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Economia nazionale e Unione europea

Il Bilancio (dello Stato) baderà a se stesso?

di Alessandro Volponi

già docente di Storia e Filosofia, ha collaborato con l’Ernesto

e con Marxismo oggi, collabora con l’Istituto per la storia del movimento di liberazione di Fermo

«Non potete aspettarvi che gli imprenditori si mettano a varare programmi di ampliamento mentre stanno subendo perdite. È la comunità organizzata che deve trovare modalità intelligenti di spesa con lo scopo di dare il calcio di inizio al pallone […]  Non riuscirete mai a far quadrare il bilancio pubblico con misure che riducono il reddito nazionale […] è il peso della disoccupazione e la caduta del reddito nazionale che stanno buttando all’aria il bilancio. Voi badate alla disoccupazione che il bilancio baderà a se stesso!»

(John Maynard Keynes, conversazione radiofonica del 4/1/1933).

 

«All’epoca della grande crisi […] i capitalisti hanno combattuto costantemente gli esperimenti volti ad accrescere l’occupazione per mezzo della spesa pubblica in tutti i paesi, con l’eccezione della Germania hitleriana. Non è facile spiegarsi tale posizione. È chiaro infatti che un più elevato livello della produzione e dell’occupazione è favorevole non soltanto ai lavoratori ma anche ai capitalisti, poiché i loro profitti si accrescono. D’altra parte la politica di pieno impiego, basata sulle spese statali finanziate in deficit, non incide sui profitti in quanto non richiede la istituzione di nuove imposte. In una situazione di crisi i capitani d’industria si struggono per la ripresa. Perché quindi non accolgono con gioia “la ripresa artificiale” che lo Stato offre loro? [….]. Il periodo nel quale i “capitani d’industria” potevano permettersi di combattere qualsiasi forma di intervento statale, avente come scopo una attenuazione delle crisi economiche, appartiene al passato.  Attualmente non si pone in questione la necessità dell’intervento pubblico in tempo di crisi».

(Michal Kalecki   Aspetti politici del pieno impiego, 1943).

 

 

A differenza di Kalecki, Keynes  era convinto che il pieno impiego potesse essere conseguito e mantenuto costantemente nel quadro di un’economia capitalistica e, benché poco incline ad occuparsi del lungo periodo, fantasticava di un mondo in cui pochissime ore di lavoro al giorno avrebbero assicurato a tutti un’esistenza libera e felice grazie alla crescita continua della produttività, un mondo pacifico perché la piena occupazione in tutti i paesi avrebbe eliminato le cause economiche della guerra; la rendita sarebbe gradualmente scomparsa (“eutanasia del rentier”) quindi il profitto si sarebbe ridotto a pura remunerazione del rischio e del lavoro di direzione. In quanto al bilancio degli Stati, il ritorno della prosperità e il pieno impiego dei fattori della produzione avrebbero portato in avanzo o in pareggio la finanza pubblica compensando i deficit dei periodi di crisi e minimizzando il debito rispetto al reddito costantemente crescente. I sacerdoti della “finanza sana”, oscurati per anni dall’ombra gigantesca di lord Keynes, hanno trovato nel debito crescente di tutti gli Stati un’arma che sembrava decisiva contro le politiche keynesiane al fondo delle quali si sarebbe trovata l’ineluttabile catastrofe della insostenibilità del debito pubblico.  Se negli anni ’50 un economista avesse pronosticato che la terza potenza economica mondiale sarebbe convissuta per lustri con un debito pubblico che tende al triplo del P.I.L. avrebbe subìto un trattamento sanitario obbligatorio. Da parte marxista la crescente spesa pubblica trova spiegazioni convincenti di ordine economico e politico che in ultima analisi si basano sulla teoria del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo, ma già alla fine della guerra si leva una voce originale in difesa dell’intervento pubblico in economia: un allievo di Ragnar Frisch, il norvegese Trygve Haavelmo formula il teorema del bilancio in pareggio.

