Non urlate tanto sul cinismo! Il  tolto aicinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà ma nella realtà stessa. (I. U. Lenin)

Personalmente ritengo che le parole siano pietre, e che le parole sopra descritte, dal padre della rivoluzione dei Soviet, siano talmente moderne che, anche oggi, ci segnino profondamente…

La Legge 300/70 è stata molto importante non solo per i lavoratori, ma per la democrazia del nostro Paese perché ha introdotto la Costituzione in un recinto da cui la si voleva escludere: la fabbrica. 

Il luogo di lavoro era considerato di stretta pertinenza dell’imprenditore e pertanto collocato in una sorta di extraterritorialità, in cui il lavoratore era considerato solo come persona subordinata, agli ordini della gerarchia aziendale.  

Negli ultimi decenni questa legge ha subìto diverse modifiche, le più significative sono state quelle contenute nella riforma del lavoro Fornero (2012) e nel provvedimento denominato Jobs Act, che in particolare hanno riguardato l’articolo 18 dello Statuto del 1970.  

Va però sottolineato che questo articolo ha sicuramente rappresentato per più di quarant’anni il fulcro della disciplina limitativa dei licenziamenti.

Senza tema di smentita, credo che questo sia stato uno degli interventi legislativi più significativi realizzati in Italia, in materia di diritto del lavoro. Lo spirito di questa legge, ispirata ai principi della Costituzione Repubblicana, è di natura dignitaria, poiché lo scopo principale che persegue è di garantire la libertà e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori in termini individuali, con il riconoscimento della attività sindacale nei luoghi di lavoro. 

Per comprendere appieno il significato e il valore di questa legge bisogna collocarla nell’ambito dei tempi che la generarono e richiamare alla mente le condizioni di vita e di subordinazione in cui erano obbligati a vivere i lavoratori dentro la fabbrica. 

Dominava l’autoritarismo, il comando, la gerarchia e i bassi salari.

Quando ci si richiama al periodo della ricostruzione dell’Italia e del “miracolo economico” bisognerebbe ricordare che questi furono pagati dal sacrificio, dalla fatica e dalle sofferenze dei lavoratori. 

La Costituzione non aveva ignorato la questione sindacale e infatti ha affrontato il problema attraverso i fondamentali articoli 39 e 40 della stessa.

Mentre il secondo riconosce il diritto di sciopero, il primo getta le basi essenziali del diritto sindacale e quindi di tutto il diritto del lavoro, perché introduce il principio fondamentale di libertà sindacale: “l’organizzazione sindacale è libera”, recita il primo comma dell’art. 39, da questa norma deriva anche il pluralismo sindacale, ovvero la possibilità di costituire più sindacati. 

L’articolo 39 non è mai stato applicato e non si provveduto alla realizzazione di un registro delle organizzazioni sindacali. I costituenti avevano ipotizzato la registrazione con lo scopo di dotare, tramite il riconoscimento di una loro personalità giuridica, i sindacati di una maggiore forza contrattuale. Formalmente l’opposizione della Cisl all’applicazione art. 39 della Costituzione era dovuta al timore che si potessero introdurre controlli e limitazioni all’azione sindacale. 

La verità è che tale organizzazione sindacale, ricordo, nata, dopo la rottura del governo unitario antifascista, da una scissione dal corpo della CGIL, avesse il timore che con tale articolo si procedesse ad una sorta di quantificazione in termini di organizzazione e rappresentanza reale del mondo del lavoro. Quindi, di contare relativamente poco, in termini di rappresentanza reale, mentre di avere un ruolo oltre misura sovradimensionato in termini di riconoscimento padronale. 

Tale errore (se mai si può parlare di errore, da parte dei massimi dirigenti Cisl) ha fortemente condizionato il lavoro dei sindacati nel tempo, e anche oggi, tale questione (quella della rappresentanza effettiva) non ha visto un punto di equilibrio e una soluzione del problema; il “palliativo” trovato, oggi penalizza oltremodo i sindacati extra confederali. 

Nel frattempo, memori dell’esperienza gramsciana dei “consigli di fabbrica”, si faceva strada il protagonismo delle Commissioni Interne che iniziarono ad avanzare proposte di carattere contrattuale: ne nascono contratti aziendali, accordi, intese che diedero vita a una negoziazione a livello aziendale, sia pur non riconosciuta dal sistema.

