Premessa. Le bugie hanno sempre le gambe corte. 

Nella cultura popolare vi sono molti detti che stigmatizzano il vizio di taluni di raccontare balle. Uno l’ho scelto come titolo, un altro recita “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Quello che manca, è un detto appropriato che possa definire la montagna di menzogne quando dilagano a livello planetario. La saggezza popolare si è formata nei secoli avendo di fronte, spesso: imperatori, papi e re con la loro sterminata corte di paggi addetti ad educare i sudditi circa le cose vere e false, le cose giuste e sbagliate. Anche oggi abbiamo di fronte i medesimi potenti e i medesimi maggiordomi che pontificano dalle televisioni, imboniscono dalle radio, insegnano dai giornali siano essi falsamente apolitici, di destra oppure della sinistra omologata. Poi, all’improvviso, accade qualcosa che fa svanire migliaia di parole, di opinioni e d’insegnamenti. Intellettuali, giornalisti, attori, cantanti e accoliti vari magicamente dimenticano tutto quello che hanno sostenuto. Recentemente, questa epifania delle menzogne è stata la “strana” e “precipitosa” ritirata della NATO dall’Afghanistan avvenuta nel mese di agosto, e prima di addentrarci nell’analisi di quanto accaduto, è assai opportuno ricordare sinteticamente la “storia” che ci hanno propinato fino ad oggi. La guerra in Afghanistan scoppia il 7 ottobre 2001, e nel corso dei mesi la NATO affiancò sempre di più i ribelli afghani contro il regime dei Talebani, fino ad essere il necessario supporto al governo filo occidentale anche a livello territoriale allo scopo di sostenere il nuovo governo afghano dal 2004 a guida di Hamid Karzai. Perché mai la NATO, organizzazione nata per difendere il libero occidente dalla bieca Russia, si cacciò in mezzo alle montagne dell’Asia? Il presidente George W. Bush giustificò l’invasione dell’Afghanistan, come ritorsione contro il terrorismo a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, con lo scopo di distruggere al-Qaida e di catturare o uccidere Osama bin Laden. Un grande pasticcio, quindi, perché i talebani erano stati per anni considerati amici e alleati, soprattutto quali resistenti all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Di colpo, Washington cambiò idea e i talebani da eroici partigiani della libertà afghana divennero biechi protettori di criminali terroristi. George W. Bush già tre giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle con un megafono, urlò: “Vi sento! Il resto del mondo vi sente! E la gente – e le persone che hanno buttato giù questi edifici presto sentiranno tutti noi”. Grazie ad un sostegno popolare all’85%, il Presidente americano in veste di giudice supremo del mondo sentenziò la colpevolezza di Iraq ed Afghanistan, ed agli ex amici di Kabul intimò: “consegnino i terroristi, o … condividano il loro destino”. Ma chi pensava e agiva in quei giorni alla Casa Bianca era il vice presidente Dick Chaney; se George W. Bush leggeva le sentenze, Chaney le scriveva e le faceva eseguire. Allora ci sorge un dubbio. Come mai misteriosi terroristi hanno potuto brillantemente organizzare uno dei più clamorosi e spettacolari attentati della storia recente, facendola in barba alla CIA, a tutti i servizi segreti occidentali, all’FBI, alle 15 agenzie militari e civili degli Stati Uniti riunite nell’United States Intelligence Community (istituita da Ronald Reagan nel 1981), ai circa 340 satelliti militari USA, alla poderosa aviazione a stelle e strisce. Tali organizzazioni furono le stesse che poi diedero al Presidente George W. Bush le “prove” della colpevolezza di Al Qaida e della connivenza data dai talebani in soli tre giorni: ciechi prima ma veggenti poi. Secondo lo “story telling” di allora, terroristi provenienti da non meglio identificati deserti arabici o monti dell’Atlante, appoggiati da barbuti e notoriamente retrogradi afghani, sarebbero stati così tecnicamente evoluti, abili e circondati da una dovizia di coperture internazionali al massimo livello da poter turlupinare la potenza imperiale, nel cuore pulsante della sua metropoli, e che ha sempre fatto della propria sicurezza nazionale un cardine della politica domestica ed estera. Per chi volesse approfondire la critica alla versione ufficiale degli attentati alle Torri gemelle si suggerisce la visione del film di Michael Moore “Fahrenheit 9/11” uscito nel 2004. Parlare e scrivere di Afghanistan non è cosa semplice, perché il paese è particolare, perché il suo valore geopolitico è legato alla sua posizione geografica ma soprattutto perché la sua storia, la sua relazione con gli altri paesi, il suo effettivo ruolo internazionale è sempre stato avvolto dalla folta nebbia generata dalle balle della propaganda occidentale. 

