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America Latina,

una partita

che ci riguarda

di Geraldina Colotti
giornalista e scrittrice; esperta di questioni dell’America Latina;

corrispondente in Europa del Cuatro F e di Resumen Latinoamericano;

ha ottenuto nel mese di giugno 2020 il premio annuale di giornalismo per la sezione

internazionale. Con questo articolo Geraldina Colotti inizia a collaborare a “Cumpanis”

Per cogliere la portata della posta in gioco nel continente latinoamericano, oggi, è sufficiente scorrere le pagine che il libro di John Bolton dedica al Venezuela bolivariano. L’ex consigliere per la sicurezza USA, un vecchio falco della politica, licenziato 9 mesi fa da Donald Trump, ha infatti deciso di far volare gli stracci, mettendo in piazza alcune delle magagne dell’amministrazione nordamericana.

Si precisano così ulteriormente i tratti del tycoon della Casa Bianca: inetto, corrotto, e umorale fino all’inverosimile. Imbarazzante e incontrollabile anche per la sua stessa cerchia, al punto da aver raggiunto il record delle sostituzioni tra i suoi più fedeli falchi tra i falchi. Trump considera “cool” un’invasione del Venezuela, paese che ritiene addirittura parte degli USA: una sorta di protettorato, insomma.

Anche coloro che si divertono a screditare le dichiarazioni del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, potranno quindi collocare nella loro pericolosità tutti gli attacchi dell’imperialismo e dei suoi fantocci dell’estrema destra venezuelana. A proposito di fantocci, infatti, Trump pare essersi reso conto di aver puntato per l’ennesima volta su un somaro zoppo. E paragona Juan Guaidó, l’autoproclamato “presidente a interim” di un governo virtuale messo in moto dallo stesso Trump, a un politico dei Democratici che si è progressivamente sgonfiato per strada, dopo un abbrivio iniziale nella carriera politica statunitense.

 In compenso, considera Maduro un “forte”, “intelligente” e difficile da abbattere. Dopo le anticipazioni del libro, ha lasciato intendere che avrebbe potuto incontrare l’uomo sulla cui testa è arrivato persino a porre una taglia di 15 milioni di dollari, definendolo “narcotrafficante”. Subito, però, sono insorti sia i Democratici con il candidato Joe Biden, sia – ovviamente – le mafie di Miami, capitanate da Marco Rubio.

Quindi appare chiaro, una volta di più, che, come spiega l’editoriale di Cumpanis, anche nell’eventualità che Trump non venisse rieletto, la linea di politica estera rispetto al socialismo bolivariano non subirà cambiamenti in positivo, ma solo qualche laccatura. Era d’altronde stato il democratico Obama a mettere le sanzioni al Venezuela, definendolo addirittura “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”.

Quanto agli attacchi a Cuba, il progetto di legge presentato da Rubio e altri gusanos da par suo, si spinge fino a pretendere di conoscere i nomi degli Stati che ricorrono alle missioni mediche cubane, per “sanzionarli” in quanto… trafficanti di persone. Perché? Perché, secondo gli ultraliberisti di Miami, dove un giorno di ricovero costa circa 3.500 dollari, i soldi che il governo cubano trattiene per riconvertirli in servizi gratuiti alla popolazione sarebbero un insopportabile abuso commesso sui medici, che pur si sono formati gratuitamente e a spese dello Stato.

Deliri che, purtroppo, sono già entrati nel senso comune, visto che i paesi latinoamericani, tornati a destra, si sono affrettati a espellere i medici cubani, lasciando sguarnite intere zone dove – come accade in Venezuela – i medici di scuola borghese non vogliono andare. Un’offensiva di portata internazionale, tesa a cancellare con la forza il potente messaggio diffuso da Cuba in questa pandemia, appunto con l’invio delle missioni mediche venute a contrastare efficacemente il coronavirus anche nei paesi capitalisti.

Nel frattempo, sono in corso contro il Venezuela vere e proprie operazioni di pirateria internazionale, compiute con la complicità delle banche europee, che stanno illegalmente trattenendo l’oro depositato dalla Banca nazionale venezuelana. Nel caso del Portogallo, poi, la faccenda risulta ancor più grottesca se si pensa che Chavez depositò l’oro nelle banche portoghesi per dare una mano al paese in crisi.