Torniamo per un attimo al deficit spending di Keynes. La sua efficacia è determinata da un moltiplicatore ricavato dalla propensione marginale al consumo della popolazione, più precisamente dal reciproco della propensione al risparmio. Se ogni euro immesso in più nel mercato viene consumato per 8 decimi (e quindi risparmiato per due decimi) avremo 1 : (1 – 0,8) = 1 : 0,2 quindi un moltiplicatore = 5. Perciò un euro in più di deficit dovrebbe produrre 5 euro di incremento del reddito. Com’è noto, Keynes raccomandava il deficit perché una tassazione equivalente alla maggiore spesa (bilancio in pareggio) ne avrebbe annullato l’effetto moltiplicatore. Haavelmo dimostrò che la maggiore spesa, benché compensata da un’eguale entrata tributaria, produceva comunque un incremento del reddito nazionale ma con un moltiplicatore pari ad 1. L’aumento della spesa pubblica in pareggio, cioè l’innalzamento del livello del bilancio, avrebbe avuto un’efficacia molto minore ma tagliava la testa al toro del problema del debito.  Naturalmente in entrambi i casi (Keynes e Haavelmo) l’espansione sarà reale se c’è, e finché c’è, capacità produttiva inutilizzata, altrimenti si avrà soltanto espansione monetaria cioè un processo inflattivo (teniamo presente comunque che un aumento puramente nominale del reddito riduce pro tanto il debito reale). Un’altra condizione per il pieno effetto del deficit spending è che la politica monetaria accompagni la politica fiscale con un’adeguata offerta di moneta ad evitare la crescita dei tassi di interesse che deprimerebbe gli investimenti privati. Nelle economie sviluppate il sottoutilizzo della capacità produttiva è divenuto la norma, persino nei punti alti del ciclo non ci si avvicina al pieno impiego dei fattori produttivi, e, per quanto riguarda la moneta, il sistema aureo appartiene a un passato remoto, viviamo nella fase dell’imperialismo contraddistinta dalla “moneta manovrata” quindi ogni Stato, purché dotato di sovranità monetaria, può determinare l’offerta di moneta e quindi la struttura dei tassi di interesse.

Tra i meriti del teorema di Haavelmo dobbiamo includere la sua capacità di misurare anche la sapienza dei sostenitori della riduzione simultanea della spesa pubblica e delle entrate tributarie, della “austerità espansiva” e  consimili amenità, perché l’effetto sicuro della riduzione del livello del bilancio dello Stato  è precisamente l’opposto dell’effetto Haavelmo  e non è un caso che in tutti i paesi capitalistici, in misura maggiore o minore, sia avvenuta, nel corso dell’ultimo secolo, una enorme dilatazione dei  bilanci pubblici e generalmente, in misura minore, anche dei debiti pubblici. C’è però una prima complicazione: la propensione al consumo non è una grandezza fissa neppure nel breve periodo. Essa varia al variare del reddito, al crescere della ricchezza si riduce mentre i redditi bassi devono essere consumati interamente. La distribuzione del reddito influisce quindi sul moltiplicatore e gli incrementi di spesa e di tassazione possono influire sulla distribuzione del reddito. Se affido la salvezza di Venezia o un foro delle Alpi occidentali a delle bande di ladri, del pacco di miliardi spesi una porzione esigua finirà nelle tasche degli operai (pochi) che spendono l’intero salario per vivere mentre una parte cospicua finirà nelle tasche di malviventi milionari impossibilitati a spendere per intero il loro reddito;  un’altra parte sarà impiegata per l’acquisto di costosissimo macchinario d’importazione (e qui si affaccia una seconda complicazione: il vincolo estero). Inoltre questo tipo di investimenti, tecnicamente e ambientalmente demenziali, predetermina futuri costosi e continui interventi di manutenzione come avviene per l’autostrada calabrese presa in ostaggio dalla ‘ndrangheta. Il risultato netto sarà un peggioramento della propensione media marginale al consumo quindi una riduzione del moltiplicatore. Una considerazione analoga vale per le entrate dello Stato: l’imposizione indiretta è strutturalmente regressiva e in Italia l’imposizione sui redditi è di fatto regressiva a causa dell’evasione, l’imposizione sul patrimonio è irrilevante, i contributi previdenziali di categorie povere concorrono al pagamento di pensioni “ricche”, etc. La qualità, dunque, della spesa pubblica e del prelievo fiscale non è meno importante delle quantità. Anche il trasferimento di ricchezza dall’economia “sana” alla criminalità organizzata procura un peggioramento della distribuzione del reddito, un incremento dell’evasione etc.