I talebani: amici e nemici all’occorrenza 

Nel “racconto” che i media occidentali hanno fatto di quel paese, i talebani ne sono stati sempre i protagonisti. Ed anche sulla loro storia, di menzogne l’occidente ne ha raccontate tante. Innanzitutto sfatiamo la leggenda che americani e talebani sono nemici. I Talebani, che in lingua pashtu significa “studenti” nascono come gruppo adepto delle scuole coraniche in Afghanistan e Pakistan negli anni ’90. Diventano subito guerriglieri, quindi soldati non governativi, oppositori antisovietici in Afghanistan. Predicando una forma radicale di Islam sunnita, diventano amici naturali delle ricche monarchie del golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait) che erano il tramite degli aiuti che gli americani davano agli oppositori del regime afghano filo sovietico di Mohammad Najibullah, che venne giustiziato proprio dai talebani. Tra il 1995 e il 1996 i talebani contendono ai Mujaheddin l’eredità, e ottengono il potere proprio perché funzionali alla politica delle monarchie del golfo, sempre su mandato di Washington, di creare luoghi “ambigui” dove accreditare la presenza di gruppi terroristici (Al Qaida), movimenti più strutturati (talebani) fino a giungere a Stati del terrorismo (Afghanistan tra il 1996 e il 2001). I dubbi sui cattivi rapporti tra Stati Uniti e Talebani sono venuti a Robert Sheer, esplicitati nel suo articolo “Il patto faustiano di Bush con i talebani” apparso su The Nation il 22 maggio 2002. Innanzitutto Sheer ci dimostra che la Shari’a, cioè il sistema di regole di vita e di comportamento dettato da Dio per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli, nell’Afghanistan guidata dai talebani raggiunse livelli di assurdità parossistiche: “Riducete in schiavitù le vostre ragazze e le vostre donne, ospitate terroristi antiamericani, distruggete ogni traccia di civiltà nella vostra patria e l’amministrazione Bush vi abbraccerà. Tutto ciò che conta è che ti schieri come alleato nella guerra alla droga, l’unica causa internazionale che questa nazione prende ancora sul serio. Questo è il messaggio inviato con il recente dono di 43 milioni di dollari ai governanti talebani dell’Afghanistan, i più virulenti violatori antiamericani dei diritti umani nel mondo di oggi. Il dono, annunciato giovedì scorso dal segretario di Stato Colin Powell, oltre ad altri recenti aiuti, fa degli Stati Uniti lo sponsor principale dei talebani e premia quel “regime canaglia” per aver dichiarato che la coltivazione dell’oppio è contro la volontà di Dio. In nessun momento della storia moderna donne e ragazze sono state più sistematicamente abusate che in Afghanistan dove, in nome della follia mascherata da Islam, il governo di Kabul cancella i loro diritti umani fondamentali… I fanatici talebani, isolati economicamente e diplomaticamente, sono al punto di rottura, e così, in cambio di una miseria di legittimità e denaro da parte dell’amministrazione Bush, sono stati disposti a mostrarsi contrari alla coltivazione dell’oppio”. Nell’articolo di Sheer apprendiamo del ruolo attivo avuto dai talebani, fino dai primi anni del loro potere, nella coltivazione del papavero necessario alla produzione di eroina e che nel momento di maggior crisi del regime talebano (ma non sta accadendo ora la stessa cosa?) gli Stati Uniti intervennero direttamente con 43 milioni di dollari, e quindi indirettamente diedero disposizione anche alle monarchie del golfo di fare altrettanto, con la promessa di combattere tale coltivazione. Con quale esito? Assai scarso a quanto sostiene Ted Galen Carpenter nel suo articolo dal titolo eloquente “How Washington Funded the Taliban” apparso il 2 agosto 2002 sul sito del CATO Institute. Lo studioso americano non risparmia un duro giudizio sulla credulità da parte degli americani sostenendo che: “i funzionari statunitensi sono stati ingenui nel prendere l’editto dei talebani alla lettera. La tanto decantata repressione della coltivazione del papavero da oppio sembra essere stata poco più di un’illusione. Nonostante i rapporti degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite secondo cui i talebani avevano praticamente spazzato via il raccolto di papavero nel 2000-2001, le autorità del vicino Tagikistan hanno riferito che le quantità che attraversavano il confine stavano effettivamente aumentando. In realtà, i talebani hanno dato l’ordine di fermare la coltivazione solo per aumentare il prezzo dell’oppio che il regime aveva già accumulato”. Noi che invece siamo meno propensi a credere che gli americani siano così ingenui nel finanziare i talebani, riteniamo più semplicemente che Washington stesse sostenendo questo assurdo regime semplicemente perché pedina utile alla propria politica. I Talebani furono gli “utili idioti”, così necessari nell’era della politica senza opposizione di questi ultimi vent’anni, da appaiare a fantomatiche organizzazioni terroristiche come “Al Qaida” prima e “Isis” poi, le cui presenze hanno dato la possibilità a Stati Uniti e Nato d’invadere Iraq, Afghanistan e, se non ci fosse stato l’esercito russo sul campo, di precipitare la Siria nello stesso baratro. 

