di alcuni presidenti, come Trump o Bolsonaro, che ne negano l’esistenza?” “Qualcosa ci sta dicendo che è necessario cambiare e che il cambiamento deve includere e proteggere tutti quanti”. “Nulla sarà più come prima… Un sistema sanitario come quello colombiano dovrà subire un cambiamento radicale”.

Ci sono persone meno ottimiste che segnalano che “quando usciremo dal coronavirus saremo più che mai nelle mani dei banchieri, esposti ai loro abusi di potere”. Infine ci sono anche politici che elaborano concretamente dei cambi: “Dopo tutto questo, la legge 100 deve sparire, dobbiamo costruire un sistema forte di sanità pubblica. Questo non sarà l’ultimo virus e non ci saranno mai più le condizioni di normalità che avevamo prima. Dobbiamo vivere in un’altra maniera”.

Il filosofo Edgar Morin sembra un poco perplesso, e dice che quel che si vive oggi è una crisi antropologica, ma finché la pandemia non finisce non si possono predire delle soluzioni. «Viviamo in uno stato di interdipendenza generalizzata, una comunità di destini senza solidarietà… Ognuno di noi porta in sé l’ignoranza, lo sconosciuto, il mistero, la follia, la ragione dell’avventura più che mai incerta, più spaventosa e più che mai esaltante». Ma ci sono anche dei filosofi più ottimisti, per i quali i cambiamenti sono vicini. Solo tre, per non appesantire con tante citazioni: quello che si è fatto passare per editorialista del Washington Post, Serge Halimi e Paul Mason.

L’editorialista del Washington Post è molto radicale e pone l’alternativa senza mezzi termini: «O muore il capitalismo selvaggio o muore la civiltà umana… La danza del capitalismo selvaggio sta lasciando dietro di sé la distruzione accelerata delle risorse naturali del pianeta… La nuova pandemia ha fatto cadere il velo delle illusioni e ha tolto il trucco ipocrita della civiltà… perché i sistemi sanitari sono spirati fra le braccia del capitale privato, che della salute ha fatto una merce… La realtà ha cancellato l’effetto anestetico del capitalismo selvaggio e ha gettato le carte in tavola. È giunta l’ora di ripensare e umanizzare questo modello economico».

Il direttore di Le Monde Diplomatique, Serge Halimi, propone un’immediata coalizione di rottura con il capitalismo: «Quando questa tragedia sarà superata, tutto tornerà ad essere come prima? Ognuna delle crisi che si sono succedute negli ultimi trent’anni ha alimentato la speranza irrazionale di una presa di coscienza, di un ritorno alla ragione, di un freno… È meglio non continuare a dipendere dai governi responsabili della catastrofe… Il protezionismo, l’ecologia, la giustizia sociale e la salute sono tutti elementi reciprocamente solidali, e sono fondamentali per una coalizione anticapitalistica abbastanza forte da esigere immediatamente un programma di rottura».

Il giornalista e scrittore inglese Paul Mason rileva che come la peste del XIV secolo eliminò il feudalesimo, dopo il coronavirus sarà il momento di eliminare il capitalismo. «Nel XIV secolo, quando terminò la fase più mortale della malattia, le élites feudali tentarono di imporre di nuovo la loro logica economica e i loro vecchi privilegi su una popolazione che aveva vissuto l’evento più traumatico che si possa immaginare… In quel momento in Inghilterra scattarono le rivolte immediate dei contadini… anche se fallirono, portarono a un cambio permanente di mentalità fra le masse… Se la peste del XIV secolo produsse un immaginario post-feudale, è possibile e auspicabile che il coronavirus produca un immaginario post-capitalista. E in fretta».

