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Attori e registi

al tempo del covid

“Cumpanis” incontra l’attore e regista

Antonio Lovascio

a cura di Laura Baldelli

Antonio Lovascio è un attore, regista, drammaturgo di talento, che ama il suo lavoro, nonostante le difficoltà della professione; ha un curriculum di tutto rispetto con una formazione che va dalla laurea in lettere moderne, ai lavori con Dario Fo, Franca Rame, Lino Capolicchio, Saverio Marconi, Giorgio Barberio Corsetti, Dacia Maraini, John Turturro per citarne tra i più noti al pubblico; ha ricevuto il Premio Provincia di Ancona Cavalierato giovanile come talento under 35; ha vinto i concorsi nazionali di drammaturgia come il “Torneo Applausi”, “La riviera dei monologhi”. Con lo spettacolo “Viva Falcone – lazzi di un giullare siciliano” ha ottenuto il patrocinio della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone, il testo è pubblicato da Navarra Editore con prefazione di Dacia Maraini. Sempre con il teatro d'impegno civile ha messo in scena “Passi affrettati” e “Viva l'Italia” di D. Maraini; inoltre, ha lavorato per l'Unione ciechi italiana portando in scena attori non vedenti e ipovedenti; recentissima è l'inclusione tra i 10 finalisti del concorso internazionale “Carlo Annoni” in collaborazione con il Piccolo di Milano. Antonio Lovascio, come altri attori di valore, fatica a lavorare, a causa di politiche sciagurate per cui la cultura è considerata un bene superfluo, dove il teatro è ultimo tra gli ultimi. Il Covid ha solo scoperchiato la precarietà in cui versano i lavoratori dello spettacolo, in cui sopravvivono solo i famosi, nella rapace legge del più forte, dove i numeri e non la creatività hanno la priorità, mortificando la progettualità sempre subordinata ai conti e alla burocrazia. Neanche in questa situazione si pensa ad investire sul cambiamento, che spazzi via i circuiti chiusi dei più forti, mai disposti a rischiare finanziando i tanti fermenti di ricerca, che sempre hanno riservato sorprese creative e richiamato spettatori. Paolo Grassi, fondatore del Teatro Piccolo di Milano, sosteneva che un paese civile, proprio nei momenti di crisi, deve trovare i mezzi per salvaguardare la cultura e i suoi adepti, mentre oggi la rinascita è ancora immaginata con le regole di prima, cioè i tagli. Nella giungla delle riaperture c'è un dibattito in corso e gli artisti, come afferma Lovascio nell'intervista, vogliono esserne protagonisti per ripensare e rilanciare le politiche culturali.

 

 

D. Secondo te oggi il teatro e l'arte dello spettacolo che funzione svolgono nella società?

R. Per citare Aristotele, la rappresentazione teatrale doveva generare nello spettatore una catarsi. Certo, ai tempi di Aristotele non c’era internet ma credo che le istanze umane siano sempre le stesse, dai greci, passando per Shakespeare, Moliere, Pirandello… l’animo umano corrisponde sempre alle stesse dinamiche, ciò che può cambiare è la velocità con cui lo fa. Artaud riteneva che il teatro fosse un rituale magico, in questo rituale compare o meglio si tenta, oggi diremmo in termini lacaniani, l’irrappresentabilità della vita. La vita è teatro, una continua rappresentazione delle nostre maschere, ciò che l’arte può fare è tentare di evocare l’inconscio, metterci di fronte alla nostra irrappresentabilità, perché ciascuno di noi possa avvertire, un seppur minimo movimento interiore, un’azione. Non importa la forma, che sia simbolica, astratta, primitiva, che si affidi alla parola, l’importante è che colpisca alla pancia. Se l’arte riesce a fare questo, concede all’essere umano l’opportunità di generare un cambiamento sociale. Purtroppo, oggi assistiamo ad una involuzione, paradossalmente negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso il teatro entrava nelle fabbriche, nei luoghi non convenzionali, entrava nei dibattiti civili ed era politico nella misura in cui tutti noi lo siamo, la polis siamo noi stessi. Come dicevo, oggi si assiste ad una marginalizzazione dell’arte, relegata a pochi eletti, a pochi interessati, lo spettatore è cambiato, l’operaio non ha più alcun interesse ad entrare in un teatro per vedere uno spettacolo, così come la coscienza critica si è appiattita e tende verso il basso. Forse, la maggiore responsabilità di questa involuzione è da attribuirsi proprio a chi opera nel mondo del teatro, prima di tutto agli attori. Artisti come Dario Fo e Franca Rame hanno lottato, hanno rischiato, hanno avuto denunce, hanno subìto ricatti e vessazioni, avevano il coraggio di metterci la faccia e denunciare in prima persona le ingiustizie sociali e i malfunzionamenti dell’apparato statale. Penso che le generazioni successive abbiano perso la loro carica eversiva, quella carica rivoluzionaria che l’arte dovrebbe possedere come valore intrinseco. In passato si è tanto combattuto contro un teatro borghese, fisso e impaludato, innocuo e ammiccante al potere costituito, poi però quella stessa corrente trasgressiva ha preferito inciampare nel reflusso, finendo per rientrare nei ranghi, anelando un riconoscimento da parte di quegli stessi circuiti ufficiali prima demonizzati. Gli artisti, non tutti, ma la maggioranza, hanno permesso la nascita di generazioni di attori ancora più imborghesiti, innocui o blandamente rivoluzionari. Noi che ci occupiamo di teatro o di arte in generale, dovremmo avere più coraggio.

