Niente e nessuno può sostituire il popolo afghano nella soluzione dei suoi complessi problemi.

1. Dire che la situazione in Afghanistan è straordinariamente complessa e dagli sviluppi incerti è dire cosa ovvia. Ma questo non può impedirci di cercare di dissipare la densa nube di falsità, di calcolate omissioni e speculazioni (alcune intenzionali, altre irresponsabili, figlie anche di spudorata ignoranza) con cui i media dominanti, al tempo dell’ennesima umiliante sconfitta dell’imperialismo, cercano di dare credibilità a un sistema – il capitalismo – capace di produrre e giustificare, uno dopo l’altro, rosari di morte, sofferenza e distruzione, come in Afghanistan. 

Le tragedie provocate dalle guerre di aggressione in Jugoslavia, Iraq, Siria, Libia o Yemen, il martirio del popolo palestinese, le sofferenze causate dai blocchi su Cuba e Venezuela, sono lì ad accusare la natura criminale dell’imperialismo.

2. È impossibile cogliere l’essenza dell’attuale situazione in Afghanistan senza conoscere affatto la sua storia e persino la storia dell’Asia centrale. La situazione di arretratezza feudale, la frammentazione in più etnie e poteri regionali, il fattore religioso e la sua strumentalizzazione fondamentalista. Ma anche la proverbiale resistenza afghana all’invasore straniero, le lotte antifeudali, il rovesciamento della monarchia, i tradizionali rapporti con l’Unione Sovietica, le forze progressiste afghane, la rivoluzione popolare del 28 aprile 1978 e le profonde trasformazioni democratiche della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. 

Una delle caratteristiche più significative del messaggio dominante è, non più il solito travisamento della rivoluzione afghana, ma il più completo silenzio della sua semplice esistenza. Registrare questo fatto significa registrare la realtà dell’Afghanistan contemporaneo. Significa strappare la maschera dell’ipocrisia sulla “democrazia”, ​​sui “diritti umani” e, in particolare, sui “diritti delle donne”, con cui l’imperialismo cerca di coprire il suo impenitente anticomunismo e il suo odio contro i paesi in cui i suoi popoli sono i protagonisti, i rivoluzionari.

Gli USA non possono minimamente ammettere gli straordinari progressi realizzati con grande sostegno popolare. Del resto, furono proprio quelli, i progressi della civiltà della Repubblica Democratica afghana, che portarono gli USA a promuovere e organizzare le forze più reazionarie e oscurantiste della società, legate ai feudatari, appena colpite dalla riforma agraria, e del clero ultramontano fautori di ushur e burqa, pratica ben nota in Arabia Saudita, grande alleato e cliente degli acquisti di armi miliardari del complesso militare-industriale americano. È così che sono nati i mujaheddin e, nel mezzo delle loro lotte interne, i talebani, che nel 1996 hanno preso il potere.

3. Nel 1973 la monarchia fu rovesciata ma il nuovo regime repubblicano, non mantenendo le promesse che gli avevano procurato l’appoggio popolare, fu a sua volta rovesciato il 28 aprile 1978 da un colpo di stato militare che liberò i 10.000 prigionieri politici, tra cui i marxisti , e consegnò il potere al Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PPDA), l’unica forza politica con un programma di riforma agraria, la significativa e principale richiesta popolare in un paese con oltre il 90% di contadini.

Si sviluppò così una rivoluzione democratica e nazionale (così caratterizzata dai suoi leader) orientata al socialismo, con le sue peculiarità. Una rivoluzione in cui, tra le altre misure, spiccano: la riforma agraria con l’immediata abolizione dei debiti contadini; la separazione della Chiesa dallo Stato; la legalizzazione dei sindacati; la priorità per la salute e l’istruzione; pari diritti per le donne; l’abolizione delle tradizioni inique e delle leggi relative al matrimonio.

Tali misure incontrarono l’inevitabile resistenza delle classi colpite dai loro interessi ancestrali, ma ebbero un ampio consenso popolare, poiché corrispondevano alle esigenze dello sviluppo economico e sociale del paese.

Intendere, come intendevano e intendono le forze ostili alla rivoluzione afghana, che si trattasse di una costruzione artificiale derivante dalla presenza nel paese del contingente militare sovietico è pura invenzione: le forze armate dell’URSS entrarono in Afghanistan nel dicembre 1979, a la richiesta del governo afghano e ai sensi del Trattato di pace e amicizia sovietico-afghano, in difesa della rivoluzione contro l’aperta ingerenza dell’imperialismo statunitense, in piena attività da mesi. E se non ci fosse altra prova, basterebbe confrontare quanto sta accadendo ora, con l’evidente sgretolamento del governo fantoccio installato dagli USA sotto la copertura di farse elettorali da cui è stata assente la stragrande maggioranza del popolo afghano, e quello che è successo dopo il ritiro dei militari sovietici, avvenuto nel febbraio 1989, già durante il processo di degenerazione della Perestroika, in base all’attuazione di un accordo e con una procedura svolta con grande preparazione e in maniera ordinata.

Il governo di Mohammed Najibullah continuò per altri tre anni, fino all’aprile 1992, quando Eltsin, già apertamente al servizio degli Stati Uniti, tagliò ogni appoggio alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan e i mujaheddin rovesciarono il governo rivoluzionario. Najibullah si rifugia nella sede delle Nazioni Unite, ma i talebani, che nel frattempo emergono come la fazione più potente nel 1996, conquistato il potere, lo imprigionano e lo assassinano selvaggiamente.