Il reale valore geopolitico dell’Afghanistan

Gli attentati alle torri gemelle del 11 settembre 2001, diedero la possibilità agli Stati Uniti di accusare gli utili idioti Al Qaida e talebani di esserne i responsabili. In quest’articolo ci occupiamo di Afghanistan e quindi non entriamo nell’analisi delle ragioni politiche di tali attentati, cerchiamo invece di capire perché l’esercito americano e i suoi ausiliari (secondo la corretta terminologia usata dagli storici dell’antica Roma per le armate dei barbari alle dipendenze degli imperatori) riuniti nella NATO decidono d’invadere l’Afghanistan. Quale valore ha questo paese povero, retrogrado e arrampicato sulle montagne (per l’80% ha un’altitudine compresa tra i 600 e i 700 metri sul mare), abitato da 33 milioni di persone divisi in pashtun per il 42%, tagiki per il 27% e in altre 5 etnie minori. A quanto pare povero sopra terra ma molto meno sotto, secondo un rapporto del ministero afghano delle Miniere e del petrolio edito nel 2019. L’Afghanistan è ricco di materie preziose e ricercate come rame, oro, petrolio, gas naturale, uranio, bauxite, carbone, minerale di ferro, terre rare, litio, cromo, piombo, zinco, pietre preziose, talco, zolfo, travertino, gesso e marmo. Tra le materie più in vista spicca innanzitutto il rame. IL rapporto del 2019 ha stimato la presenza di quasi 30 milioni di tonnellate della risorsa. Secondo lo stesso documento, ci sarebbero altri 28,5 milioni di tonnellate di rame nei giacimenti non scoperti. L’Afghanistan, sempre stando al ministero, nasconderebbe anche 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro ma soprattutto 1,4 milioni di tonnellate di minerali di terre rare, un gruppo di 17 elementi apprezzati per le loro applicazioni nell’elettronica di consumo e nelle attrezzature militari. Una delle ragioni dell’invasione americana dell’Afghanistan poteva quindi essere squisitamente di matrice coloniale. Eppure in ben vent’anni di occupazione NATO iniziative minerarie di rilievo da parte di compagnie occidentali sono state pochissime. Evidentemente i costi d’estrazione sono stati ritenuti elevati a causa dell’assenza di sbocchi sul mare, di una ferrovia vetusta, di un’organizzazione statuale locale sostanzialmente assente, essendo il paese diviso tra tribù, ognuna delle quali esige dei “pizzi” per le singole miniere. Allora quale era il valore geopolitico per la Casa Bianca? Il medesimo di quello che ha sempre avuto nella sua storia Kabul: strategico-militare per via della sua posizione geografica, cuneo tra importanti paesi asiatici. Le basi militari in Afghanistan permettono di essere “alle spalle” di tutti i “nemici” degli Stati Uniti. Alle spalle dell’Iran con la quale condivide 921 km di confine. Alle spalle della Russia, per meglio dire delle repubbliche asiatiche ex sovietiche e tutt’ora membri della Comunità degli Stati Indipendenti: Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan. Alle spalle della Cina tramite il Corridoio del Wakhan, creato alla fine del XIX secolo dagli inglesi, affinché facesse da cuscino contro potenziali ambizioni russe in un’ipotetica guerra tra Russia e Regno Unito per il controllo dell’Asia centrale. Nel corso dei vent’anni di occupazione militare NATO, quante volte si è paventata, ad esempio, la guerra contro l’Iran. Nella presentazione di tale scenario i mass media di regime hanno sempre evidenziato il teatro del Golfo Persico e dello stretto di Ormuz quale principale e sostanzialmente unico, fingendo di scordarsi della presenza dei 60.000 soldati americani, 8.000 britannici, 3.000 tedeschi e 2.800 italiani, senza aggiungere i contingenti minori, che dall’Afghanistan avrebbero logicamente invaso l’Iran costringendo Teheran alla guerra su due fronti. Ecco il valore geopolitico dell’Afghanistan.  