Sempre negli anni ’50, mentre il sindacato si stava riorganizzando e predisponendo le sue strategie, il Parlamento Italiano, su pressione delle forze di sinistra e in particolare da parte del Partito Comunista Italiano, diede vita ad una serie di inchieste sui fenomeni della disoccupazione, della miseria in Italia.  

Venne istituita una commissione di inchiesta sulle condizioni di vita dei lavoratori nelle aziende con lo scopo di fornire al legislatore materiali di conoscenza “sulle condizioni di disagio morale, di soggezione illegittima e di evasione alle norme contrattuali cui debbono, in moltissimi casi, sottostare i lavoratori” per un possibile intervento legislativo. 

La Commissione opererà per diversi anni e produrrà un importante materiale che evidenzierà la situazione negativa, se non pessima, sullo stato di libertà in fabbrica e l’evidenziazione del fatto che la Costituzione, di fatto, rimaneva fuori dai cancelli aziendali.

A questo riguardo, furono le condizioni di malessere e di concreto disagio, in cui si trovavano i lavoratori a far sentire l’esigenza di definire uno “statuto lavoratori”. 

La prima proposta venne avanzata dal Segretario della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, al congresso dei chimici della CGIL (9-12 ottobre 1952) in cui formulò l’idea di uno Statuto dei diritti, delle libertà e della dignità dei lavoratori nell’azienda. Proposta poi compiutamente sviluppata nella relazione al III congresso della CGIL, tenutosi a Napoli dal 26 novembre all’8 dicembre dello stesso anno. 

Per comprendere appieno l’importanza dello Statuto è necessario ricordare che, nella seconda metà del XX secolo, l’Italia si trovava di fronte alla necessità di regolare il mondo del lavoro su cui, secondo l’articolo Uno della nuova Costituzione, si fondava la neonata Repubblica. 

Nonostante i principi indicati dalla Carta costituzionale, la legislazione in materia di lavoro era piuttosto scarna e si basava principalmente sul codice civile fascista del 1942 e sui regolamenti corporativi del tempo. 

Sul finire degli anni ’50 e primi anni ’60 si assiste, anche per opera della contrattazione articolata, a una ripresa di iniziativa negoziale a livello aziendale. Dobbiamo tenere presente che sono gli anni della industrializzazione del Paese e del passaggio dal lavoro agricolo a quello industriale, da una forte migrazione dal sud al nord, e, cosa non secondaria, all’inizio di una modificazione dei consumi nelle famiglie italiane. 

La necessità di portare la democrazia all’interno del recinto delle fabbriche e contemporaneamente, il far fronte a problemi più strettamente di natura sindacale (diritti, salario e quant’altro) portarono il movimento sindacale all’affrontare tutti questi in temi con rivendicazioni, che vennero finalizzate nelle lotte del periodo 1968- 1972.

Tuttavia, non possiamo dimenticare che le fabbriche, sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso, vennero investite da un significativo processo di riorganizzazione tecnico-produttiva e dalla estensione e applicazione del modello tayloristico basato sulla parcellizzazione delle mansioni e della massificazione dei lavoratori che portava a superare il mestiere e le aristocrazie operaie che erano state in un primo momento il nucleo portante dei sindacati confederali. Non c’è dubbio che tali trasformazioni, da cui era investito il lavoro produssero l’esigenza di una iniziativa sindacale più forte e incisiva sul terreno della negoziazione. 

Le conseguenze furono fondamentali: l’elezione dei delegati di reparto, con la nascita dei Consigli di Fabbrica eletti su liste unitarie e aperte anche ai non iscritti al sindacato.

Questa nuova fase, produsse un reale arricchimento dell’azione sindacale:

1) permettevano di individuare rivendicazioni e obiettivi finalmente adeguati e corrispondenti alle trasformazioni del processo produttivo, recuperando il ritardo che il sindacato aveva accumulato; 

2) aprivano spazi nuovi di azione sindacale su terreni un poco dimenticati come quello delle condizioni ambientali, igieniche e dei problemi di salute dentro i luoghi di lavoro.

Un fattore importante di quella stagione che condizionerà i contenuti contrattuali e la dimensione fortemente egualitaria che diede vita all’inquadramento unico tra operai e impiegati, ponendo anche fine al sistema arcaico, con la sua abolizione, delle gabbie salariali. 

La nuova coscienza sindacale, il contributo dato dalle nuove generazioni della classe operaia, il mix innovativo di lavoratori provenienti dalle aeree del sud del paese, con le loro istanze quotidiane, incontrando e contaminando le pratiche e la mentalità dei lavoratori del luogo, sfociarono in nuove istanze sindacali e nuovi momenti di lotta a sostegno di quelle rivendicazioni. 