Un altro limite dell’efficacia della spesa in deficit può essere costituito dalla modalità del suo finanziamento; essa si può finanziare stampando nuova moneta (la modalità preferita da Keynes) e si avranno aumenti dei prezzi che incoraggiano gli investimenti privati e riducono i salari reali (ma non il monte salari grazie all’incremento dell’occupazione), l’economista inglese era contrario alla riduzione dei salari nominali, cioè a prendere di petto la classe operaia, avendo compreso che essa avvia un processo a spirale di riduzione dei consumi – riduzione degli investimenti – riduzione dell’occupazione – riduzione dei consumi –  etc. Un’altra modalità consiste nella vendita di titoli di Stato ma in questo caso i privati che li acquistano impiegano non soltanto fondi destinati al risparmio (distratti comunque dal mercato dei capitali) ma anche una parte del reddito destinato ai beni di consumo. Abbiamo di conseguenza un disturbo del finanziamento di attività private (acquisto di azioni ed obbligazioni) e una menomazione del moltiplicatore per riduzione di consumi. Inoltre questa emissione può avvenire senza paracadute, come ad esempio in Italia dal 1981, e i tassi di interesse saranno stabiliti dal mercato, oppure con l’obbligo di acquisto da parte della banca centrale dei titoli invenduti al tasso predeterminato dallo Stato.

In quest’ultimo caso i governi possono comprimere artificialmente gli interessi e quindi il costo del debito pubblico. Sarà bene ricordare che il servizio del debito è una componente della spesa pubblica che ne riduce la qualità perché influisce in modo regressivo sulla distribuzione del reddito.   Dal 1981 dunque la spesa per interessi sul debito diviene una componente significativa della spesa, negli anni più “virtuosi” (governi Prodi) abbiamo avuto avanzi primari importanti con ovvie ricadute sulla crescita e deficit di bilancio dovuti esclusivamente alla “cattiva” spesa, quella per interessi. Con l’ingresso nell’euro, così faticosamente guadagnato, la politica monetaria passa nelle mani della Banca centrale europea la cui missione consiste nel contenimento dell’inflazione (l’ultimo dei problemi in tempi di immiserimento di massa) e che non può finanziare gli Stati. Naturalmente la severità nell’applicazione delle regole è variabile in base alle convenienze del momento dei paesi forti. Inoltre i paesi euro dovrebbero ridurre progressivamente il loro debito fino al traguardo del 60% del P.I.L.  (grosso modo il debito tedesco).

Il nostro paese ha dimostrato il suo zelo inserendo il pareggio di bilancio in Costituzione con la riforma, a suo tempo, dell’art. 81 che non ha impedito da anni il ripetersi di quello stucchevole copione della trattativa con l’Europa sul deficit che i governi e i partiti italiani regolarmente annunciano con toni più o meno bellicosi e che regolarmente si conclude con un compromesso presentato come una vittoria. Dunque il nostro paese, essendosi privato di due strumenti fondamentali di politica economica (la politica monetaria e la politica di bilancio), (1) altro non può che invocare la solidarietà europea ed elemosinare interventi della B.C.E.? In verità la B.C.E. ha violato il suo statuto più volte: ha finanziato la Grecia nella misura necessaria ad onorare i debiti contratti con banche francesi e tedesche e a pagare le forniture tedesche alla sua marina militare. Inoltre all’approssimarsi di catastrofi sembra più disposta ad immettere liquidità come è avvenuto col tanto celebrato quantitative easing di Draghi. Una enorme quantità di miliardi venne offerta al sistema bancario europeo, a un tasso di interesse praticamente nullo, con la raccomandazione di fornire liquidità alle imprese. Le banche italiane ne approfittarono per il loro consolidamento patrimoniale, acquistando titoli di Stato e lucrando sulla differenza dei tassi. Faccio osservare, en passant, che il modo più semplice e pulito per dare soldi alle imprese sta nel non prenderli, rinviando cioè il pagamento di imposte, contributi etc., ma così si apre una voragine nel bilancio di cassa dello Stato e la B.C.E. non è disposta, almeno finora, a riempire di soldi le casse degli Stati perché contravverrebbe, anche in questo caso, allo Statuto. In realtà, almeno finora, quando la differenza tra i tassi di interesse sui titoli italiani e tedeschi sembra crescere eccessivamente la Banca interviene con l’acquisto di titoli italiani, lo fa però sul mercato aperto salvando così il principio del divieto di finanziamento diretto dei deficit pubblici anche se molti europei non nascondono il loro malumore.