E ora, siccome questi paesi europei hanno riconosciuto l’autoproclamato, è in corso un’assurda disputa “legale” per permettere al truffatore golpista di incamerarsi le risorse del popolo venezuelano, e consegnarle poi ai suoi padrini nordamericani. In questi giorni, nei tribunali inglesi si sta svolgendo appunto questa contesa, nonostante il governo bolivariano abbia ripetutamente chiesto che, almeno, l’oro venga venduto e consegnato al PNUD affinché possa essere convertito in aiuti sanitari contro il covid-19.

Nel suo libro, Bolton mostra come questa strategia di rapina si sia discussa a Washington e come la Gran Bretagna si sia messa a disposizione della manovra di rapina. La piovra egemonica azionata dal gendarme nordamericano passa per solide alleanze consolidate che, nell’intreccio a volte confliggente ma pervasivo della globalizzazione capitalista, sono garantite dalle strutture economico-finanziarie che sostengono il complesso militare-industriale nei vari paesi.

Essendo il Venezuela anche giocato come questione di politica interna dei vari paesi, la cricca filo-atlantista e filo israeliena ha diffuso, anche in Italia, il falso scoop della presunta valigetta da 3,5 miliardi di dollari che Chavez avrebbe consegnato ai 5Stelle, definiti addirittura “un partito anticapitalista”. La deputata Emma Bonino, fa conferenze web in cui appoggia la golpista Maria Corina Machado, del Partito Vente Venezuela.

La senatrice 5S Taverna si affanna a rassicurare che le alleanze atlantiche non sono in discussione. La sua omologa viceministra per la Cooperazione promette milioni di euro per aiutare i paesi neoliberisti che “aiutano” i migranti venezuelani. Lo dichiara nel corso di una conferenza internazionale dei Donatori, organizzata dalla Spagna e dalla UE, insieme agli USA e a tutti quei governi come Colombia, Brasile o Perù, da cui i migranti venezuelani scappano - senza aver ricevuto un soldo dal succoso malloppo erogato ai vari Duke, Bolsonaro eccetera -, per ritornare nel proprio paese, dove i diritti basici sono garantiti.

In questo quadro, si va producendo il progressivo picconamento delle grandi istituzioni internazionali, svuotate dall’interno o esautorate da Trump, che ha cercato di replicare le autoproclamazioni anche in questo campo. Per “legittimare” artificialmente l’aggressione contro il Venezuela bolivariano, ha usato l’estrema destra di Guaidó per inventare istituzioni artificiali, fino a riesumare il TIAR, il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca, firmato nel 1947.

A fargli da apripista, in questo piano, l’Organizzazione degli Stati Americani, (OSA), il cui Segretario generale, Luis Almagro, ex militante del Frente Amplio dell’Uruguay, ha monetizzato il suo voltafaccia per far tornare l’organismo, a suo tempo giustamente definito da Fidel Castro “il ministero delle colonie”, nell’orbita di Washington.

Ora, a detta del falco Bolton, Trump definisce “moribonda” l’istituzione, alla cui testa Almagro è stato eletto per la seconda volta, rinnovando il suo zelo contro la rivoluzione bolivariana, da ultimo mostrato anche contro la Bolivia di Morales, in occasione del recente colpo di Stato.

Eppure c’è stato un momento – un lungo momento di auge dell’integrazione latinoamericana e caraibica – in cui persino l’OSA sembrava destinata a essere rimodellata dall’interno. Il 28 giugno del 2009, quando a guidare l’organismo era il cileno Miguel Insulza, si verificò il colpo di Stato in Honduras. Prima che potesse svolgersi un referendum consultivo comunque non vincolante per un’assemblea costituente, il presidente Manuel Zelaya venne deposto dalla Corte Suprema, impacchettato dai militari e portato in pigiama in Costa Rica.

