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Un costruttore storico del Partito Comunista Italiano;
uno strenuo combattente contro il suo scioglimento

Alessandro Vaia

di Bruno Casati

Alessandro Vaia è nato a Milano nel 1907. Nel 1925 si iscrive alla Gioventù Comunista, e l’anno dopo entra in clandestinità. Arrestato nel 1929, viene condannato a cinque anni di reclusione dal Tribunale speciale fascista, scontati nel carcere militare di Gaeta. Nel 1934 espatria clandestinamente in Francia, a Parigi, dove lavora per il PCI, che nel 1935 lo invia alla Scuola politica e militare di Mosca, dalla quale esce ufficiale.

Nel 1937 viene inviato in Spagna a combattere contro i franchisti nelle Brigate internazionali, dove l’anno seguente diventa generale della 12° Brigata Garibaldi (splendida l’autobiografia di Vaia dal titolo “Da galeotto a generale”, Teti Editore, 1977).  Sconfitta la Repubblica spagnola, fuggito in Francia, viene internato per quattro anni nel campo di Le Vernet, dal quale fugge per unirsi alla Resistenza francese.

Nel marzo 1944 torna clandestinamente in Italia e assume il comando della Divisione partigiana “Marche”. Dopo la liberazione di Ancona, nel gennaio 1945, è a Milano dove, in qualità di Commissario di guerra del Comando di piazza di Milano del Corpo Volontari della Libertà, dirige l’insurrezione del 25 aprile. Per la sua attività partigiana viene decorato con la Medaglia d’argento al valor militare. Su tutta questa parte della vita militante di Vaia, la lettura del suo libro autobiografico “Da galeotto a generale” offre straordinari spunti per comprendere la realtà storico-politica di quegli anni.

Dopo la Liberazione dal fascismo, rimane inizialmente a Milano nella Direzione Alta Italia del PCI. A partire dal 1947 diventa successivamente Segretario della Federazione comunista di Cremona e di Brescia, e nel 1949 vice-segretario della Federazione di Milano. Nel 1951 entra come membro nel Comitato Centrale del PCI, e poi nel 1956 nella Commissione Centrale di Controllo. Dopo il 1956 sarà fra gli “epurati” – in nome del “rinnovamento” – della vecchia guardia partigiana vicina a Pietro Secchia, operazione che a Milano verrà congiuntamente condotta su direttiva di Togliatti dalla strana coppia di Armando Cossutta e Rossana Rossanda.

Tutta la vita di Alessandro Vaia è stata dedicata all’ideale comunista e alla costruzione di una società emancipata dal capitalismo. E ha dedicato i suoi ultimi anni fino alla sua morte, avvenuta il 12 febbraio 1991, a un’intensa lotta da protagonista contro lo snaturamento politico di classe del PCI. Di questa lotta contro il processo di socialdemocratizzazione e poi di scioglimento del PCI, Vaia è stato uno dei fondamentali perni teorici, politici e organizzativi per la messa in campo degli strumenti (il giornale “Interstampa”, la casa editrice “L’Aurora”, il Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano, decine di altri Centri Culturali per l’Italia) funzionali alla lotta contro la cancellazione del partito comunista in Italia. Di particolare importanza è stato l’impegno di Vaia nell’individuazione e poi nella “costruzione” (politica e teorica) di un’intera leva di giovani quadri comunisti in tutta Italia, giovani quadri che negli anni ’80 si sarebbero rivelati decisivi nella costruzione della battaglia contro la liquidazione del PCI e negli anni successivi decisivi nella messa in campo delle esperienze comuniste successive al PCI, a partire da Rifondazione Comunista.

Di seguito pubblichiamo un articolo di Alessandro Vaia scritto per “Interstampa” nel marzo-aprile del 1985, un articolo che a partire dalla messa a fuoco del rifiuto del PCI di allora di partecipare a un summit internazionale di partiti comunisti del mondo, avanza l’analisi di un processo di socialdemocratizzazione dello stesso PCI. Il titolo dell’articolo, peraltro, non lascia dubbi: “Verso la socialdemocrazia?”.

 

 

 

 

Verso la socialdemocrazia?

(da “Interstampa”, marzo-aprile 1985)

di Alessandro Vaia

 

Immediato, reciso e anche tagliente è stato il no dei dirigenti del PCI alla proposta avanzata da alcuni partiti comunisti per la convocazione di una Conferenza internazionale dei partiti comunisti.

Le dichiarazioni di Giancarlo Pajetta, di Pecchioli, di Natta e di altri sottolineano l'inutilità e la dannosità di una tale Conferenza; insistono in particolare sulle divergenze (“profonde” dice Pecchioli) tra i partiti comunisti, contestano che la redazione di Praga della “Nuova rivista internazionale” sia una sede qualificata per una tale proposta. (Ma ne esiste un'altra?)

Non sembra che le motivazioni addotte per giustificare il drastico “no” abbiano un serio fondamento e siano convincenti; anzi alcune di esse dovrebbero approdare a conclusioni esattamente opposte.