 

D. L'attore, oggi, che contributo può portare alla trasformazione culturale, politica? Sto pensando ai tanti tuoi lavori ispirati dal sacrificio di Giovanni Falcone, con l'Unione ciechi, con Dacia Maraini contro la violenza sulle donne...

R. L’attore ha una grande responsabilità, ha il potere di parlare alle persone, spesso ai giovani nelle scuole, ha l’occasione di lanciare nel terreno sociale i semi della coscienza, non parlo di realtà, di evidenza o di una verità, non parlo di una conoscenza individuale, che cade nell’illusione della conoscenza del sé, parlo piuttosto di una dimensione collettiva: qualcosa è reale solo se viene riconosciuta come tale, ma ciò che è reale per me potrebbe non esserlo per un’altra persona, ecco perché l’arte dovrebbe parlare all’inconscio, un inconscio collettivo. Il teatro dovrebbe sempre esprimere un pensiero magico, solo in tal senso assume una valenza universale. La verità è il prodotto di sovrastrutture portatrici degli effetti del potere, ogni società ha il suo regime di verità, quello che funziona come vero, partendo da questo assunto possiamo parlare, in termini di sconfitta, di professionalizzazione dell’intellettuale o intellettuale/artista. La verità è potere, dobbiamo tenere presente che alla radice di quello che conosciamo e di quello che siamo non c’è la verità e non c’è l’essere, ma l’esteriorità. Solo la metafisica potrebbe interpretare il divenire dell’umanità, Alda Merini diceva: “Dobbiamo andare solo un po’ più su, nel regno della metafisica” non è un caso che storicamente nella letteratura, come nelle commedie di Shakespeare, la visione più viscerale e pura era sempre affidata al personaggio del matto, il fool, questo dovrebbe fare l’arte: rompere le regole, trasgredire la parola, squarciare i concetti, disorientare il sistema di potere. Il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione. Prima, gli intellettuali e gli artisti erano universali, parlavano alle masse, dopo qualcosa è cambiato, queste figure sono state assoggettate al potere costituito, facendosi interpreti di una volontà sovrana, di un pensiero particolare, pilotato dall’alto e arcano. Per quanto mi riguarda il teatro è un’esigenza, una spinta interiore e la ricerca per sviluppare questo movimento, cha nasce dal basso, passa attraverso un riconoscimento dei connotati della storia ufficiale, riconoscendone l’arbitrarietà, per passare successivamente alla memoria locale, facendo entrare in gioco un sapere sporco, rozzo, discontinuo, squalificante, non legittimato, così da evitare il più possibile di incorrere in una visione unitaria delle cose e delle vicende umane. È ciò che è successo con il mio lavoro su Giovanni Falcone, sono siciliano per parte di madre, di Messina, quando Falcone venne ucciso ero solo un ragazzino di quindici anni, ma quell’assassinio, quell’orrore sociale mi hanno segnato nel profondo, sino al punto che la mia arte non poteva in nessun modo fuggire, esimersi dall’esigenza della denuncia, della lotta, del riscatto dal terribile segnale nero del comando che la mafia e gli apparati deviati dello Stato, uccidendo Falcone, volevano imporre sul senso comune di massa, sulla stessa cultura italiana, sulla società. Ho indagato i fatti in maniera genealogica, genealogia come anti-scienza, fuori dai precetti dell’istituzione, ho scavato nel profondo dell’animo per trovare i suoni, la “lallazione” della Sicilia... Viva Falcone! È il grido dei giovani riversati per le strade subito dopo l’attentato, un grido incontenibile, non pensato, non prestabilito, fruito direttamente dalle viscere, io ho voluto gridare insieme a loro, in parallelo, al di fuori del tempo e della storia. Allo stesso modo scrivo e porto sulla scena ciò che voglio esprimere, così la violenza sulla donna, così qualunque altro pensiero, ma sempre qualcosa che nasce da una profonda esigenza, un istinto che mi spinge a compiere un percorso fuori dai binari, per arrivare a estrapolare da laggiù un suono, un grido.