Il pur moderato Zelaya, presidente di un paese che custodisce la più grande base militare nordamericana del continente, quella di Palmerola, era “colpevole” di voler aderire all’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, creata da Cuba e Venezuela a dicembre del 2004. Un progetto, quello dell’Alba, contrapposto all’Alca, l’Accordo di Libero Commercio per le Americhe, messo in moto nel 1994 per entrare in vigore entro il 2005.

Nel 2009, l’OSA sospese l’Honduras fino al ritorno di Zelaya nel paese, nel 2011, applicando la Carta Democratica Interamericana, approvata a Lima nel 2001. Quello stesso anno, l’organismo votò per il reintegro di Cuba, sospesa nel 1962, ma Fidel Castro decise di continuare a rimanerne fuori. Saggia decisione, che prenderà anche il Venezuela con Nicolás Maduro nel 2017, a causa delle continue interferenze di Luis Almagro, pur arrivato alla Segreteria dell’OSA con i voti di tutti i paesi progressisti, nel 2015.

Ma, nel 2009, si era ancora nel pieno di quello che viene considerato il “rinascimento latinoamericano”, il felice ciclo dei governi progressisti o “post-neoliberisti”, iniziato con l’elezione di Chavez in Venezuela, nel 1998. Il 23 maggio del 2008, a Brasilia, era stata creata la Unasur (l’Unione delle nazioni sudamericane). Nel 2005 era stata fondata Petrocaribe, una zona economica non asimmetrica per la sovranità energetica dei Caraibi e l’integrazione dei paesi dell’area. Nel 2010 sarebbe stata ideata la CELAC, l’Unione degli stati latinoamericani e caraibici, dichiarata subito “zona di pace”.

L’idea di una seconda indipendenza, articolata a vari livelli secondo il progetto di Bolivar di una Patria Grande, sostenuto da accordi politici e commerciali che interessavano anche due grandi paesi come Argentina e Brasile, non poteva che provocare l’offensiva dell’imperialismo nordamericano, prima distolto dalle aggressioni in Medioriente. Un’offensiva che si situa nel quadro della crisi cosiddetta finanziaria del 2008, altro capitolo della crisi sistemica in cui si dibatte il capitalismo.

Quello in Honduras fu il primo golpe istituzionale, seguito da quello in Paraguay contro Fernando Lugo il 25 giugno del 2012, e poi da quello contro Dilma Rousseff in Brasile, il 31 agosto del 2016. Uno schema che gli Stati Uniti, giocando sui due tavoli durante le presidenze Obama (Hillary Clinton lo ammise nel suo libro di memorie), cercheranno di applicare anche all’Argentina di Cristina Kirchner, spingendo attraverso le grandi corporazioni mediatiche la presidente progressista verso la sconfitta, seppur di misura, contro l’imprenditore Mauricio Macri.

 Uno schema precedentemente testato nel continente africano sempre terra di rapina, a cui al massimo, nei paesi capitalisti, si guarda con le lenti del “business umanitario”. La ricerca di uno scambio non asimmetrico, portato avanti da Cuba e Venezuela e dal blocco dei paesi latinoamericani inseriti nelle alleanze per la ridefinizione di un mondo multicentrico e multipolare – una per tutte il Movimento dei paesi non allineati (MNOAL), la seconda istituzione internazionale più grande dopo l’ONU – è stata un’altra grossa spina nel fianco dell’imperialismo nordamericano.

Uno scenario che vede aumentare l’importanza dei media nei conflitti per la “balcanizzazione” dei territori, nelle aggressioni imperialiste ai paesi ricchi di risorse, e nelle guerre ibride scatenate contro Cuba e Venezuela e contro le alleanze solidali. Una crescita direttamente proporzionale all’aumento delle grandi concentrazioni economico-finanziarie a livello globale.

Così come la frammentazione globale della catena produttiva rende meno visibili i centri direttivi, ma non il persistere e anzi l’aumento dello sfruttamento capitalista, così la merce-informazione si diffonde per frammenti di una gigantesca velina di polizia globale, che risponde a pochi centri oligarchici mossi dagli stessi interessi.