Sarà proprio vero che l’avversione tedesca per gli spendaccioni dipenda dal fatto che in quella lingua schuld significhi colpa e debito? Cioè da fattori culturali o addirittura etici? Oppure dal trauma mai dimenticato della grande inflazione che seguì il primo conflitto mondiale? Il problema è che questa situazione alla Germania conviene, almeno guardando a qualche palmo dal naso, perché questa quotazione dell’euro le consente un enorme surplus commerciale e perché esiste un’ampia disponibilità dei risparmiatori ad acquistare titoli tedeschi a tassi negativi, cioè più bassi del pur modesto tasso di inflazione. Il debito pubblico tedesco quindi, in sostanza, non costa.

Ma perché i fattori che spingono il sistema del capitalismo moderno alla crescita del debito, a cronicizzare i deficit dei bilanci pubblici (2) perché cronica è la carenza di domanda e perché i saggi di profitto nei settori non monopolistici sono annientati (che sono tendenze storiche e non vicende congiunturali), non dovrebbero operare nel caso tedesco oppure olandese? La risposta è molto semplice e sta nella posizione di queste economie verso l’estero o, in altri termini, nel loro gigantesco e strutturale avanzo commerciale e della bilancia dei pagamenti. Quel geniale economista polacco che prima e meglio di Keynes aveva compreso la dinamica del capitalismo contemporaneo, Michal Kalecki, chiamava i deficit pubblici “esportazioni interne”, un ossimoro che voleva sottolineare l’analoga spinta della domanda effettiva esercitata dalla spesa pubblica in disavanzo da un lato e dall’eccedenza dell’export sull’import dall’altro. Naturalmente gli “esportatori interni” sono sempre i capitalisti mentre l’importatore è lo Stato. L’analogia però termina qui: in un caso abbiamo la crescita del debito pubblico e magari anche una crescita delle importazioni  (una parte dell’accresciuta domanda si rivolgerà al mercato estero),  nell’altro caso abbiamo una crescita del credito (del patrimonio quindi) nei confronti degli importatori; nel primo caso (deficit) abbiamo un aumento netto della domanda, dell’occupazione e del reddito, nel secondo caso abbiamo un trasferimento di occupazione e di reddito dal paese importatore al paese esportatore, questo significa che chi esporta merci o servizi esporta anche disoccupazione. Nella teoria classica avanzi e disavanzi commerciali (più esattamente delle bilance dei pagamenti) non possono divenire permanenti per via degli aggiustamenti valutari, nel nostro caso il marco si rivaluterebbe finché le merci tedesche saranno troppo care e le merci importate saranno troppo convenienti per i consumatori tedeschi, riportando in equilibrio la bilancia dei pagamenti. Il marco però è defunto e il valore dell’euro è determinato dalla forza e, insieme, dalla debolezza competitive di tutti i paesi dell’eurozona. Non per caso, a suo tempo, i teorici delle aree valutarie omogenee ammonivano sui rischi di una regione euro così vasta ed eterogenea. Per la verità la teoria del riaggiustamento automatico non funziona, come dimostra il caso americano o, peggio, inglese, col suo disavanzo della bilancia dei pagamenti pluridecennale finanziato stampando moneta ed “esportando” titoli del tesoro.

Da quanto detto discende il dovere dei membri forti dell’area euro di moderare i loro avanzi commerciali (ad esempio con aumenti salariali significativi) e di aumentare la spesa pubblica (magari in pareggio, in omaggio alle regole). Tra Stati capitalisti, però, non esistono matrimoni d’amore ma solo di convenienza e la convenienza non può essere equamente distribuita dato lo sviluppo ineguale, la gerarchia di potenza e la permanente concorrenza inter-imperialista.

