Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Coronavirus.

Per i lavoratori la necessità di un cambiamento in senso anticapitalista

 

di Antonio Ferrari

Operaio metalmeccanico; Segretario Generale FLMUniti-CUB

In questi tempi difficili, la FLMUniti-CUB, che rappresento, assume una posizione responsabile nei confronti dei lavoratori e dei cittadini, sottolineando che devono essere prese tutte le misure necessarie per proteggere la salute e i diritti dei lavoratori.

Già si vedono le politiche che porteranno a breve ad una profonda recessione; la classe dirigente sarà senza dubbio orientata all’innalzamento, a suo favore, del debito pubblico nei singoli Paesi. I lavoratori, le classi popolari subiranno il contraccolpo più pesante con l’ulteriore ridimensionamento dei servizi pubblici universali, mentre le imprese continueranno a fare nuovamente utili.

Gli annunci del governo per combattere l’epidemia di coronavirus cercano di dare l'impressione che si stia facendo tutto il possibile per fronteggiare un pericolo oggettivo, che ha implicazioni visibili per la salute della popolazione e l’economia del Paese, ma ipocritamente mostra soltanto una parte delle misure restrittive necessarie.

È da poco passata la mezzanotte del 20 febbraio, quando l’assessore al Welfare della Regione Lombardia dà la notizia di un 38enne positivo al Covid-19 ricoverato all’ospedale di Codogno (Lodi). La diffusione del virus è in gran parte dovuta al fatto che, sotto la responsabilità degli industriali e del governo, la grande zona industriale del Nord non ha smesso di funzionare, operando come detonatore alla diffusione del virus.

Le misure di prevenzione si fermano fuori delle “porte” dei luoghi di lavoro, degli ospedali, dei supermercati, delle industrie e degli altri luoghi di lavoro, dove i lavoratori operano senza le necessarie misure precauzionali.

Le tragiche carenze del sistema sanitario (in gran parte privatizzato in Lombardia) erano note già prima della comparsa del Covid-19.

Carenze che sono il risultato della politica antipopolare perseguita in questi anni da tutti i governi, sulla base degli orientamenti dell’UE, per la commercializzazione e la privatizzazione della salute, tagliando servizi pubblici a vantaggio del profitto e della redditività dei gruppi di imprese. Una politica che ha privatizzato parte della sanità, che ha imposto tagli lineari alla spesa per la sanità pubblica, la chiusura di ospedali e l’accorpamento delle strutture, la riduzione sistematica delle assunzioni di medici e personale sanitario. Una politica che ha annullato le grandi possibilità scientifiche e tecnologiche già oggi applicabili per soddisfare le esigenze di prevenzione e cura delle persone, favorendo l’economia di mercato che annulla ogni opportunità per la classe lavoratrice di goderne i benefici.

Il preesistente rallentamento economico nell'area dell’euro e a livello internazionale è ora accelerato dalla diffusione di nuovi focolai di contaminazione da coronavirus e aumenta la certezza di una nuova crisi nel prossimo periodo, a livello mondiale e in particolare nell’area dell’euro.

La campagna di propaganda del governo, che si concentra quasi esclusivamente sulla responsabilità individuale di ciascun cittadino e chiede unità nazionale per sostenere la sua politica (io resto a casa), nasconde il vero problema.

L’adozione delle misure necessarie richiede l’opposizione agli impegni e alle politiche dell'UE a sostegno della competitività dei gruppi monopolistici, che sacrificano i bisogni delle persone sull’altare della redditività capitalista. I lavoratori e i ceti popolari non possono e non devono pagare ancora!

La “solidarietà europea” viene percepita soltanto come un concetto vuoto di ogni contenuto: nell’Unione europea della “libera circolazione delle merci”, la Germania e la Francia hanno addirittura vietato l’esportazione verso il nostro paese del materiale sanitario necessario.