Nel marzo ’68 vi fu lo sciopero generale per l’aumento delle pensioni.

Nel luglio del 1969 vi fu lo sciopero generale contro il caro-affitti, che si concluse con i violenti scontri di corso Traiano a Torino.

Tra le lotte più importanti dell’autunno caldo e del periodo immediatamente successivo, va ricordato il rinnovo del contratto dei metalmeccanici che coinvolse un milione e mezzo di operai. 

Nel dicembre del ’69 la vertenza si chiuse con il raggiungimento di importanti obiettivi: aumenti salariali uguali per tutte le categorie, settimana lavorativa di quaranta ore, particolari concessioni ai lavoratori-studenti, diritto di organizzazione di assemblee in fabbrica.

Alle lotte per il rinnovo dei contratti nazionali dei metalmeccanici, seguirono quelle per il contratto di altre importanti categorie del mondo del lavoro.  

Questo è il periodo, dove riprende quota nelle sensibilità dei più, della forte necessità di uno “Statuto dei lavoratori”. 

Quest’ultimo, trovò terreno fertile nei cambiamenti che si verificarono nell’insieme della società italiana: una maggiore conoscenza a livello sociale e politico della debolezza dei diritti civili e democratici all’interno delle fabbriche, lo sviluppo della contrattazione aziendale, i cambiamenti sociali, l’emergere della contestazione studentesca e la fine, a livello politico, del cosiddetto centrismo moderato e l’avvio del primo centro sinistra.

L’adozione nelle aule parlamentari della legge 20 maggio 1970, n. 300, resta una delle normative principali della Repubblica Italiana in tema di diritto del lavoro.

Introdusse importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di lavoro e i lavoratori, con alcune disposizioni a tutela di questi ultimi e nel campo delle rappresentanze sindacali. 

Qualche anno fa, la legge originaria ha subìto, diverse modifiche soprattutto concentrate sulle disposizioni stabilite in ordine all’art. 18. 

Nel 2012 la “riforma Fornero” ne ha attuato una profonda modifica, a cui è seguita la promulgazione e attuazione del “Jobs Act” da parte del governo Renzi.

Ricordo alle compagne e ai compagni, alle amiche e agli amici, ai semplici lettori che l’articolo 18 della Legge 300/1970, ha rappresentato il cardine della disciplina limitativa dei licenziamenti e ha costituito in definitiva il più efficace riconoscimento e la più ampia garanzia a livello individuale dei diritti e delle libertà enunciate dallo Statuto dei lavoratori.

In sostanza, ogni volta che il Giudice avesse ritenuto illegittimo un licenziamento, la sanzione prevista era una sola ed era la reintegrazione nel posto di lavoro (nel caso di imprese con più di 15 dipendenti).
Tale norma, come ricordato precedentemente, ha subìto una pesante rivisitazione per opera delle (contro) riforme del 2012 e del 2015.

Il progressivo depotenziamento delle tutele offerte ai lavoratori in caso di licenziamento ingiusto ha  raggiunto il suo culmine, con l’approvazione del decreto legislativo n. 23/2015 (contenente la disciplina del “contratto di lavoro a tutele crescenti”), attuativo della legge delega 183/2014 (il Jobs Act di renziana memoria). 

Tale normativa ha introdotto un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile in caso di licenziamento illegittimo e limitando ulteriormente le ipotesi di reintegrazione nel posto di lavoro.

Per espressa previsione del legislatore, la nuova disciplina è destinata a trovare applicazione nei confronti di tutti i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo 23/2015 (7 marzo 2015).

Perché siamo giunti a tutto questo?

Perché siamo passati dalla necessità di “portare la Costituzione Italiana” nel recinto di fabbriche e uffici per, oggi, farci tagliare diritti fondamentali quali la norma contro i licenziamenti arbitrari?

Perché il cinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà, ma nella realtà stessa.

Non vi è dubbio che la concausa di molti fattori, determina questa disarticolazione dei diritti che vengono spostati dal mondo del lavoro, verso il pianeta degli interessi del mondo padronale. Se tale questione, in passato era (ed è ancora) sostanzialmente collegata ad un fattore economico, bassi salari, taglio continuo e costante dello stato sociale, per trasferire ingenti risorse al mondo delle imprese, da qualche tempo si assiste al medesimo ragionamento anche in seno al sistema del diritto. 