 

Non cambierà nulla se non si separa il pubblico dal privato

 

È impossibile non essere d’accordo con i tre scrittori citati. Semplicemente, la civiltà non è compatibile con il capitalismo selvaggio, e perciò bisogna frenarlo subito con una coalizione anticapitalista. Ed è certamente possibile e auspicabile che il coronavirus dia luogo a un immaginario post-capitalista. La domanda però è la seguente: chi può imporre la civiltà alla ferinità del capitale? Come può lo Stato occuparsi del pubblico, se coloro che governano lo Stato sono i padroni delle imprese private e agiscono solo per difendere i propri interessi e la propria avidità? Come chiedere a un piromane che spenga un incendio? Non gli si può credere, neppure se avanza lusinghe e promesse. I leader del cambiamento non possono essere Johnson, Trump o Bolsonaro, e neppure possono esserlo coloro che con mentalità subalterna governano gli Stati più piccoli e deboli. Ma purtroppo siamo nelle loro mani. Il capitalismo non cambierà per una pandemia. “Quelli che possono relativamente cambiare sono gli uomini, possono cominciare a vedere le cose con un altro criterio”.

Che cosa vogliamo di più? Poter imporre un decreto che elimini il capitalismo selvaggio e instauri la civiltà, come dice il Washington Post? Formare una coalizione con un programma di rottura, come propone Serge Halimi? Un altro decreto con cui il coronavirus distrugga il capitalismo e instauri il socialismo, come si augura Paul Mason? Ma chi dovrebbe emettere questi decreti? Per ora siamo nelle mani dei grandi banditi. Essi sanno chi siamo, come ci chiamiamo, dove viviamo, come viviamo, come è la nostra famiglia, che cosa mangiamo. Chiunque abbia un telefono portatile, una carta di credito, un’auto, una casa, un conto in banca, chiunque faccia un acquisto in uno dei grandi spazi virtuali del capitalismo selvaggio, è nelle loro mani. Ma chi non possiede nulla di ciò, il povero, il miserabile, con la crisi del coronavirus è caduto anch’egli nelle mani dei grandi banditi, perché per avere un misero aiuto da parte dello Stato deve fornire tutti i suoi dati, e magari aprire un conto in banca. Siamo nelle loro mani perché sono loro che dominano l’era digitale.

Ma anche così, conoscendo la realtà, coloro che condividono i punti di vista dei teorici citati devono aprire il dibattito e preparare le azioni necessarie per trasformare le utopie in soluzioni concrete.

I governanti, in base alla loro concezione dello Stato e in base ai rapporti che intrattengono con le persone e la società, si muovono fra due grandi valori: da una parte, l’interesse egoista, meschino, particolare, personale e privato, dall’altra l’interesse altruista, nobile, generale e pubblico.

Se gli ideali, le finalità e le intenzioni dello Stato devono servire l’interesse pubblico, i beni e i servizi saranno utilizzati solo per portare il benessere a tutti i settori della società e a tutti gli individui della nazione. È la contropartita dell’interesse particolare, l’altra faccia della medaglia, ed è sorta per cercare di equilibrare in qualche misura la forza distruttiva dell’interesse privato. L’interesse pubblico viene sostenuto da alcuni pochi teorici e governanti, e se questi non avessero lottato su diversi fronti per difenderlo, il destino dell’umanità sarebbe peggiore. L’interesse pubblico agisce sempre come catalizzatore, come balsamo, come freno dell’interesse privato.

Fra questi due poli – interesse privato e interesse pubblico – gli uomini e le donne si sono mossi come un pendolo sull’orologio della storia universale. E con questo concetto hanno gestito e gestiscono lo Stato, utilizzandone le leve, sia le più potenti che quelle minori. Sotto il mantello dell’interesse privato sono sorti i grandi processi di corruzione, i grandi crimini di Stato, le grandi buffonate e le grandi conflagrazioni dell’umanità. Insomma, le crisi dello Stato più grandi e permanenti obbediscono all’insieme di interessi con cui i governanti hanno diretto lo Stato, e alla pazienza dei sudditi che lo hanno sopportato.

