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Alessandro Leoni è un profondo conoscitore della storia afghana e con la sintesi che segue delle vicende afghane premoderne e moderne ci fornisce un quadro essenziale per comprendere sia il valore della grande e sottovalutata rivoluzione socialista afghana del 1978, sia il senso dell’intervento sovietico, dicembre 1979, in difesa della rivoluzione che la condanna, 1980, dell’intervento dell’Armata Rossa da parte della Direzione Nazionale del PCI.

Il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, partito marxista e comunista, prende il potere nell’aprile del 1978 e le prime misure subito messe in atto dal governo ne chiariscono la natura rivoluzionaria: la nazionalizzazione delle banche; una riforma agraria che redistribuisce la terra a 200mila famiglie contadine; l’abrogazione dell’“ushur”, la decima parte che i braccianti dovevano ai latifondisti; la proibizione dell’usura, vissuta dalla popolazione come pratica “naturaliter”; il riconoscimento del diritto di voto alle donne; il divieto, attraverso il cambio della legislazione, dei matrimoni forzati e di interesse; la legalizzazione dei sindacati; la laicizzazione delle tradizionali e spesso brutali leggi religiose; la proibizione dei tribunali tribali, da cui provenivano condanne feroci contro le donne e contro ogni diversità sociale e sessuale; l’abolizione della legge tradizionale che imponeva il burqa alle donne e quella che impediva alle bambine di frequentare le scuole (il 90% delle donne afghane erano analfabete), con una conseguente campagna di massa per l’alfabetizzazione, specie femminile; un vasto progetto di edificazione, nelle zone rurali, di scuole e ospedali; una lotta ideologica contro gli aspetti più deleteri della religione islamica, che non prevede però nessuna penalizzazione della stessa religione, una lotta ideologica che, tuttavia, le gerarchie islamiche, fortemente colpite dalla riforma agraria e dall’abolizione dell’“ushur” e pienamente sostenute in quella fase dagli USA e dal fronte imperialista, raccontano come persecuzione violenta. Contro quella che anche Leoni ci dice essere una grande rivoluzione, si schierano immediatamente i centri del potere ecclesiastico che, in patria, si offrono come punti di riferimento per la “guerra santa” (la jihad) e, sul piano internazionale, come referenti del fronte imperialista controrivoluzionario. E già il 3 luglio 1979 Jimmy Carter, presidente degli USA, firma la prima deliberazione per l’organizzazione degli aiuti militari ed economici ai mujaheddin, dando compito alla CIA di tessere una rete con tutti i paesi arabi al fine di sostenere la lotta controrivoluzionaria. I motivi di fondo della scelta interventista USA sono chiariti dalle stesse teste d’uovo della CIA di quella fase: scoraggiare i paesi del Terzo Mondo a cercare  vie rivoluzionarie socialiste; cercare per gli USA un nuovo alleato, dopo la perdita dell’Iran rivoluzionario, in un’area geo-strategicamente decisiva; rimuovere dal senso comune americano e occidentale il peso della sconfitta imperialista in Vietnam; provocare l’Unione Sovietica per attrarla in guerra, dissanguarla economicamente  e aprire contraddizioni al suo interno.

I fondi economici che gli USA, i paesi imperialisti e i paesi arabi investono contro la rivoluzione afghana (“Operazione Ciclone”, come sarà chiamata dalla CIA) sono imponenti; il fronte reazionario composto dalle gerarchie ecclesiastiche afghane, dai talebani, dai contadini afghani assoldati, dalla parte di popolazione irretita dalle guide religiose, dal Pakistan e dall’Arabia Saudita (con i loro soldi e con i loro combattenti)  mettono in campo in breve tempo una vera e propria armata controrivoluzionaria alla cui testa viene posto Gulbuddin Hekmatyar, già noto per la crudeltà terroristica con cui combatte i comunisti e i rivoluzionari. La guerriglia anticomunista si dispiega per tutto il paese, coordinata direttamente da Washington e dalla CIA. Ed è in questo contesto che il governo rivoluzionario afghano, che con il governo sovietico aveva sin da subito stabilito dei patti solidali, chiede aiuto a Mosca. E l’Unione Sovietica interverrà militarmente in aiuto della rivoluzione il 24 dicembre del 1979. E nel 1980 la Direzione Nazionale del PCI, distinguendosi dalla stragrande parte del movimento comunista e antimperialista mondiale che appoggia la rivoluzione afghana e l’aiuto militare dell’Armata Rossa, condanna l’intervento sovietico.