Il ritiro dall’Afghanistan è stato deciso a Ginevra ed ha spiazzato “gli alleati”

Abbiamo visto che i talebani non sono nemici degli Stati Uniti, ma fanno parte di quell’ambiguo mondo delle organizzazioni “terroristiche”, utili idioti ai quali affidare i ruoli funzionali alle manovre della Casa Bianca. Sono amici quando hanno fatto i guerriglieri anti sovietici, sono diventati nemici quando servivano basi NATO in Afghanistan, alle spalle di Russia e Iran, e guarda un po’, sono tornati ad essere amici nell’agosto del 2021. Sotto l’amministrazione Trump si era deciso di disimpegnarsi dall’Afghanistan perché nella strategia dell’Élite “Texana” guerre vere ad Iran e Russia non erano previste. I governi fantocci di Hamid Karzai prima e Ashraf Ghani poi non avrebbero ovviamente retto senza la presenza dei protettori americani e quindi andava organizzata una “successione” che avrebbe in ogni caso impedito soprattutto ai cinesi di attrarre il paese nella loro naturale sfera d’influenza; detto tra noi la migliore possibile per una effettiva crescita economica e sociale di quel paese. A chi affidare quindi l’Afghanistan del dopo ritiro? Nessun dubbio al riguardo, ai vecchi amici talebani. Il 24 ottobre 2018 gli americani rilasciano il loro uomo, il mullah Abdul Ghani Baradar, con l’intento di riorganizzare la rete dei talebani filo americani, compito tutt’altro che facile perché nel corso dei vent’anni di occupazione NATO, all’interno dell’organizzazione talebana si era anche aperto un confronto con coloro che avevano compreso quanto fosse pericoloso il ruolo di “utile idiota” che gli Stati Uniti danno all’occorrenza. È noto che gli americani hanno spesso bastonato pesantemente i propri ex alleati come ricordiamo nelle biografie di un Manuel Noriega oppure di un Saddam Hussein. In ogni caso, Baradar si attiva per preparare la successione al potere che sarebbe avvenuta con la rielezione di Trump. Ma tale rielezione non avvenne, con un profondo sospiro di sollievo della sinistra radical chic di casa nostra. Quindi anche nello sfortunato Afghanistan, sarebbe continuata la millenaria opera di esportazione della democrazia, dei diritti civili e del progresso della condizione femminile protetti dai cannoni della NATO e garantiti dal quel faro della civiltà universale di nome Joe Biden. Il 14 aprile 2021, tuttavia, il Presidente americano annunciava il ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro l’11 settembre; una boutade secondo l’opinione di molti che non credevano alle parole dell’esportatore seriale di democrazia e diritti. Nell’articolo “Cosa si sono detti Biden e Putin a Ginevra” pubblicato su “Cumpanis” nello scorso luglio, argomentavo sulla strategia di progressiva pressione anche militare che gli Stati Uniti avevano intenzione di effettuare sulla Cina, ma anche della necessità di ottenere una sorta di “neutralità” da parte di Mosca, e che Vladimir Putin avrebbe adottato la politica “dei due forni”, tra Washington e Pechino, di andreottiana memoria. Alle parole occorreva tuttavia che si passasse ai fatti, e gli americani hanno, sempre nella visione strategica espressa in quell’articolo, fatto una prima apertura, rimuovendo la pericolosa presenza della NATO posta dietro le linee di nazioni amiche e alleate di Mosca. È quindi credibile che la decisione di abbandonare effettivamente