Non solo quello del lavoro, ma nell’insieme, portando un attacco inaudito a quella che è la legge fondamentale del “sistema Italia”, ossia alla Carta costituzionale, nata dalla
Resistenza.

I motivi sono diversi. 

La caduta della rappresentanza sia politica (oggi in Italia, nelle aule parlamentari, non esiste un solo partito che rappresenti le istanze del mondo del lavoro. 

Anche le forze a sinistra del Partito Democratico, sono pienamente inserite nel contesto legato al blocco degli interessi del capitale italiano o meno, quest’ultime, non rappresentando una vera alternativa al sistema) che sindacale, con le inutili e inefficaci politiche condotte da quest’ultimi negli ultimi anni.

L’introduzione di leggi mortificanti (per non dire altro) per il mondo del lavoro. 

Il convulso e repentino cambio dei sistemi produttivi, non ultimo lo smart working pandemico. 

Per chiarezza, quest’ultimo, inquadrato nella legge 81/2017, pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). 

La strutturazione aggressiva del leit motive capitalistico, chiamato o semplicemente più conosciuto come globalizzazione, la ricerca del massimo profitto al minor costo (sotto ogni punto di vista) per imprese e multinazionali.

Il ruolo negativo, in tale contesto assunto dall’Europa di Maastricht, con le sue politiche neo liberiste, monetarie, sensibilmente solo attente agli interessi di banche, finanza e speculatori di ogni ordine e grado e altro ancora.

L’eliminazione dell’articolo 18, motivata dai fautori di questo provvedimento, con la necessità di aumentare le assunzioni, non solo ha portato alla diminuzione di quest’ultime, aumentando vertiginosamente il lavoro precario, ultra flessibile, determinando un sottobosco di finte partite IVA e di altri lavori, che definire schiavizzanti resta un vero e proprio eufemismo. 

Che fare?

Credo sia urgente riportare in seno al parlamento una forza autenticamente Comunista, che realmente rappresenti il mondo del lavoro e che sblocchi il nauseabondo e mefitico clima destroide che aleggia in quelle aule. 

Che quelli del PUL (partito unico liberista) continuino nel fare le loro politiche, ma resta fondamentale che, nel Parlamento, vi sia un contraltare efficace e idoneo, rappresentando, agli occhi delle Italiane e degli Italiani, una degna alternativa.

Non a caso, come già detto in un altro mio articolo, la mia adesione all’associazione culturale Cumpanis è una sorta d’investimento strategico per il futuro.

Sono certo che Cumpanis, oggi, rappresenti una sorta di catalizzatore che, a breve o a meno breve, metterà in moto un nuovo processo, dal basso, per il rilancio di un partito Comunista su basi omogenee, dimenticando la triste esperienza della Rifondazione bertinottiana.

Altro discorso per il sindacato. 

Non credo sia più tempo di “cinghie di trasmissione” o di sindacati privilegiati. 

Ferma restando l’impossibilità a breve che la CGIL “esca dal guado”, situazione quest’ultima posta e condizionata dalle tante correnti di pensiero piddista, presenti in quell’organismo, dove persino l’ex Segretario della Fiom, oggi Segretario generale, è prigioniero nella torre delle dinamiche moderate e quasi conservatrici, di questi soggetti. 

Tra l’altro, oggi, vista l’attualità, non si può negare l’importanza del ruolo delle sigle autonome, nell’organizzare e guidare le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per concludere. 

Uno dei motivi fondamentali che, “senza se e senza ma”, mi hanno convinto ad aderire al progetto politico di Cumpanis, è la stretta volontà dell’Associazione, con la fondamentale collaborazione di altre forze Comuniste e di altre forze democraticamente avanzate, nel rimettere al centro del nostro quotidiano il progetto della riconquista dell’articolo 18 della legge 300. 

Quello conosciuto originariamente e non il surrogato risultante dalle modifiche introdotte dalla Fornero e dal signor Renzi.

Tale azione politica, oltremodo, resta un fatto di civiltà e di civiltà giuridica, che trova fondamento nella nostra Costituzione, contro la barbarie introdotta dai valletti del sistema capitalistico.

Un tempo, orgogliosamente, si sarebbe detto “socialismo o barbarie”. 

E consentitemi, care compagne e compagni, anche oggi, orgogliosamente di riproporre il motto della Rivoluzione Cubana: “socialismo o muerte”.