Il ruolo dei grandi media privati è stato determinante nel colpo di Stato contro Chavez in Venezuela, nel 2002, così come nella preparazione e nella gestione dei golpe istituzionali e nelle “autoproclamazioni” che si sono determinate, prima in Venezuela e poi in Bolivia.

In Honduras, uno dei principali promotori del golpe contro Zelaya è stato il giornale La Tribuna, proprietà dell’ex-Presidente Carlos Flores Facussé, uno dei più ricchi impresari del paese. A orchestrare l’impeachment contro Dilma così come le campagne contro Cristina in Argentina, sono state le grandi corporazioni mediatiche, O Globo in testa.

Per impadronirsi del gas e del litio boliviano, i grandi centri economico-finanziari di Washington, e le oligarchie locali che guidano le corporazioni mediatiche, in pochi mesi sono riusciti a convertire l’immagine di Morales da quella benevola di “primo presidente indio” a quella di un bieco cacicco organizzatore di frodi elettorali.

Il rapporto del Comando Sur, intitolato “Guerra globale in tempo di globalizzazione”, descrive in dettaglio il fondamentale ruolo dei media nella guerra ibrida che si sta combattendo contro i governi “scomodi” in America Latina.  Per questo, in tutta l’America Latina, la lotta contro il latifondo mediatico ha costituito e costituisce un cardine della lotta per l’indipendenza e per la trasformazione strutturale della società.

L’ultimo discorso pronunciato da Morales all’ONU contro Trump dev’essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Pentagono. Porre la questione dei “diritti umani”, prima di tutto come garanzia di quelli basilari, nelle grandi istituzioni internazionali, è infatti una “bestemmia” che l’imperialismo cerca in tutti i modi di evitare. La retorica sui diritti umani deve, ovviamente, viaggiare al ritmo della mistificazione dominante, che impone ai dominati di feticizzare la legalità dello stato borghese e quella delle istituzioni internazionali, mentre si dimostra pronto a calpestarle quando non rispondano ai propri interessi di classe.

E così, ecco pilotare la ACNUR sulla questione dei migranti venezuelani, diventati un “grande esodo” (leggi un grande business) quando si è trattato di appoggiare i governi neoliberisti della regione contro “il dittatore Maduro”, ma ben occultata ora che quegli stessi migranti cercano di rientrare con ogni mezzo nel loro paese, e a carico del governo bolivariano.

Trump ha anche firmato un Ordine esecutivo per imporre sanzioni alla Corte Penale Internazionale (CPI) che ha osato aprire un processo agli USA per i crimini commessi in Afghanistan e in altri paesi. Una campagna condotta dal falco Bolton nel 2018. Lo stesso Bolton che, nel 2002, da sottosegretario di Stato per il controllo delle Armi e la sicurezza nazionale di George W. Bush ha annunciato la decisione degli USA di ritirarsi dallo Statuto di Roma, fondativo della CPI.

Gli Stati Uniti hanno oltre 200.000 militari dispiegati in 180 paesi nei cinque continenti, nonché agenti della CIA e mercenari che così risultano al di sopra delle leggi internazionali. Solo in Colombia, che sta all’America Latina come Israele sta al Medioriente, ce ne sono 9 conosciute. E ora Trump sta cercando di demolire tutte le istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU.

Contro le misure coercitive unilaterali, imposte dal tycoon della Casa Bianca al Venezuela, il governo bolivariano ha presentato una denuncia alla CPI per crimini di lesa umanità. La chiarezza con la quale il socialismo bolivariano sta portando la sua battaglia in tutti gli organismi internazionali, riporta al centro i termini del conflitto, smascherando la retorica imperialista in base alla lotta di classe.

Uno sforzo quanto mai necessario prima di tutto nei paesi capitalisti dove le classi dominanti intendono far pagare la crisi post-pandemia ai settori popolari, disorientati da decenni di T. I.N.A (Theres is not alternative, di tatcheriana memoria), una cantilena propinata anche dalla “sinistra liberal”, e sviate da false bandiere.