Le divergenze tra i partiti comunisti indubbiamente ci sono, in certi casi sono gravissime e in casi estremi danno luogo anche a scontri armati come è avvenuto nelle aggressioni della Cina contro il Vietnam. Ma guai a noi se l'esistenza di divergenze precludesse ogni discussione collettiva e indurci a disconoscere che, pur su posizioni diverse, anche divergenti, tutti i partiti comunisti, che siano veramente tali, si riconoscono uniti nella comune lotta contro l'imperialismo, per la pace e il socialismo.

In una fase storica che vede l'esistenza di organizzazioni internazionali non solo dei partiti socialisti e socialdemocratici, ma della Democrazia Cristiana e dei liberali, sarebbe curioso che si negasse l'opportunità, non già di creare una nuova organizzazione internazionale che nessuno ha proposto, ma anche solo di riunirsi e di discutere tra partiti comunisti. A meno che non esistano davvero più tra loro “principi a base comune”, o si ritenga, come ha dichiarato Alessandro Natta, che non esista addirittura più un movimento comunista internazionale. Ma ciò non è assolutamente vero.

Il movimento comunista internazionale, anche se in forma non organizzata e senza centri di direzione, non solo continua ad esistere ma accresce sempre più la sua forza numerica e la sua influenza tra le masse in ogni parte del mondo.

Esso conta oggi 80 milioni di militanti nei confronti dei 50 milioni degli anni '70. I partiti comunisti esistono in 95 Paesi contro gli 88 di 15 anni orsono e un miliardo e mezzo di persone già partecipa all'edificazione del socialismo. I comunisti sono oggi la forza principale di governo per oltre un terzo dell'umanità e rappresentano ovunque, nei paesi capitalisti come nel Terzo mondo la forza più combattiva e più unita in difesa degli interessi dei lavoratori.

Il movimento comunista internazionale esiste, e come!

È una realtà imponente pur nella sua differenziazione, che è forza e non debolezza, ed è proprio per questo che l'attacco contro i comunisti da parte delle forze conservatrici, con alla testa gli USA, si va facendo più accanito e senza risparmio di mezzi. Se la dichiarazione di Natta dovesse essere intesa come una presa di distanza dal movimento comunista internazionale per accelerare la marcia di avvicinamento alla socialdemocrazia, come sembra voglia significare anche Napolitano nel suo articolo su Rinascita (n. 5 febbraio ‘85) e nella sua intervista al Corriere della Sera, allora si dovrebbe apertamente riconoscerlo e non smentirlo.

Del resto, anche nell'intervista al giornale jugoslavo Nin, la precisa e netta “non proponibilità di modelli di tipo sovietico” si contrappone ad una ricerca dell'eurocomunismo che “tenga conto delle esperienze compiute dalla socialdemocrazia”. Il che non lascia dubbi sulle preferenze manifeste.

C'è, naturalmente, nell'articolo di Rinascita, molto di più che non gli accenni fuggevoli contenuti in un'intervista. Ci sono, nell'articolo citato di Napolitano, delineati i tratti fondamentali della società che egli prospetta: una società basata essenzialmente su una economia di mercato, senza socializzazione dei mezzi di produzione e senza pianificazione, anche se articolata e flessibile. C'è da chiedersi: che cosa avrebbe di diverso una tale società da quella capitalista dalla legge del profitto e dalle multinazionali?

Quanto alla riflessione in corso nei più importanti partiti socialdemocratici europei, essi, dopo aver posto in soffitta Marx ed essersi illusi per un lungo periodo di tempo di una società del benessere, stabile e sicura nell'ambito di una società capitalistica, pare si muovano oggi nel senso di recuperare quanto di valido avevano gettato alle ortiche per avviarsi veramente verso la costruzione di una società socialista. La tendenza prevalente, anche se contrastata, va proprio nel senso opposto, cioè in direzione di un inserimento sempre più stretto e radicato nel sistema, e di presentare una facciata decente ai lavoratori. Ciò non significa naturalmente che non debbano essere ricercate e sollecitate tutte le convergenze possibili con i partiti socialisti e socialdemocratici sui temi del lavoro, delle libertà e della pace, suscettibili di tradursi in lotte comuni contro l'attacco insidioso delle forze conservatrici. Non è da ieri, ma da tempi molto lontani, ancor prima del VII Congresso dell'I. C., che i comunisti hanno corretto certi giudizi schematici e in parte ingiustificati sulla socialdemocrazia. Rimane però il fatto che con Bad Godesberg o senza, come la pratica dei grandi partiti socialdemocratici europei ha dimostrato, essi al socialismo non ci pensano proprio. A meno che si voglia gabellare per tale socialismo che conviva con il monopolio, con le multinazionali, con tutte le leve del potere economico nelle mani del capitale.

La stampa dei “padroni del vapore” si rallegra di questa marcia di avvicinamento dei comunisti italiani verso la socialdemocrazia ma non nasconde la sua insoddisfazione per la lentezza e l'incertezza con la quale questo processo si svolgerebbe. Forse i chierici della borghesia, pur ferrati da un'esperienza vecchia di secoli nell'arte di difendere il loro sistema e i loro padroni, sottovalutano il fatto che i comunisti, nella loro maggioranza, vogliono rimanere tali, anche se c'è chi, sotto la bandiera del “nuovo”, ha marciato a ritroso fino a incontrarsi con Bernestein. E magari non se n'è accorto.