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Argentina, ieri e oggi

“Donde hay un mango?”

di Dora Salas*

*giornalista e scrittrice argentina. Con questo articolo Dora Salas inizia a collaborare a “Cumpanis”

“Donde hay un mango?” (Dove c'è un peso?), frase che esprime la profondità della crisi che affliggeva i settori popolari argentini negli anni '30 del secolo scorso e che purtroppo si è ripetuta e si ripete anche oggi, se pensiamo ai debiti ereditati dal fallimentare governo neoliberista di Mauricio Macri e le conseguenze locali e internazionali della pandemia Coronavirus.

Il ritornello di “Donde hay un mango, viejo Gómez?”, canzone folkloristica diventata famosa nella voce dell’attrice Tita Merello, interrogava ironicamente un consulente del militare golpista José Félix Uriburu, che nel 1930 aveva estromesso il presidente democraticamente eletto, Hipólito Yrigoyen.

“Tu che sei esperto nel chiedere prestiti e che sai scoprire un peso anche se lo hanno seppellito, spiegami – se puoi – come fai; io anche se mi rimbocco le maniche non riesco a trovare un peso nemmeno per sbaglio. Anche se batto le strade non vedo un peso in circolazione”.

Era il periodo argentino chiamato Decada Infame che lo scrittore peronista Juan José Hernández Arregui ha presentato in questi termini: “I contadini erano privi di ogni protezione. Socialmente diseredati, non c'erano orari di lavoro per loro, nessun riposo settimanale, nessun alloggio. I braccianti creoli dormivano nei capannoni o sotto le stelle. Dovevano essere single. Le aziende del nord dell'Argentina coniavano le proprie monete di cuoio e avevano i propri magazzini dove recuperavano il salario di fame pagato ai peones”. In città, “il sistema di acquisto, senza eccezioni, nei negozi all'ingrosso e al dettaglio, era la normalità di tutti i giorni. I debiti non venivano pagati, e gli imbroglioni proliferarono”.

In sintesi: colpo di Stato militare contro un governo popolare, disoccupazione, fame, malattie.

Uno scenario che si è ripetuto durante il XX secolo con sei golpes de Estado: 1930, 1943, 1955, 1962, 1966 e 1976, quest'ultimo tristemente noto per l'assassinio di 30.000 persone, i desaparecidos, il rapimento di 500 bambini, e migliaia di detenuti ed esuli politici.

Ciclicamente i militari sono stati la mano armata per i piani economici dei latifondisti, suoi alleati e della superpotenza U.S.A.

“Come mai l'Argentina, un Paese che ha di tutto, grano, carne, petrolio, sta così male?”. “Perché un Paese tanto colto non riesce a decollare?”. “Ma... Peron...” e l'interlocutore dubita prima di dire quel che pensa, cioè che il peronismo è un movimento fascista.

I compagni italiani ci pongono da sempre queste domande e questo dubbio.

Ma tutto sommato la risposta può essere breve; l'Argentina è un Paese latinoamericano, dove il colonialismo e i suoi complici locali hanno segnato l'economia, la vita e la morte. Non a caso il primo genocidio è stato commesso dalla spada e la croce, dal Messico in giù e da Ovest a Est, dal Cañón del Sumidero alla Patagonia, dal Camino Inca alla foresta dei guaraníes.

In Argentina, Juan Perón e sua seconda moglie, Eva Duarte, sono stati la cerniera che tra il 1946 e il 1955 ha fatto sentire a migliaia di persone che il cambiamento era possibile.

“Prima di Perón ero una donna povera, ora sono una lavoratrice”, diceva una delle tante che negli anni '50 scrivevano nei muri “con gesso e con carbone, siamo le donne di Perón”. E che nel ‘52, dopo la conquista del voto femminile, hanno pianto la morte della leader dei descamisados.

Alfredo Llana, italo argentino, già esule politico in Italia e ora residente a Buenos Aires, socialista e militante di Articolo1 Argentina, ci ha parlato a lungo del passato e dell'oggi.

“L'America Latina è il continente più ingiusto e disuguale del mondo, dove la differenza tra i più ricchi e i più poveri è abissale. Questo, credo, proviene dai tempi della Conquista, quando gli spagnoli e i portoghesi in Brasile si sono appropriati della ricchezza e della terra dei popoli originari. L'oro è andato in Europa e le terre sono rimaste nelle mani dei conquistatori o dei loro figli. Vasti territori fertili che producevano ricchezza (cereali, bestiame, minerali, legno) senza grandi sforzi del padrone, che per la coltivazione sfruttava i discendenti dei legittimi proprietari spogliati. Ciò ha fatto sviluppare in tutta la regione una classe dominante pigra, soddisfatta di quella situazione. Pensavano e ancora pensano che non c'è bisogno di sforzi per avere un ottimo guadagno. Quindi, non hanno mai pensato allo sviluppo nazionale, allo sviluppo industriale e nemmeno allo sviluppo sociale”, sottolinea Llana.

L'intervista va avanti e naturalmente parliamo di Perón e di Evita.