È evidente, ancor più in questi tempi tragici per i popoli d’Europa, che l’UE non è un’unione dei popoli, ma un’unione imperialista di Stati dove i più forti rivendicano profitto attraverso il ricatto ai più deboli, proprio come è avvenuto in Grecia e come avverrà in Italia con il MES.

La pandemia mette sempre più in luce i limiti del sistema capitalista, un sistema in bancarotta che tenta in tutti i modi di sopravvivere. I bisogni collettivi, i beni sociali, come la salute, non possono essere lasciati alla mercé dei mercati e del profitto.

Non esiste un capitalismo buono e uno aggressivo: definizioni come “capitalismo neoliberale”, “capitalismo estremo”, sono coniate da chi tenta di ingannare i lavoratori, termini utilizzati da questo Governo e dalla falsa sinistra, seguaci della “terza via” dell’allora D’Alema, Tony Blair ecc., solo per nascondere il loro reale e totale sostegno all’unica vera natura del capitalismo.

Anche in condizioni di pandemia, tutto è sottomesso all’esigenza del profitto. Ecco perché i lavoratori hanno continuato a produrre nonostante i divieti, senza misure di protezione, con i noti effetti tragici.

Ecco perché la concorrenza tra i monopoli transnazionali sta guadagnando slancio su chi brevetterà il nuovo vaccino, in un momento in cui dovrebbero esserci cooperazione e sforzi congiunti da parte dei migliori scienziati e centri di ricerca del mondo.

Questo è il motivo per cui la produzione su larga scala sta travolgendo gli ultimi diritti del mondo del lavoro, sta applicando nuove forme di sfruttamento come il telelavoro.

Di fronte alla palude del capitalismo in bancarotta, emerge la superiorità del socialismo che ha assicurato la salute e la cura di tutti.

Abbiamo visto l'esemplare comportamento di Cuba, un Paese “povero” in grado di formare medici e sanità di massima eccellenza nonostante l’embargo che subisce da anni, pronta ad offrire aiuti concreti in questa fase di emergenza sanitaria.

Paesi come Cuba, Vietnam e Cina, nonostante le contraddizioni e i limiti, affrontano questa emergenza con spirito di solidarietà, mettendo al centro il benessere dell’uomo e non il profitto.

Cuba manda i medici nella ricca Europa, solo questo dovrebbe far capire la superiorità di un sistema che è quello socialista rispetto al capitalismo.

L’altro modello di società, quello capitalista, ci ha mostrato gli USA fregarsene e mandare oltre 20 mila soldati, i bombardieri b2; egoisticamente ha prelevato oltre 500 mila tamponi proprio dal nostro paese, in quel momento il più colpito al mondo. Abbiamo visto la Germania bloccare direttamente il materiale in arrivo dalla Cina; abbiamo visto l’Unione Europea, i cui paesi forti tentano di strangolare i più deboli per finire di depredare i lavoratori e le classi popolari, anche di questo Paese.

Ed ecco la loro ricetta enunciata dal primo servitore Italiano Draghi.

Dal Sole 24 Ore Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, non usa mezzi termini:

«...Ci troviamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo muoverci di conseguenza»; la sfida è «come agire con sufficiente forza e velocità per prevenire che una recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa ancora peggiore da una pletora di default che lasciano danni irreversibili».

Draghi sul Financial Times «...Le aziende fanno i conti con perdite nell’intero sistema economico. Molte già si stanno ridimensionando e licenziano lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile» e si deve «... evitare che la recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa più profonda da una sequenza di default che lascerebbero danni irreversibili». Come si affronta questa situazione? Con «...un significativo incremento del debito pubblico...».

In effetti è sempre così che si sono affrontate le crisi importanti, come quelle legate alle guerre e soprattutto ai dopoguerra.

Poi arriva la ricetta. «... Le perdite del settore privato – e il debito per colmare il gap – devono essere assorbite, in toto o in parte, dai bilanci pubblici. I livelli più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata dalla cancellazione del debito privato».

Quindi Draghi propone di aumentare il debito pubblico per cancellare quello privato.