Afghanistan 1978-1991

La rivoluzione afghana e gli abbagli della falsa sinistra italiana

di Alessandro Leoni

Cumpanis, dicembre 2020

 

Prima di affrontare la realtà della vicenda afghana degli ultimi decenni del secolo scorso, ritengo sia necessaria una rapida descrizione della storia di questo paese. Ciò potrà risultare utile per cogliere le pecularietà della società afghana e dunque delle sue vicende storiche.

L'Afghanistan inizia il proprio percorso storico già all'inizio del 18esimo secolo quando la crisi della dinastia iranico-persiana dei Safavidi permetterà ai capi locali di svincolarsi dal potere persiano e infatti, già nel 1747, si afferma l'identità afghana con il potere di Ahmad Shahdurrani e con esso l'egemonia dell'etnia (di matrice mongola) Pasthun. Ma sarà nel 19esimo secolo che il paese entrerà definitivamente in rapporto con i fenomeni storici universali, quando cioè l'espansione inglese a sud e quella russa a nord inserirà l'Afghanistan in quello che lo scrittore inglese Kipling chiamerà il “Great Game”.

Ben tre saranno le guerre anglo-afghane: la prima quella del 1839/1842, terminata con una disastrosa sconfitta britannica e seguita da quella del 1878/1879 che vedrà invece l'Afghanistan costretto a subire in parte l'influenza di Londra e, infine, quella del 1919 (maggio/agosto) che sulla spinta degli avvenimenti derivati dal primo conflitto mondiale e soprattutto dalla rivoluzione d'Ottobre russa del 1917, segnerà con il trattato di Rawalpindi l'indipendenza totale del Regno d'Afghanistan sotto la guida di Amanullah Khan.

Da allora si svilupperà un rapporto non scevro de contraddizioni fra Kabul e l'URSS.

Nel 1973 una grave crisi alimentare derivata dalle scarse precipitazioni nevose che alimentano i fiumi afghani travolgerà l'inefficiente e corrotto regime monarchico di Zahyr Sha, portando un suo stretto parente, M. Daud Kan, e già primo ministro fra il 1953 il 1963, a liquidare l'istituto monarchico e proclamare la repubblica. Tale cambiamento di regime avviene con l'appoggio del P.D.P.A. (Partito democratico popolare aghano) nato, quest'ultimo, formalmente nel gennaio del 1965 sotto la guida di un gruppo d'intelletuali quali M. Taraki, B. Karmal, una giovane intelletuale Anahita Ratzbad, A. Amin, etc. Partito che raccoglieva la tradizione progressista già manifestatasi fin dalla fine del 19esimo secolo con i primi sforzi di modernizzazione del paese e che si erano materializzati con la nascità del movimento dei “Giovani afghani” ispirato dalla figura notevole del padre di quello che possiamo definire l'embrione della sinistra moderna del paese, il poeta M. Tarzi. Il nuovo regime repubblicano di Daud si appoggierà fin dall'inizio sia sugli ambienti influenzati dal PDPA che sui settori nazionalisti presenti nelle Forze Armate, i quali si giovano dell'assistenza tecnica e materiale sovietica e attraverso i rapporti con l’URSS assumono un netto profilo progressista.

È importante notare come il PDPA, nato nel 1965, pur mantenendosi formalmente tale, in realtà si articolerà in due correnti che già nel 1967 assumeranno la struttura di vere e proprie organizzazioni distinte, prendendo il nome dai propri giornali, “Kalq” (popolo) il primo, “Parcham” (bandiera) il secondo. Così com'è necessario cogliere che le differenze fra i due soggetti non derivano tanto dalle linee politiche e programmatiche quanto dal proprio insediamento nelle diverse etnie che compongono la popolazione afghana. Infatti, il Kalq di Taraki e Amin sarà soprattutto presente nella etnia storicamente dominante l'Afghanistan, cioè quella Pashtun, mentre il Parcham di B. Karmal, della Ratbadz, di Najibullah fra le altre etnie e in particolare Tajik e Hazara.