“C'è stato un tiepido tentativo di cambiare il profilo produttivo e modificare un po’ la distribuzione della ricchezza. Il peronismo ha tentato di portare avanti questo cambiamento. Ma presto i settori conservatori, che avevano ancora il potere economico, lo spazzarono via col colpo militare del 1955. E 20 anni dopo, col golpe del '76, questi tentativi di sviluppo sono stati sostituiti da un ritorno al profilo di Paese agro-esportatore. Lo Stato, che regolava il commercio estero, lo ha consegnato al capitale privato, che si fa sempre di più straniero. Per di più l'Argentina deve importare supplies che la business community non si preoccupa di produrre in loco. E a causa dell'evoluzione sfavorevole dei termini di interscambio sono necessari sempre più dollari per acquistare all'estero la tecnologia che può produrre ricchezza. Dunque, ciclicamente il Paese non ha abbastanza risorse (dollari) per affrontare questo squilibrio che, in tempi di indebitamento irresponsabile come quello del ex presidente neoliberista Mauricio Macri (2015-19), ha trasformato in debiti finanziari, che non è possibile restituire”.

Macri, membro di una famiglia di immigrati il cui padre, Francesco (Franco) è diventato in Argentina un potente uomo di affari, è stato sconfitto alle urne nel novembre scorso, candidatosi per secondo mandato presidenziale.

Quindi, a dicembre si è insediato il governo Fernández-Fernández, sostenuto da diversi settori del peronismo, riuniti per impedire la rielezione di Macri nella Casa Rosada: il presidente Alberto Fernández e la vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner, vedova dell'ex presidente Néstor Kirchner (2003-07), presidente per due periodi consecutivi (2007-11 e 2011-15), non sono parenti.

Nel 2015 Cristina Kirchner, secondo la Costituzione, non poteva candidarsi e il peronista Daniel Scioli è stato sconfitto da Macri, un uomo nuovo, non militare in rappresentanza per la prima volta dopo tanti anni della destra liberista, che in questo modo, non ha avuto bisogno dei militari per andare al governo.

“Le conseguenze economiche e sociali dei quattro anni di neoliberismo sono state dure: raddoppio della disoccupazione, aumento esponenziale della povertà, fortissima concentrazione di reddito nelle tasche di un gruppo di ‘amici’ e grandi società straniere, caduta del 50% dei salari, misurato in dollari, aumento dell'indebitamento fino al 90% del PIL, deindustrializzazione, apertura indiscriminata alle importazioni, distruzione del sistema scientifico-tecnologico nazionale, aumento della disuguaglianza, degrado dell'istruzione pubblica e del sistema sanitario, svuotamento delle casse statali, esacerbazione della dipendenza politica, ecc. Oltre alla creazione di uno stato di polizia (la Giustizia sta portando alla luce le operazioni illegali dell'apparato para-statale di Macri, che ha continuato a perseguitare e incarcerare oppositori e persino rivali economici del gruppo al potere”, afferma Llana.

Fernández-Fernández si sono insediati il 10 dicembre scorso con il 48,24% dei voti nel primo turno elettorale (popolazione, 44.938,712; con diritto al voto 34.231,895; hanno votato 27.525,103, partecipazione dell’81,31%. Macri ha avuto il 40.28% dei voti).

Llana ha ricordato che “il governo di Fernández si pone l'obiettivo di ripristinare la piena operatività dello Stato di diritto, difendere l'occupazione e le capacità produttive, recuperare lo sviluppo economico, attuare politiche urgenti di inclusione sociale e, come condizione indispensabile, ottenere la ridefinizione dei termini e delle condizioni dell'immenso debito estero generato da Macri”.

Ma, non appena si insedia il governo F-F, la pandemia lo costringe a stabilire nuove priorità.

Nonostante i problemi locali e il durissimo contesto internazionale, Alberto Fernández sta dimostrando che c'è spazio per la negoziazione dei debiti.

Il giornalista italiano Livio Zanotti, che da anni vive a Buenos Aires, nel suo blog “Il diavolo non muore mai” ha scritto di recente che “il governo di Alberto Fernaández ha evitato un nuovo default al paese (...).  Dopo 7 mesi, nei quali – com'era ovvio accadesse – le trattative con i creditori sono saltate su e giù come sulle montagne russe, senza tuttavia mai rischiare il deragliamento, è stato raggiunto l'accordo. La forza del debitore, questa volta, stava paradossalmente nella sua innegabile insolvibilità e nelle condizioni non meno drammatiche in cui versano molti altri: il rischio (tutt'altro che scongiurato) di una pandemia di default”.

Spiega Zanotti che l'Argentina “si è impegnata a saldare il debito restituendo a rate prolungate nel tempo il 54,9% dei 69mila milioni di dollari, ricevuti da banche e fondi d'investimento privati essenzialmente degli Stati Uniti. Con un risparmio tra capitale e interessi di 34/35 mila milioni”.

Un passo importante, ma l'Argentina deve trattare ancora il suo debito di 44mila milioni col FMI.

Nel frattempo, il governo affronta il Covid 19 tentando di aiutare i settori più poveri del Paese che, come accusava la canzone dei ranchos (la ranchera, nata da due maestri del tango, Francisco Canaro e Ivo Pelay) “Dov'è un peso che io ho cercato con la lente d'ingrandimento e la torcia e sono febbricitante?”.