In sintesi che cosa propone Draghi?

 • Non sono sufficienti i sussidi ai lavoratori e alle imprese, se si perdessero posti di lavoro e se chiudessero le aziende il sistema crollerebbe.

 • Le banche e l’intero sistema finanziario devono quindi fornire denaro a interessi zero alle aziende le quali rimangono aperte, producono e mantengono il posto di lavoro ai lavoratori che, come consumatori, farebbero aumentare di nuovo la richiesta di beni.

 • Lo stato, attraverso un indebitamento senza limiti deve farsi carico di ridurre o addirittura azzerare il debito dei privati, cioè delle aziende.

 • Tutto ciò in tempi brevi, in modo non burocratico e all’interno del quadro di riferimento dell’Unione europea.

Se l’analisi di Draghi disegna uno scenario oggettivamente di estrema crisi sistemica dei meccanismi economici e finanziari del mondo capitalistico e globalizzato, determinato dalla crisi attuale ma inserito in una crisi sistemica che non si è mai fermata dal 2007 in poi, la ricetta è tutta finalizzata al mantenimento di tale sistema e non è certo orientata al miglior risultato per i cittadini italiani ed europei.

Di fatto le banche prenderebbero soldi dallo Stato e li riverserebbero sulla produzione: quindi le banche continuano ad essere il veicolo del sistema finanziario che però è finanziato dallo Stato e le aziende continuerebbero a fare utili perché le perdite sarebbero coperte dallo Stato,

Ma se allora è lo Stato (cioè tutti noi) che deve provvedere al finanziamento di banche e aziende, non sarebbe molto più semplice ed efficace che lo Stato riprendesse sotto il suo controllo le banche e le aziende che altrimenti chiuderebbero, nazionalizzandole e riavviando così l’economia reale del paese? Magari sotto il controllo dei lavoratori?

Se si nazionalizzassero le grandi banche e le grandi imprese, se lo Stato si assumesse l’onere di indirizzare e gestire direttamente il corso dell’economia nazionale, saremmo di fronte ad un radicale cambiamento di sistema, da capitalistico a una forma di socialismo. L’alternativa, quella proposta da Draghi, esponente autorevole del capitalismo e della finanza internazionale, ci porterebbe al contrario a ricostruire un sistema nel quale le banche non ci rimetterebbero e le aziende continuerebbero a fare utili. A pagare saremmo di nuovo noi lavoratori, pensionati, disoccupati, artigiani, piccoli commercianti, le false partite IVA, con l’ulteriore ridimensionamento del welfare, dei servizi sociali, della scuola, dell’istruzione, della sanità.

È facile e realistico ipotizzare che i meccanismi di controllo sociale, di intrusione nella privacy, di repressione spesso gratuita messe in campo in Europa (e non solo) negli ultimi anni, oggi testati in modo ancor più invasivo con l’alibi della pandemia, saranno gli stessi che potrebbero emergere con ancora più forza quando le contraddizioni sociali esploderanno in modo ancor più evidente.

Siamo entrati nella crisi pandemica con una percentuale tra povertà assoluta e relativa che in Italia riguarda 14 milioni di persone, poco meno di un quarto della popolazione. Il percorso indicato da Draghi indica un approccio diverso all’interno dello stesso modello.

Non è questo il cambiamento che ci serve, non è questa la “normalità” che vogliamo!

Noi da sempre navighiamo controcorrente, siamo convinti che finita questa storia, alcuni dimenticheranno tutto, ma siamo convinti anche che saremo molti di più a chiedere una nuova società che metta al centro l’uomo e l’ambiente in cui vive e non il profitto.

Lavoratori, ceti popolari, per certi versi anche i ceti medi che nella crisi si proletarizzano, iniziano a percepire come nemico non solo la propria controparte diretta in condizioni di normalità, ma il sistema stesso.

La politica dell’Unione Europea, sottomessa alla finanza e ai grandi gruppi industriali, evidenzia che l’U.E. non è altro che l’unione dei ricchi che proteggono i propri interessi e non i popoli d’Europa.