Non serve quindi l’appello alla solidarietà ma piuttosto alla razionalità. In altri termini una catastrofe italiana converrebbe a Germania e compagnia bella? E, soprattutto, all’Italia conviene la permanenza nell’euro? Il fatto che l’Italia fosse già in crisi quando in Europa arriva l’onda della crisi finanziaria 2007-2008, che di quella crisi sia stata la principale vittima, che abbia il debito più alto dopo la Grecia, dipendono dall’adesione all’euro e dalle politiche europee? E se sì, in quale misura? Prima di tentare di rispondere a questi interrogativi, ammesso che siamo in grado di farlo, vorrei ricordare un dato sufficientemente stabile: l’avanzo commerciale e, un po’ minore, l’avanzo della bilancia dei pagamenti che accompagnano la lunga stagnazione italiana e il mancato ritorno ai livelli ante crisi 2008, caso quasi unico in Europa. Benché molto meno importante degli avanzi tedesco  e olandese, i suoi effetti positivi devono essere stati neutralizzati dagli effetti del bilancio dello Stato e poiché in questi anni esso ha sempre registrato un deficit, la mancata espansione va attribuita alla sua qualità, vale a dire alla qualità delle entrate e, soprattutto, alla qualità della spesa pubblica e al costante deterioramento della distribuzione della ricchezza,  causato dal dilagare del lavoro povero, della sottoccupazione e della precarietà (fenomeni intimamente legati). Anche la precarietà (con le parole di Marx “l’incertezza dell’esistenza”) riduce la propensione al consumo, si risparmia su redditi minimi in vista di un futuro problematico ed un effetto analogo è prodotto su quasi tutta la popolazione dai tagli dello stato sociale. A scanso di equivoci, però, non intendo contrapporre il disastro delle pubbliche amministrazioni ad un’economia privata sana e vitale, rappresentazione cara a Confindustria e a tanti demagoghi di successo. La condizione del nostro Stato, dell’amministrazione finanziaria, dell’amministrazione della giustizia, degli organi ispettivi, del sistema dei lavori pubblici, del sistema dei trasporti, dell’università e della ricerca etc.  è un risultato perseguito con successo da una classe dirigente, i capitalisti in primo luogo, che ha preferito, che preferisce, l’evasione fiscale, l’impunità, la violazione delle norme di sicurezza, le aste truccate, le gare di appalto truccate, i concorsi truccati, le carriere pilotate etc. ad una amministrazione pubblica pulita ed efficiente. Naturalmente le imprese più serie sono danneggiate e così anche nel libero mercato può affermarsi, in parte, il grido di guerra nazionale: “vinca il peggiore”! La competizione democratica non fa eccezione: al centro non ha vinto Moro ma Andreotti, a sinistra non ha vinto Lombardi ma Craxi, non Berlinguer ma Napolitano. Certo la corruzione italiana ha una lunga storia, basti pensare alla corruzione nell’Italia fascista e alla degenerazione della sua ipertrofica burocrazia, si tratta di un fenomeno di lunga durata che attraversa indenne passaggi epocali della nostra storia e che tocca apici inarrivabili. In quale paese d’Europa politici di primo piano e apparati dello Stato hanno avuto legami organici con grandi organizzazioni criminali? Ed anche piccole, per la verità, come la banda della Magliana. Nell’epoca in cui lo Stato è divenuto decisivo come non mai, nella competizione interimperialista, il nostro problema è divenuto questione di vita o di morte del paese. L’Europa non ci aiuta, anzi se si guarda alla recente sentenza Contrada della Corte europea dei diritti umani o alla posizione assunta sul prestito F.C.A.  il meno che si possa dire è che non è stata compresa la tragedia della collusione Stato-mafia e che l’Unione incoraggia il dumping fiscale invece di combattere i paradisi fiscali interni. Possiamo però affermare che l’Europa sia in qualche modo causa o concausa del problema italiano?  Perché la politica italiana volle a tutti i costi l’ingresso nell’euro sostenuta dalla grande maggioranza dell’opinione pubblica? Se si guarda oltre la retorica europeista di quei giorni, si trova la sfiducia del paese in se stesso, il paese irriformabile capace solo di svalutazioni competitive, dove era diffusa la sensazione che l’euro fosse un treno da non perdere. In fondo il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, voluto da Andreatta con le migliori intenzioni, non fu determinato dalla sfiducia nella politica sperperatrice che scaricava sul bilancio dello Stato i costi della corruzione e del clientelismo mentre l’espansione dello Stato sociale non veniva finanziata adeguatamente da una seria lotta all’evasione e alle rendite di posizione? Andreatta proveniva dalla D.C. il partito che aveva inventato un processo a cinque gradi di giudizio, unico al mondo: il processo tributario. La durata del processo combinata coi ricorrenti condoni, produceva record mondiali di evasione nel paese che, con la riforma del ’74, aveva introdotto un’aliquota del 72% sui redditi più elevati. La toppa fu peggiore del buco: alla finanza allegra degli anni ‘80 si sommò una esplosione degli interessi passivi, all’inflazione galoppante si fece fronte attaccando l’adeguamento automatico dei salari e degli stipendi. Da allora il sindacato cominciò a rincorrere, sempre in ritardo, la perdita di potere di acquisto del lavoro e delle pensioni.