Se le forze di alternativa non sono riuscite a organizzare un’opposizione valida alle politiche di aggressione al Venezuela e a Cuba nei paesi dell’Unione Europea. Se il territorio italiano è un vero e proprio magazzino di servizio della NATO, alle cui spese militari si contribuisce ogni anno con zelo maggiore, è perché la parola d’ordine di “guerra alla guerra”, è scomparsa dalla prospettiva di lotta, insieme al sacrosanto proposito che la crisi la debbano pagare i padroni.

Così sguarniti, avendo interiorizzato a tal punto la paura della lotta di classe da bandirla come “terrorismo” e da consegnarla ai tribunali, non si sa più rimettere in moto un internazionalismo efficace che sappia riconoscere come propria la lotta dei popoli contro l’imperialismo.

Nei suoi punti più alti e fatte le debite proporzioni, il laboratorio latinoamericano parla infatti anche alle forze d’alternativa di casa nostra. Interroga la necessità di ricostruire una soggettività organizzata, le basi, i modi e lo spirito per riuscirci. Vincere, si può, anche dopo una sconfitta – sicuramente tattica e non strategica – ma di proporzioni gigantesche come quella seguita alla fine dell’Unione Sovietica.

 Si può riorganizzare un blocco sociale anticapitalista che coinvolga anche quei settori emarginati che oggi vanno dietro ai fascismi. Si può riscattare dal fango la bandiera del comunismo senza indulgere al maschilismo o alla xenofobia per strizzare l’occhio a questi settori.

Si può costruire un partito che non si vergogni delle proprie radici, che non faccia lo struzzo rispetto alle forme del conflitto, storicamente determinato, che si sono date a sinistra del PCI negli anni ’70, e che includono la lotta armata.

Due letture, al riguardo, possono servire al confronto: il libro di Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, pubblicato da Bompiani, e Correvo pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo, edito da PGreco.

L’esperienza del Venezuela, che come noi ha combattuto con le armi le democrazie borghesi della Quarta Repubblica, insegna. L’alta presenza delle donne in tutte le strutture di potere della rivoluzione, e di una avanzatissima costituzione declinata nei due generi, mostra come la lotta contro il patriarcato sia un elemento fondamentale della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo.

La costruzione del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), nel 2007, indica la possibilità concreta di portare a sintesi, senza azzerarle, istanze che tradizionalmente si sono scontrate nella storia del movimento operaio novecentesco, ma che possono marciare oggi nella stessa direzione.

L’alleanza tra operai, contadini e “comuneros” (le comunas sono organi di autogoverno in vista della costruzione dello Stato comunale), indica la prospettiva tra vecchie e nuove soggettività organizzate nella costruzione della transizione al socialismo.

L’uso delle elezioni come leva per far crescere la coscienza delle masse ed esercitare la lotta di classe all’interno delle strutture del vecchio stato borghese, per depotenziarlo dall’interno, è un’altra suggestione interessante. Interessante è anche la “formula” delle alleanze messe in atto dal PSUV con altri partiti che non hanno voluto sciogliersi nella nuova formazione, a cominciare dal Partito comunista.

Interessante è la capillare struttura di organizzazione territoriale, basata su militanti che funzionino come articolatori, come moltiplicatori di coscienza e azione in base alla tecnica dell’”uno per dieci” (ogni militante deve convincerne dieci, che a loro volta devono fare altrettanto a cerchi che aumentano di volume). Una strategia che si lega al concetto di “difesa integrale”, riassunto in quello di “guerra di tutto il popolo”, tratto da Ho Chi Min.

Un elemento fondamentale di analisi per guardare agli errori, alle sottovalutazioni e ai ritardi che hanno favorito il ritorno delle destre in altri paesi del continente, come il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador. Dalle alleanze che hanno portato alla vittoria governi post-neoliberisti, deve nascere qualcosa di più solido, basato soprattutto sulla costruzione internazionale del potere popolare organizzato.

Un elemento utile anche in questa Europa dove la Grecia ha ceduto, e in un’Italia dove, a oltre cinquant’anni della strage di Stato di Piazza Fontana, si sono santificati poliziotti e magistrati, consegnando alla damnatio memoriae le ragioni e i costi del conflitto di classe.