La crisi dello Stato si aggrava se si ammette la combinazione di questi due tipi di interesse, come succede se il proprietario di un’impresa privata – personale, societaria o monopolistica – può facilmente arrivare a dirigere lo Stato, e viceversa, perché si crea una porta girevole che lo permette. La questione diventa più chiara se si precisano alcuni punti:

 1 - Si è sempre parlato di pesi e contrappesi per riferirsi all’equilibrio che deve esistere fra i tre rami del potere pubblico, la cui idea è molto antica. Cominciò con il famoso dialogo fra i tre eredi di Cambise: Otane, Megabizo e Dario, nel VI secolo a.C. Continuò poi con Aristotele, Platone e Polibio, per giungere fino a Montesquieu, che la strutturò in maniera didattica nella sua opera Lo spirito delle leggi. Questa interazione di pesi e contrappesi è solo un gioco di ragazzi. Il vero equilibrio si ottiene quando i padroni dell’impresa privata trovano freni e contrappesi nel pubblico.

2 - Finché non ci sarà la separazione fra interesse pubblico e quello privato, tutti i premi Nobel dell’economia potranno sforzarsi di inventare qualche formula di redistribuzione equa della ricchezza, ma questi due valori – equità e redistribuzione – non si realizzeranno mai. L’equazione è semplice: potere politico più potere economico non può essere uguale a favorire i poveri. La soluzione dell’equazione sarà sempre necessariamente a favore di coloro che hanno il mestolo per il manico.

3 - Permettere che l’impresa privata, i suoi padroni e i loro prestanome dirigano lo Stato significa legalizzare la disuguaglianza per l’eternità. Perché? La risposta è semplice. Che cosa fa un presidente affarista come Trump? Che cosa ha fatto un presidente latifondista come Uribe? Che cosa ha fatto un ministro con ambizioni affaristiche come Carrasquilla? Tutti più o meno hanno creato strumenti giuridici adatti a favorire i loro affari.

4 - Lo Stato non ha bisogno di appropriarsi di alcun bene privato – terreni, banche, fabbriche, immobili. Chi ha scelto l’interesse privato è libero di diventare un signore del mercato, con l’obbligo di pagare le imposte, senza punizioni né esenzioni. Questo è legittimo: che faccia i suoi affari e competa con i suoi pari privati. Quel che non è legittimo è che, avendo scelto il capitale privato come opzione di vita e base morale, possa assaltare lo Stato per porlo al servizio dei suoi interessi personali o corporativi.

5 - Stiglitz dice: «Prima della riforma economica, bisognerà fare una riforma politica». La riforma politica di cui parla il premio Nobel per l’economia del 2001 passa necessariamente per la separazione del pubblico dal privato.

Arrivare alla separazione dei due campi non è facile, E neppure lo è stabilire per decreto che i circa 20.000 mestieri che oggi reggono la società vengano statalizzati e che si instauri immediatamente il socialismo. Se la peste nera favorì la rivolta dei contadini in Inghilterra, come ci rammenta Mason, e fu il primo passo verso il superamento del feudalesimo, quel regime durò peraltro altri quattro secoli, durante i quali si susseguirono il Rinascimento, la rivoluzione commerciale, la rivoluzione intellettuale, la rivoluzione industriale, la rivoluzione agricola e poi il consolidarsi del capitalismo. Il capitalismo neoliberale che oggi ci soffoca non si è instaurato per decreto dal mattino alla sera; è stato un lungo processo con fasi distinte: il capitalismo commerciale, poi quello industriale e quello finanziario. Quando la banca di investimento è arrivata a dominare l’industria, quel giorno siamo stati tutti presi per il collo – quelli che e quelli che non avevano qualcosa – perché da allora sono i banchieri che dettano ai massimi dirigenti statali che cosa devono fare e non fare, come succede oggi.