Ho voluto ricordare tutto ciò per spiegare perché il paese vide nell’Europa moderna ed efficiente e nell’euro una soluzione salvifica. Ma l’Unione, costruita a misura delle banche, delle lobby di corporazioni più o meno potenti, dei paesi più forti, non può e non vuole risolvere il problema italiano, perché altrimenti tuonerebbe contro l’evasione, argomento molto popolare tra i nordeuropei consapevoli che in Italia esiste un considerevole patrimonio privato a fronte dell’enorme debito pubblico e non a caso. Perché non invoca una patrimoniale con l’energia con cui ha perseguito la (s)vendita di assets pubblici da parte dei paesi in difficoltà? (Per fare un solo esempio: il gettito delle tasse di successione è venti volte inferiore a quello francese.) Nel momento in cui scriviamo, nel corso di un’epidemia che ha sconvolto la vita economica e sociale, sembrano lontanissime le annose schermaglie sul punto percentuale di deficit in più o in meno, sugli 0,1% di crescita o di decrescita, perché la profondità della crisi è tale che la materia del contendere si è spostata sulle dimensioni dell’intervento pubblico, comunque senza precedenti, e sulle modalità. Ovviamente, all’interno dell’eurozona, se tutti i paesi dovessero fronteggiare uti singuli la paurosa caduta di reddito ed occupazione, nonché il calo conseguente delle entrate dello Stato, si avrebbe una asimmetria insopportabile tra Stati che hanno ampi margini di indebitamento a basso costo ed altri che rischierebbero uno spread pesante e un avvitamento del debito. Sembrano dunque tutti d’accordo: occorre rifornire gli stati e le imprese di liquidità ed anche rapidamente. Ma sull’entità ci si divide, 500 o 1000 miliardi? Ed anche sulla modalità c’è dissenso, erogazione a fondo perduto o prestito? Nel secondo caso avremo un aumento del debito soprattutto nei paesi più colpiti dal virus che sono anche i paesi più deboli, Italia e Spagna in primis. Anche il riparto darà luogo ad una faticosa trattativa. Già si annuncia, superata la crisi, il ritorno alle regole della sana finanza, un ritorno ancor più doloroso se appesantito da un debito pubblico ingigantito dalla crisi. Teniamo presente che senza adeguate contromisure questa epidemia può provocare conseguenze economiche e sociali paragonabili agli effetti della ricetta imposta alla Grecia dall’Unione o delle ricette imposte dal FMI ai paesi del terzo mondo in difficoltà. L’esito più probabile sarà un compromesso del tipo metà prestito, metà fondo perduto.