e precipitosamente Kabul sia stata presa in disaccordo con gli alleati; titola “la Repubblica” del 14 agosto 2021 “Afghanistan, quello scontro sul ritiro che spaccò la Nato: Italia e G.B. contro gli Usa”. Mentre risulta del tutto evidente che i cosiddetti alleati occidentali erano ignari della decisione di Washington di restituire il potere ai “fidi” talebani, e questo lo si desume dal comportamento dei mass media di regime che hanno dovuto vergognosamente cambiare “racconto” tra il mese di agosto e quello di settembre. Durante il ritiro della NATO, avvenuto oggettivamente in modo caotico e disorganizzato, giornali radio e televisioni ci raccontavano del ritorno al potere di una banda di terroristi votati a stragi e vendette di ogni sorta. Soprattutto, ci raccontavano involontariamente che vent’anni di presenza militare occidentale in Afghanistan, dal punto di vista del progresso economico, civile e sociale, è come se non ci fossero stati. All’avanzata dei talebani verso Kabul la politica, lo stato democratico e la società civile afghana, dopo tanta esportazione di principi occidentali, si sarebbero dovuti unire in un sol uomo per resistere anche con le armi al ritorno dei sanguinari tiranni. Vediamo la “fiera” reazione degli afghani sorretti dall’opinione pubblica occidentale: titola “il Messaggero” del 19 agosto 2021 “Afghanistan, l’ex presidente Ghani è scappato ad Abu Dhabi ‘con 169 milioni dalle casse dello Stato’”; sempre “il Messaggero” del 16 agosto “Afghanistan, il collasso: così si è dissolto l’esercito e i talebani hanno ripreso il potere”, è d’obbligo citare il seguente passaggio dell’articolo “Una classe politica impreparata, istituzioni ancora acerbe, e soprattutto un esercito male addestrato, corrotto e pronto a disertare sono stati gli ingredienti che hanno permesso ai talebani di dilagare in una campagna militare lampo partita dopo che il presidente Biden ha annunciato che tutte le truppe americane avrebbero lasciato il paese entro settembre”. Ma come, dopo vent’anni di addestramento con l’élite delle truppe NATO. Infine il “Quotidianonazionale” del 17 agosto: “Afghanistan, le donne che avevano gettato il burqa: “Illuse e riconsegnate ai carnefici”. Poi “qualcuno” fa notare ai maggiordomi dell’informazione che la storia si sta raccontando in modo sbagliato. I talebani, in questo giro, sono “buoni” e occorre stare più attenti quando si raccontano “i fatti”: titola “la Repubblica” del 2 settembre 2021: “Afghanistan, Pentagono: Cooperazione possibile tra Usa e talebani contro l’Isis-K”; scopriamo quindi che i veri terroristi appartengono ad un nuovo fantomatico gruppo chiamato Isis-K e che sono in guerra con i talebani. “Fanpage” del 27 agosto: “Isis-K, chi sono i terroristi di Kabul che odiano i talebani”. In modo provvidenziale, nell’era delle varianti dai ceppi originali (da Covid-19 alla variante Delta) una variabile del famigerato gruppo terroristico ISIS, denominato ISIS-K (il termine Delta era appunto già occupato) si dichiara nemico dei talebani, che di conseguenza diventano “istituzionali” e quindi degni di governare l’Afghanistan; ma nel 2001 gli stessi non avevano dato rifugio ad un principe del terrorismo quale Osama Bin Laden? I talebani da bruchi mutano in farfalle: “Adnkronos” del 21 settembre: i “Talebani chiedono di parlare all’Assemblea Onu”. 