Ma ai sopravviventi della pandemia del coronavirus non possiamo dire che aspettino quattro secoli per vedere se cade il capitalismo selvaggio e si instaura un altro regime, migliore, come può essere il socialismo. Ci sono azioni concrete che si devono fare il primo giorno dopo la pandemia: tornare sulle piazze. Nel 2020 il mondo è a un punto nodale dello sviluppo sociale, gli uomini di scienza e la società civile devono alzare tutti la voce e fare ogni sforzo per far imboccare la direzione corretta. Da ogni spazio aperto, con tutta la voce e a pieni polmoni si deve lanciare un grido di dolore e di speranza per l’umanità, per chiedere immediatamente che si separi il pubblico dal privato e che almeno tre materie tornino nelle mani dello Stato: l’istruzione, la salute e i servizi pubblici.

 

 

 

Istruzione

 

Lo Stato deve assumersi il compito fondamentale dell’istruzione, a tutti i livelli, dall’asilo d’infanzia all’università, inclusa la ricerca scientifica. “Ogni moneta investita in istruzione pubblica di buona qualità, in appoggio alla ricerca scientifica, verrà moltiplicata e darà benefici a tutti”.

Che lo Stato si assuma il compito dell’istruzione, ma per insegnare che cosa? A parte le materie tradizionali che ci hanno lasciato i pedagoghi degli ultimi 2.500 anni e quelle che propongono gli educatori e filosofi di oggi, ciò che più urge nell’educazione sono due temi: l’approssimarsi alla verità e la distinzione fra interesse pubblico e interesse privato. Con le idee chiare su questi due temi si saranno costruite le basi per tutto il resto.

Dato che anche la verità delle scienze fisiche e naturali può cambiare, è necessario insegnare ai bambini e alle bambine a pensare, analizzare e scoprire nuove verità. Anche la verità delle scienze sociali può cambiare e perciò ci devono essere anche in questo campo discussioni e analisi. Per scoprire la verità bisogna formare il bambino e il giovane: prima di impartire qualsiasi informazione, al bambino bisogna insegnare l’origine del mondo, e senza alcun inganno bisogna esporgli le due grandi teorie in materia: la teoria o leggenda creazionista, contenuta nella Bibbia, e la teoria evoluzionista. In questo senso, la vita dei profeti, degli apostoli e dei grandi teorici della religione è tanto importante quanto quella degli scienziati che consacrarono tutte le loro energie, la loro gioventù e le loro risorse alla ricerca della verità.

Compito dell’educazione è distruggere gli idoli di fango. Non possiamo ingannare le generazioni che si risvegliano alla vita della società. La verità reale, la verità indiscutibile, quella che soffriamo ogni giorno, è che una frazione molto importante della popolazione mondiale sta al di sotto della linea di miseria assoluta, e non si trova in quelle condizioni, a morire di fame, per castigo divino, come tentano di convincerci i mascalzoni travestiti da ministri di qualche culto.

L’insegnamento della storia deve partire dicendo al bambino, dalla più tenera età, che il mondo non è mai stato diretto da persone preoccupate per l’interesse pubblico, e che fra i governanti ci sono stati molti criminali che hanno approfittato dello Stato per soddisfare interessi e passioni personali. Per essere più precisi, mai hanno governato i poveri, e raramente i buoni – che pure ci sono stati. Quasi tutti coloro che hanno governato negli ultimi cinquemila anni non sono stati capaci di risolvere i problemi dell’umanità, ma hanno causato molti danni. Come? Assassinando, rubando, depredando, schiavizzando e insegnando menzogne. Questo è ciò che dobbiamo insegnare: semplicemente la verità che conosciamo oggi. Se domani però si scoprisse un’altra verità, va insegnata quella.

Forse si potrebbe così invitare gli ex governanti e i loro eredi a chiedere perdono ai loro compatrioti e a tutta l’umanità, come fece a suo tempo papa Wojtila per i crimini commessi dalla Chiesa per due millenni. Quanti governanti o ex governanti o loro eredi saranno capaci di chieder perdono all’umanità per i crimini commessi dai loro antenati? Se lo facessero, di quanti genocidi e di quanti furti si potrebbero autoaccusare?