L’indecenza spregevole con cui l’imperialismo e i suoi servi hanno celebrato il trascinamento del cadavere di Najibullah per le strade di Kabul non può essere dimenticata, poiché simboleggia esattamente ciò di cui è capace il capitale nella sua vendetta verso tutto ciò che minaccia il suo potere. Ciò che Marx denunciò sulle vendette della borghesia nella rivoluzione del 1848 o nella Comune di Parigi continua oggi, mettendo a nudo la doppiezza e la perfidia delle belle parole sui “diritti umani”, sotto le quali l’imperialismo cerca di ingannare le masse e coprire la sua politica di sfruttamento e oppressione. È in questa luce che occorre leggere i piani di Biden per un’“alleanza delle democrazie” contro le “autocrazie” e i regimi “illiberali”.

4. L’incertezza di ciò che ci aspetta è evidente. E i pericoli per il popolo afghano e per la stabilità della regione sono enormi. L’importanza geo-strategica dell’Afghanistan in Asia centrale è sempre stata molto presente nella politica di sfruttamento e aggressione dell’imperialismo e non sarà questa umiliante sconfitta a cambiare la situazione. L’Afghanistan è circondato da tre dei principali obiettivi della politica aggressiva statunitense: Russia, Iran e soprattutto Cina, individuata da Biden come il grande pericolo per la sua egemonia globale.

L’ostilità degli Stati Uniti nei confronti dei successi di sviluppo interno della Cina e del crescente ruolo internazionale della Cina non è scomparsa, è il contrario, come indicano avvertimenti come “Russi e cinesi si preparano a riempire il vuoto afghano”. C’è da aspettarsi cambiamenti di ordine tattico, ma per quanto riguarda la strategia, essa continuerà ad essere determinata dalle ambizioni imperialiste statunitensi. Non è credibile che gli Stati Uniti impareranno dalla sconfitta e lasceranno in pace gli afghani.

Tuttavia, una cosa è certa: la credibilità e il prestigio degli Stati Uniti hanno subìto un duro colpo e molti degli sforzi della frase di Biden, “America is back”, sono andati in fumo. Ciò è particolarmente visibile sia nella delusione di coloro che, pagati o meno, hanno promosso la riabilitazione post-Trump degli Stati Uniti come “la potenza indispensabile”, sia nei patetici sforzi per ridurre la sconfitta degli Stati Uniti e della NATO a errori di calcolo o timing (scadenza di un’operazione o di un programma, N.d.T.), sforzi compiuti per riparare i danni causati nel rapporto tra le grandi potenze capitaliste. La credibilità degli Stati Uniti come alleato sicuro è minata dalla mancanza di coordinamento con i propri alleati nelle decisioni che ha preso.

Nel suo patetico discorso del 17 agosto, Biden si è preoccupato più della situazione interna e dell’opinione pubblica americana che di coloro che lo hanno accompagnato nell’aggressione contro l’Afghanistan. La linea della nuova amministrazione statunitense di unire i suoi alleati attorno alla sua strategia non sta funzionando bene e le vere contraddizioni inter-imperialiste acquistano maggiore visibilità.

5. No, l’umiliante sconfitta degli Stati Uniti, che ha trascinato i suoi alleati della NATO, non è una questione di “errore di calcolo” o un timing. Piuttosto, è il risultato del bisogno impenitente del capitalismo di cercare di fermare la ruota della storia. La storia del capitalismo è dunque segnata dai crimini più orribili, fino all’inevitabile sconfitta che, prima o poi, finirà per essergli inferta da coloro che determinano la direzione dell’evoluzione mondiale, i lavoratori e i popoli.

Fu così in Portogallo dopo quasi mezzo secolo di fascismo. Fu così in Vietnam, quel paese che viene ricordato in connessione con le famose immagini della fuga disperata degli americani attraverso i tetti della loro ambasciata a Saigon (oggi Ho Chi Minh). Comprendendo il parallelismo, però, non si può non evidenziare una differenza essenziale: in Vietnam, gli USA stavano fuggendo da un’offensiva patriottica e rivoluzionaria guidata dai comunisti; a Kabul fuggono dall’offensiva dei nazionalisti guidati da un’ideologia reazionaria e oscurantista.

Tuttavia, la lezione è sostanzialmente la stessa: nessuna “soluzione” è praticabile se imposta dall’esterno, poiché spetta a ciascun popolo, senza interferenze esterne, risolvere i propri problemi e decidere il proprio destino.

Questo è ciò che il PCP ha sempre difeso, in particolare di fronte ai ciclici alleati che, ignorando il ruolo della lotta popolare, invocavano soluzioni provenienti dall’estero per porre fine al fascismo in Portogallo.

Le incertezze e i pericoli che incombono sull’Afghanistan sono immensi, ma niente e nessuno può sostituire il popolo afghano nella soluzione dei suoi complessi problemi e nel trovare le vie della pace, della stabilità e del progresso sociale, adeguate alla sua situazione concreta. Ed è certo di poter contare sulla solidarietà internazionalista delle forze progressiste e antimperialiste di tutto il mondo.

Il PCP accolse con gioia la rivoluzione dell’aprile 1978 e sostenne attivamente la lotta delle forze patriottiche e progressiste afghane nella loro lotta contro la reazione, l’oscurantismo e l’aggressione imperialista.

Il PCP si è opposto alla partecipazione delle forze armate portoghesi all’aggressione degli Stati Uniti e della NATO contro l’Afghanistan, come parte di una politica di sottomissione nazionale che mina la sovranità nazionale. L’umiliante sconfitta imperialista in Afghanistan è anche una sconfitta per il governo di minoranza del PS, e per i governi PS, PSD e CDS che l’hanno preceduta dal 2001, e tutti coloro che difendono una politica di difesa estera e nazionale che offende la Costituzione della Repubblica portoghese.