Ciò che metterà in crisi l'equilibrio determinatasi con la proclamazione della Repubblica e l'assunzione al potere di Daud sarà l'iniziativa e il protagonismo dello Shah di Persia, Reza Palavi, che già nel 1977 proporrà a Daud un lauto appoggio economico-finanziario in cambio di un allentamento dei rapporti con Mosca e soprattutto l'allontanamento dei settori filo-comunisti  (alias PDPA) dal governo. Evidentemente tale scelta del Presidente creerà la premessa degli avvenimenti successivi tuttora tragicamente in corso. Infatti, la crisi esploderà con l'assassinio di un importante dirigente del PDPA (Parcham), il professor Mir Akbar Khyber, il 17 aprile 1978. Tale avvenimento innescherà la reazione del PDPA che organizzerà una grande manifestazione contro il governo individuato giustamente come mandante dell'omicidio. Daud reagirà sia cercando di reprimere la protesta sia ordinando l'arresto dell'intero gruppo dirigente del PDPA. A quel punto la rottura comporta una reazione radicale che eviti il consolidamento del cambio d'indirizzo del regime afghano e in effetti il 25 aprile dello stesso anno le forze armate afghane rovesceranno il presidente Daud, libereranno i prigionieri politici i quali assumeranno così la direzione dello Stato e proclameranno la Repubblica Democratica d'Afghanistan.

Il programma del nuovo governo composto da ministri sia indicati dal Parcham che dal Kalq con M. Taraki presidente, avvierà un progetto di radicale trasformazione delle strutture premoderne della società afghana incontrando da una parte il sostegno, al momento, di vasti settori soprattutto urbani e anche, sia pure in termini minori, delle zone agricole meno sottosviluppate e isolate, e dall'altra invece l'ostilità degli ambienti più tradizionalisti legati alla maggioranza del clero sunnitamusulmano e ai potentati locali da sempre ostili ad ogni affermazione dello “Stato”.

Si deve, inoltre, tener presente che l'area più conservatrice e reazionaria della società afghana godeva dell'appoggio strumentale dell'oligarchia pakistana e in particolare della sua componente militare, né si può e si deve dimenticare che attraverso queste componenti pakistane agivano anche i servizi segreti dei paesi imperialisti, soprattutto USA e Gran Bretagna. Ma va sottolineato che ciò che creerà la premessa della crisi al momento non sarà tanto la resistenza della vandea interna e l'appoggio imperialista, quanto la crisi interna alla neonata leadership afghana. Infatti, già ad agosto il rapporto fra i due tronconi del PDPA si romperà con l'emarginazione dei massimi dirigenti del Parcham e il conseguente rafforzamento dell'egemonia dell'uomo forte dei Kalq, A. Amin. Nel settembre del 1978 si tiene all'Avana (Cuba) la Conferenza dei non allineati alla quale partecipa il Presidente afghano Taraki ed è in questa occasione che i sovietici, preoccupati della rottura del blocco progressista, invitano il leader afghano ad impegnarsi per la ricucitura con il Parcham e l'allontanamento di Amin.

Nella delegazione afghana presente all'Avana gli uomini di Amin informano il loro capo della adesione del Presidente Taraki al progetto che vedrebbe l'eclissi del ruolo, della funzione determinante dell'allora vice-presidente Amin, il quale organizza per il rientro del Presidente a Kabul un vero e proprio golpe.

Lo scontro a fuoco che si determinerà alla riunione del gruppo dirigente presieduto dallo stesso Taraki vedrà soccombere il Presidente e l'assunzione formale e sostanziale del potere di Amin. Tale cambio al vertice si accompagnerà a migliaia di arresti di potenziali oppositori determinando sbandamenti, confusione e perciò la creazione della situazione più ottimale per le forze controrivoluzionarie. Ed è in tale concreto scenario che Mosca matura la decisione d'intervenire direttamente per ripristinare un equilibrio necessario al proseguimento dell'azione progressista voluta con la rivoluzione dell'aprile 1978.