Proviamo a rispondere ora ai nostri interrogativi, in primo luogo alla questione legata all’imperialismo tedesco, alla sua vocazione espansionistica e predatoria, frustrata tragicamente ben due volte nel secolo scorso. La catastrofe italiana offrirebbe una ghiotta occasione di saccheggio dei pezzi pregiati della nostra economia realizzando il destino coloniale dell’Italia fascista. (La sconfitta tedesca fece sì che il paese divenisse una colonia americana, poi con Mattei e lo sviluppo delle partecipazioni statali abbiamo raggiunto una relativa indipendenza economica). Ricordiamo, però, che da anni è in corso una strisciante “colonizzazione” in forma di acquisizioni estere dei pezzi più interessanti della nostra economia. Date le dimensioni del paese, inoltre, un crollo avrebbe conseguenze sistemiche per l’intero edificio europeo. Lasciar fallire l’Italia è un azzardo dalle conseguenze imprevedibili ed è probabile che i poteri forti in Germania siano divisi e allarmati da questa prospettiva.                                                                                        Al terzo e al quarto interrogativo, relativi al rapporto tra l’euro, l’Unione europea e la crisi italiana, penso si possa dare una risposta netta: la decadenza del paese è essenzialmente determinata da cause endogene, profondamente radicate nella nostra storia, l’ultima interferenza decisiva nella politica italiana non provenne dall’Europa ma dagli Stati Uniti di Kissinger (l’eliminazione di Moro). Le pastoie rigoriste dell’Unione potevano e possono essere superate nel rispetto del dogma assurdo del pareggio di bilancio con un’imponente (e intelligente) incremento delle entrate tributarie e con la riqualificazione della spesa pubblica. L’Europa non sarebbe un ostacolo insormontabile. D’altra parte (e vengo al secondo interrogativo) nella prospettiva dell’uscita dall’euro sarebbe ancor più necessaria quella stessa politica economica (alla Haavelmo) che però richiede la ricostruzione dello Stato in tutte le sue articolazioni e, per le dimensioni e la profondità del problema, richiede la gramsciana riforma intellettuale e morale. Non è casuale che i cosiddetti sovranisti, nel momento di massima impopolarità dell’Europa e del suo paese guida, tacciano sul punto della fuoruscita dall’euro. Se non fosse soltanto un motivo di propaganda ne avrebbero condotto in questi anni una preparazione scientifica: una ricerca sull’elasticità dell’export e dell’import in funzione di una previsione plausibile della svalutazione di una moneta nazionale, un piano di controllo del movimento dei capitali etc. La loro missione consiste nel deviare la rabbia popolare dal sistema del capitale al nemico di turno: l’altrieri gli usurai ebrei, ieri i lavoratori immigrati, oggi gli untori cinesi. È un fatto, però, che nessuno in Italia, che si sappia, ha proceduto alla necessaria preparazione. Per parte mia insisto: la riforma dello Stato dovrebbe precedere la riconquista della sovranità monetaria, la riforma dello Stato richiede la riforma intellettuale e morale della società. Abbiamo visto la mitica società civile al governo di città e del paese, che si esprima direttamente o tramite i partiti cambia poco, la società civile non è la soluzione ma il problema. A guidare la riforma è necessario, però, il moderno principe, intellettuale collettivo e soggetto rivoluzionario. Sono certo che “Cumpanis” porterà il suo contributo alla sua difficile, indispensabile, ricostruzione.

 

 

 

 

 

 

 (1) Sulla rispettiva efficacia delle due politiche, che in Keynes sono  preferibilmente associate, ricordiamo un’accurata ricerca condotta nel lontano 1946 dal principe degli econometrici, Lawrence  Klein, che così concludeva: «un aumento di un dollaro della spesa pubblica in deficit (con un’offerta di moneta costante) produce 3,37 dollari di reddito disponibile in più, un aumento di un dollaro dell’offerta di moneta (con un disavanzo costante) crea 0,19 dollari di reddito disponibile aggiuntivo». Benché la ricerca si fondasse su una ricca serie di dati statistici di un’epoca ormai remota, il dato è ancora utile per dare un’idea di grandezza: l’intervento puramente monetario era 17 volte meno efficace dell’intervento puramente fiscale e 5 volte meno efficace dell’intervento alla Haavelmo!

(2) Negli U.S.A. il bilancio federale è in deficit dal ‘70 salvo gli anni clintoniani 1998-2001, con punte del rapporto deficit-P.I.L. del 6% negli anni di Reagan e del 10% nel 2008 dopo la catastrofe dei mutui subprime. Obama ha ridotto gradualmente il deficit fino al 3%, Trump lo ha riportato sopra il 5%; il debito federale detenuto dal pubblico (34,7% del P.I.L. nel 2000) tendeva al 100% prima del coronavirus. Anche negli U.S.A. il centro   sembra più rigoroso, ma questo dipende dal fatto che la destra al governo opera sempre grandi tagli delle imposte sui ricchi in omaggio alla teoria del trickle down: la ricchezza accumulata in cima alla piramide sociale colerà giù verso gli strati più bassi della società. Naturalmente la peggiorata distribuzione del reddito riduce l’effetto espansivo del deficit.