Perché non dire ai bambini e ai giovani che Stalin ha effettivamente rivoluzionato l’agricoltura e l’industria russa, ha costruito la metropolitana di Mosca – la migliore del mondo – e con la sua potente Armata Rossa ha bloccato Hitler, ma che ha assassinato centinaia di oppositori? Perché non dire ai bambini e ai giovani che J. F. Kennedy ottenne la nomination alla presidenza degli Stati Uniti non per il suo programma o il suo carisma, ma perché suo padre Joseph si comprò i voti dei delegati della Virginia per raggiungere la maggioranza necessaria?

È necessario dire ai bambini e ai giovani che i criminali sono tali, con corona o senza. La differenza sta nel potere che può ostentare il criminale incoronato e nelle squadre criminali che può avere al proprio servizio per conto dello Stato. Bisogna insegnare ai bambini e ai giovani che è più pericoloso un malfattore intelligente e preparato che uno mediocre e ignorante. I delitti più atroci e il male estremo non provengono da una personalità mediocre, ma da una personalità forte che si è corrotta per la pessima educazione e il suo ambiente in generale.

È importante insegnare la storia politica, perché i bambini e i giovani di oggi sanno che i politici attuali mentono, truffano e rubano, ma non sanno che anche nel passato hanno fatto lo stesso. I bambini e i giovani credono che il mondo cominci e termini con gli hamburger, con i re e i presidenti dei grandi imperi del mondo contemporaneo, con gli idoli attuali della musica e dello sport, perché questo insegnano le televisioni e le reti dei social.

Come complemento della verità della storia politica, è necessario insegnare ai bambini, fin dai primi anni di scuola e anche in famiglia, che i governanti hanno agito così e continueranno a farlo finché non ci sia una chiara e netta separazione fra interesse pubblico e interesse privato. Perché? Semplicemente perché per questa mancanza di analisi gli uomini più audaci sono giunti a dirigere lo Stato con lo scopo di riempire le proprie tasche, senza alcuna considerazione per l’interesse pubblico o quello di tutti i membri della società. È questo in verità il nucleo principale della crisi della società e dello Stato, e la distinzione fra interesse pubblico e interesse privato deve essere il tema centrale dell’insegnamento primario e secondario.

Solo se si determina questa distinzione – il pubblico dal privato – si potrà sperare che la crisi del coronavirus porti i cambiamenti strutturali attesi. Solo così si può garantire che lo Stato non venga utilizzato come strumento di arricchimento degli alti burocrati, e si potrà salvare l’organizzazione politica della società.

 

 

 

La salute

 

Se qualcosa si è chiarito con questa pandemia è il fatto che aver trasformato il diritto fondamentale della salute in una merce è stato un crimine di lesa umanità. Neppure paesi con un alto livello di sviluppo in campo sanitario, come Francia, Italia e Spagna, erano preparati per una pandemia come l’attuale. In Inghilterra i respiratori non bastano e i medici devono decidere chi far vivere e chi far morire. Negli Stati Uniti, in cambio, se un paziente non l’ammazza il virus, muore di infarto al ricevere la fattura. In Colombia la strategia neoliberale ha fatto fallire gli ospedali pubblici per chiuderli – il Federico Lleras di Ibagué e il Departamental di Villavicencio sono solo due casi – per lasciare la strada aperta a quelli privati, che sono una fabbrica di denaro. Che autorità morale e che legittimità hanno, in queste ore di crisi, quelle imprese gigantesche, che neppure avevano le risorse tecniche e scientifiche per curare con efficienza i loro clienti, non pazienti? Che grado di legittimità ha lo Stato di fronte a queste imprese gigantesche, in cui medici e paramedici non hanno alcun contratto di lavoro e neppure gli elementi di protezione per evitare il contagio? Per questo l’unica soluzione è un sistema di sanità pubblica universale e solido.