Il 27 dicembre 1979 unità militari sovietiche e reparti afghani legati all'opposizione ad Amin determineranno un nuovo sanguinoso cambio nel vertice istituzionale del paese. Infatti B. Karmal, rientrato assieme ad altri dirigenti ed esponenti del Parcham fra i quali M. Najibullah, etc., assumerà le cariche di Presidente della Repubblica e segretario generale del PDPA con un programma di ricomposizione dell'equilibrio formatosi con la rivoluzione dell'aprile 1978 e con l’eliminazione di tutte le misure più radicali che avevano alimentato la reazione tradizionalista.

Tale avvenimento verrà colto dai circoli più reazionari occidentali per liquidare definitivamente e formalmente la politica della distensione rilanciando una nuova versione della guerra fredda. Ciò comporterà massicci aiuti economici e militari alla guerriglia afghana, costringendo pertanto Mosca ad aumentare progressivamente il proprio impegno militare ed economico nel teatro afghano.

Normalmente la narrazione ancora oggi largamente egemone vorrebbe definire in sintesi l'Afghanistan il Vietnam dell'URSS. Tale narrazione è proporzionalmente diffusa quanto evidentemente falsa. Il successo di tale narrazione è legato al fatto che chi avrebbe avuto motivo di contestarla, e cioè Mosca e Kabul, non lo hanno fatto o potuto fare. Mosca per il semplice motivo che denigrare la vicenda afghana si rendeva utile e necessaria per giustificare il cambio di regime avvenuto alla fine della vicenda afghana stessa (1991-1992), mentre Kabul non l'ha potuto esprimere in quanto il regime nato dalla rivoluzione dell'aprile 1978 è stato definitivamente liquidato non già, come dimostreremo, dalla contro-rivoluzione afghana ma bensì da quella russa che con l'evaporazione dell'URSS determinò l'impossibilità materiale per le forze progressiste afghane di condurre la loro necessaria, legittima e patriottica lotta contro la vandea reazionario-tradizionalista locale e l'imperialismo internazionale.

Mi riferisco evidentemente all'immagine propagandistica che l'occidente e i suoi alleati  aveva creato relativa al regime afghano definito poco più di un regime “fantoccio” al potere esclusivamente grazie alle baionette sovietiche. Tale immagine propagandistica in realtà era del tutto falsa e la dimostrazione di ciò é iniquivocabilmente dimostrata, da una parte, dagli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988 che, firmati da Mosca, Washington, Kabul, Islamabad, ponevano fine alla continuazione del conflitto sospendendo l'ingerenza straniera negli affari interni dell'Afghanistan  e, dall'altra, dal ritiro entro i 10 mesi successivi del contingente militare sovietico che, come le stesse televisioni di tutto il mondo fecero vedere, fu effettuato in un contesto ben diverso da quello vissuto dai marines a Saigon nel 1975. Ma elemento ancor più determinante fu il fatto che il supposto crollo del governo afghano retto dopo il 1986 dall'esponente del PDPA, M. Najibullah, non solo non ci fu ma bensì si ebbe una eclatante sconfitta militare e perciò politica dei controrivoluzionari i quali lanciarono un'offensiva per l'occupazione della città sud orientale del paese, già capitale estiva dell'emirato afghano, Jalalabad. L'obbiettivo della reazione era l'occupazione di questa emblematica città afghana vicino al confine con il Pakistan per insediarvi un presunto governo provvisorio il quale sarebbe stato immediatamente “riconosciuto” dai paesi alleati all'imperialismo.

Sottolineare, dunque, che tale vittoria fu ottenuta dalle sole forze dell'esercito nazionale afghano dismostrò che quel regime era tutt'altro che una proiezione artificiosa di Mosca anche se evidentemente il ruolo dell'URSS era insostituibile per permettere a un paese sottosviluppato di contrapporsi con successo alla santa-alleanza tra la reazione tradizionalista (più che fondamentalista !) e l'imperialismo occidentale. Non a caso furono i tragici avvenimenti legati all'evaporazione dello stato sovietico e all'affermazione della peggiore mafia germogliata durante gli anni della cosidetta fase di “stagnazione” sovietica a far venir meno i vitali rifornimenti all'Afghanistan, con la conseguenza che il potere rivoluzionario venne tragicamente travolto e così aprendo un’ulteriore stagione di barbarie di cui le forze filo-imperialiste e di destra, e soprattutto quelle della falsa sinistra, possono andare fiere fino al prossimo giudizio universale.