 

D. C'è una proposta, un progetto per valorizzare il teatro italiano e i tanti talenti che troppo spesso devono abbandonare il mestiere dell'attore per riuscire a vivere?

R. L’esplosione della Pandemia di Covid 19 ha generato tante contraddizioni, ha fatto emergere debolezze e accentuato la crisi di tutto il mondo del lavoro, ma nel mondo dello spettacolo, che è svantaggiato da sempre sul piano professionale, ha generato anche un paradosso: di fronte ad una crisi senza precedenti con il blocco a tempo quasi indeterminato di tutti gli spettacoli, gli attori italiani hanno ritrovato una coscienza collettiva perduta da decenni. La pandemia ci ha dato modo di ri-conoscerci e di conoscerci con l’obiettivo di unirci per ottenere diritti che tutti i lavoratori, di qualunque categoria, dovrebbero vedersi riconosciuti dallo Stato, dagli enti pubblici e dai datori di lavoro privati. Sono nati molti coordinamenti, molti tavoli di discussione online, tra questi ci sono per esempio “Zona rossa” ed “Eresia”. Attualmente si sta cercando di far convergere tutti i movimenti nati spontaneamente verso un’unica direzione, per arrivare ad un manifesto condiviso che rappresenti l’intera categoria.

Sono emerse realtà che sono lo specchio di una marginalità che si pensava superata come la realtà di molti attori che tengono laboratori teatrali presso istituti scolastici, a cui non vengono riconosciuti i diritti Enpals e sono pagati con ritenuta d’acconto o addirittura in nero. Vogliamo ottenere un riconoscimento ai fini pensionistici anche per il lavoro didattico dell’attore, oltre la messinscena. Si chiede al Ministero di coinvolgere anche gli artisti indipendenti ai tavoli di confronto nazionali e non solo le grandi realtà come i teatri stabili o enti sostenuti dal FUS (Fondo Unico per lo spettacolo). Un paese come la Francia ha da tempo riconosciuto l’immaterialità del lavoro degli attori e l’importante apporto culturale in campo sociale, quindi la natura intermittente del lavoro creativo, sostenendolo con un reddito di continuità che prevede un contributo statale garantito. In Paesi come gli USA ed il Regno Unito, il singolo artista ha diritto a partecipare ai bandi al pari di un’associazione o di una società. Sono molti e complessi gli aspetti che riguardano il lavoro dell’attore, ma ci sono anche altre categorie dello spettacolo: tecnici, macchinisti, scenografi, danzatori, artisti di strada, musicisti ecc., tutti insieme stiamo lottando per migliorare diritti e contratti ed essere riconosciuti come costruttori di valore aggiunto alla cultura del nostro Paese. Molto si sta facendo anche nei territori, dove ogni regione ha visto nascere gruppi di artisti indipendenti, uniti per migliorare le leggi in materia di finanziamento. In particolare, nelle Marche sono nati gruppi che convergono per chiedere di poter partecipare ai tavoli insieme agli enti finanziati dal FUS. Si guarda con attenzione alla legislazione dell’Emilia Romagna, che nel tempo ha favorito lo sviluppo di realtà indipendenti che oggi sono tra le più interessanti del panorama nazionale e internazionale, come anche l'esperienza pugliese dei “teatri abitati”. Occorre affidare gli spazi teatrali o teatrabili alle realtà professionali del territorio, al fine di valorizzare talenti e ricerca creativa. Ciò che si chiede alle istituzioni sono dialogo e confronto, dove gli artisti siano soggetti attivi progettualmente per rilanciare la cultura ed in particolare gli spettacoli dal vivo.

Per concludere, cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera di attore?

È una strada molto difficile, tortuosa e anche dolorosa, ma anche incredibilmente vitale, totalizzante, ricca di umanità. Non c’è una bacchetta magica che possiamo usare, l’unica cosa che posso dire, e questo l’ho testato sulla mia pelle, è che occorre studiare, sperimentare, dedicare anima e corpo al teatro, fare rinunce, imparare prima possibile l’umiltà, assumersi delle responsabilità, non cedere mai e se qualche volta cedi, avere la forza di rialzarti, continuare e sognare, sempre. Dopo tutto questo, non è detto che arrivi una risposta economica in grado di garantirti dignità. Devi resistere! Devi essere anche un “fondamentalista”, ovvero, se vuoi fare l’attore devi essere attore, non puoi fare altri mestieri parallelamente, devi accettare tutte le conseguenze di questa scelta, accettare ogni rischio e comunque andare avanti.