 

 

 

I servizi pubblici

 

L’acqua, l’energia elettrica, il gas e il telefono, che sono servizi che soddisfano necessità collettive e vanno prestati in maniera efficiente e continua a tutti gli abitanti del territorio di un paese, sono anch’essi diritti fondamentali, e perciò devono restare nelle mani dello Stato. Questi diritti, che nel nome stesso portano il concetto di pubblico, non possono restare nelle mani avide del mercato privato. Sono diritti fondamentali, al pari dell’istruzione e della salute, e non possono far parte delle grandi catene di affari speculativi del settore privato. Se i servizi pubblici non si inquadrano nel pubblico, allora che cosa è il pubblico? Che l’impresa privata si prenda tutti gli altri settori, ma i servizi pubblici siano di competenza dello Stato. Se bisogna modificare tutte le costituzioni di tutti i paesi del mondo, perché tutte dicono che i servizi pubblici possono esser prestati da imprese private, lo si faccia, ma non si continui a giocare con le necessità più urgenti degli esseri umani, che hanno bisogno di acqua, energia elettrica, gas e di comunicare con i loro simili per vivere.

 

 

 

Le speranze sono nella terza generazione

 

Ma neppure questi tre cambiamenti così semplici – che i tre servizi vengano assunti dallo Stato – si potranno fare con gli attuali governi, perché si tratta di una generazione esaurita, che non ha alcun interesse per il pubblico. L’ostentazione del potere di fronte ai pari nelle varie assemblee di governanti – il Gruppo dei 7, degli 8, dei 20, delle Americhe, dell’America Latina, del Pacifico meridionale, della NATO, dell’ONU, della OCDE, di Davos – e la cura per i propri interessi privati – terreni, banche e affari in borsa, fabbriche – li rende insensibili a tutto il resto e gli impedisce di pensare a ciò per cui sono stati eletti: l’interesse pubblico. “Leader ignoranti come Bolsonaro e Trump mettono in pericolo le loro nazioni e di fatto anche la popolazione mondiale”. Le urgenze della pandemia li hanno costretti a stare ogni giorno di fronte ai mezzi di comunicazione, e a mettersi al servizio delle grandi potenze economiche, per cui “i governi sono sempre più il problema e non la soluzione” Perciò “si sta sgretolando quel poco che restava di predominio statunitense negli organismi internazionali”.

Non saranno neppure i figli dei piromani quelli che potranno spegnere l’incendio, perché ne conservano le idee e le inclinazioni. I sogni, le illusioni e le speranze oggi risiedono nella terza generazione, che è pura e incontaminata. Quella terza generazione che è impossibile circuire e comperare, perché non ha prezzo, e ha solo avuto il tempo di sognare. Quella terza generazione che è capace di dire di no a governi corrotti e maestri mediocri. Quella terza generazione, nipote ed erede del maggio 68, che ha visto che le stiamo rubando il pianeta e ha avuto il suo battesimo di sogni e di sangue nelle piazze di tutto il mondo – Europa, Asia, Africa e America Latina – nei primi vent’anni del XXI secolo. Solo da quella terza generazione in lotta possiamo sperare un cambio.

Il potere è sempre perverso, malvagio e criminale, perciò è necessario un contropotere che lo vigili e lo controlli. La stampa è chiamata a esercitare questo contropotere, ma siccome essa fa parte delle potenze economiche e il potere politico le impone la censura, la speranza risiede solo nella terza generazione: la generazione del ricambio. “Il cambio dipende dai giovani. Dipende da come reagirà la popolazione mondiale … Se non ci sono forze di contrasto il mondo che ci attende sarà un mondo di più bambini morti e di maggiore distruzione dell’ambiente”.

 

 

 

Conclusione

 

Dobbiamo auspicare che il coronavirus, per quanto aggressivo, non cancelli dalla memoria di coloro che sopravviveranno – che sopravviveremo – alla pandemia i crimini commessi dai governi, dalle loro mafie e gangster negli ultimi quarant’anni. Non che quelli precedenti non ne abbiano commessi, ma ormai sono morti e i loro delitti sono caduti in prescrizione. Non possiamo dimenticare da dove veniamo, dove siamo e il cammino che abbiamo davanti, anche se oggi il mondo intero è nel caos e il coronavirus invade tutti gli spazi dell’informazione.