Il nuovo regime dei talebani non è quello vecchio 

Sembrerebbe tutto a posto, quindi, in Afghanistan. La Nato ha sgomberato, male e con ignominia, ma i talebani si sono rivelati “governativi” e sembra si stiano limitando nelle vendette e nell’oppressione delle donne; perlomeno il clamore dei radical chic indignati, dopo essersi accertati dei desideri di Washington, si è di molto affievolito. Ma non è tutto oro quello che luccica. Nella formazione del nuovo governo afghano, che ci interessa solo per i suoi risvolti internazionali, qualcosa non va per il verso giusto. Abbiamo lasciato il mullah Abdul Ghani Baradar ad organizzare il nuovo governo talebano del quale sarebbe dovuto diventare il naturale capo, quale plenipotenziario degli americani: il “Corriere del Ticino” del 4 settembre ne era certo “Ecco chi è Baradar, nuovo capo del Governo afghano”. Ma qualcosa non va nel modo previsto. Il capo dello stato diventa Hibatullah Akhundzada, erede politico del mullah Akhtar Mansour ucciso da un drone USA. Lo stesso Akhundzada ha rischiato di essere assassinato nel 2012 e nel 2019, difficile ascriverlo ai fedelissimi della Casa Bianca. Il capo del governo è diventato Mohammad Hassan Akhund, anch’egli legato ad Akhtar Mansour prima e Akhundzada adesso. Baradar diventa vice capo del governo ma i rapporti nel gabinetto non sembrano idilliaci: titola “la Stampa” del 15 settembre “Afghanistan, il mullah talebano Baradar ferito dopo una lite interna con l’ala estrema Haqqani”, a causa di una sparatoria avvenuta all’interno del palazzo presidenziale. Sembrerebbe quindi che non tutti i talebani accettino il ruolo dei “buoni” assegnato dagli americani e che domani potrebbe tornare a quello dei “cattivi”. Qual è il punto dirimente? È la mancanza di denaro. Gli americani hanno consegnato ai talebani un paese ancora più misero rispetto a quello sottratto loro nel 2001, come titola il “Fatto Quotidiano” del 19 agosto “I talebani senza soldi: 9 mld bloccati in Usa, pagheranno i poveri”. In altre parole, mentre gli USA regalano l’Afghanistan ai talebani, e mentre presidente ed esponenti del vecchio regime come il capo della banca centrale afghana Ajmal Ahmady fuggono (forse col malloppo?), gli americani si prendono in anticipo la buonuscita, e delegano altri al mantenimento degli “amici”. Chi sono questi benefattori? Ovviamente le monarchie del golfo, che però non si stanno mostrando tanto solerti nel donare denaro ai pastori pashtun, anche se uniti nella fede sunnita. Baradar poteva diventare capo del governo se avesse assicurato i dollari americani oppure quelli degli emiri del golfo persico. Siccome non sta accadendo, il governo afghano preferisce tenersi un certo margine di libertà per instaurare rapporti con i vicini iraniani da un lato e soprattutto con i facoltosi cinesi dall’altro. Se questa ricerca “scandalosa” continuerà, è molto probabile che i talebani torneranno ad essere i cattivi del film. Ma se questa ricerca non continuerà, è molto probabile che un paese sempre più povero ed affamato potrebbe dividersi, attraverso una guerra civile, nelle tribù filo iraniane, filo cinesi e filo americane.

Conclusioni

Abbiamo visto come la recente storia dell’Afghanistan sia stata un autentico exemplum di come un racconto inventato dai “mass media” di regime in accordo con le veline del potere americano sia lontano dalla verità. Come questi racconti siano anche fatali per le persone che ci credono, ovviamente non nell’opinione pubblica occidentale, ma certamente nella popolazione afghana, almeno quella che abita Kabul. L’Afghanistan è un paese sfortunato ma i cui valori intrinseci sono del tutto marginali. È una pedina di secondo livello nello scacchiere internazionale dovuta unicamente per la sua posizione geografica. La precipitosa ritirata della NATO dell’agosto 2021 ha solamente dimostrato che vent’anni di occupazione occidentale non avevano nessuno degli scopi ufficiali: la Nato non era lì per esportare la democrazia, non era lì per promuovere la condizione delle donne, non era lì per occidentalizzare stato ed esercito; insomma non era lì per aiutare nessuno. I talebani è come se non fossero mai andati via, al contrario hanno trovato una nazione ancora più povera e derelitta di quella lasciata nel 2001. Nel frattempo gli americani sono passati subito all’incasso rispetto all’apertura dimostrata a Mosca con il ritiro della NATO da Kabul. Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia hanno clamorosamente potenziato il loro patto militare denominato AUKUS (Australia, United Kingdom, United States), tramite la fornitura di sottomarini atomici alla marina australiana, la quale ha sua volta cancellato le sue commesse con la Francia, trattata assai male. Questa mossa è sfacciatamente anti cinese, alzando ulteriormente il livello di tensione nel pacifico; difficilmente ci sarebbe potuta essere senza il presupposto dello sgombero NATO dall’Afghanistan. Ma questa è tutta un’altra faccenda e merita un’analisi dedicata.