Questi sono elementi oggettivi favorevoli alla necessità di un cambiamento.

È determinante l’elemento soggettivo, la capacità di creare l’elemento organizzativo, propositivo e di direzione.

Darsi degli obiettivi all’interno di un programma per il superamento del sistema capitalista.

 

 

 

La Prospettiva

 

 

Nonostante ogni giorno si contino morti, nonostante il dilagare del contagio non si arresti ancora, le associazioni padronali utilizzano tutto il loro potere per piegare la società ai propri interessi.

Il governo continua a emanare decreti, tra lotte intestine di partito e di territorio, per il comando ma tutti nella stessa direzione, tutti obbedienti agli strozzini della U.E. e alle pressioni dei padroni interni.

Il sindacato si fa padrone e pianifica con le associazioni datoriali la ripresa della produzione, minimizzando il pericolo da contagio COVID al quale i lavoratori sono esposti.

Il nuovo presidente della più grande associazione industriale, Bonomi, presenta da subito il suo programma: riorganizzare la produzione (con accordi tra le parti) insieme alle OO.SS. CGIL, CISL UIL le quali, attraverso i loro Segretari, si apprestano a confermare la volontà di un lavoro unitario.

I rappresentanti politici del governo e dell’opposizione si affrettano a dichiarare la loro collaborazione al mondo industriale.

L’elaborazione della prospettiva è già in fase avanzata, pianificata con la consulenza di una task force nominata dal governo e dalle continue relazioni tra i sindacati e i maggiori gruppi industriali del territorio nazionale. Sono stati già siglati accordi, centralizzati dalle strutture sindacali nazionali di vertice, per l’avvio della produzione, escludendo le Rappresentanze Sindacali Aziendali e soprattutto l’opinione dei lavoratori. Accordi che formalmente definiscono le misure da adottare per contenere il contagio, ma che in realtà stabiliscono le modalità per favorire la ripresa produttiva, rimodulando l’organizzazione del lavoro su pause, mensa, flessibilità dell’orario, senza mai intaccare la capacità produttiva e i ritmi di lavoro, senza prevedere la riduzione dell’orario di lavoro.

Nella prima fase (metà marzo) il tentativo di lasciare aperta la produzione non essenziale è stato rallentato da una reazione della base, della parte più cosciente della classe operaia, attraverso scioperi, proteste spontanee e assenze in massa sul posto di lavoro.

La pressione per riattivare i processi produttivi non è mai diminuita. La formulazione, volutamente vaga e ambigua, dei decreti governativi ha favorito la riapertura di molte aziende non essenziali con la sola autocertificazione di far parte di filiere essenziali, da presentare alle rispettive prefetture.

La fase 2 annunciata apre tutto il sistema produttivo.

Il ricatto occupazionale, la prospettiva dell’incertezza del salario e delle risorse per ammortizzatori sociali, accompagnati da una incessante campagna sul rischio di una povertà futura, ha l’obiettivo di alimentare le preoccupazioni dei lavoratori, perché accettino il rientro in produzione, mettendo in secondo piano la tutela della salute e il pericolo di contagio. I padroni ritengono di agire senza essere disturbati, il governo emana provvedimenti che vanno a disintegrare i diritti dei lavoratori: il diritto di sciopero per primo, il diritto ad assemblee; si stravolge addirittura la normativa sulla sicurezza 81/80 facendo passare mascherine non idonee al contenimento del contagio Covid-19, per dispositivi a norma, anche in mancanza di distanze consigliate tra i lavoratori. Il D.L. 17/20 introduce un concetto estremamente pericoloso: per tutto il periodo dell’emergenza (per ora fino a luglio) si possono derogare leggi (D.Lgs. 81/08), direttive e regolamenti europei, norme tecniche per la salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori, tramite un decreto legge che le può superare.

L’uso di mascherine chirurgiche crea una falsa fiducia nel lavoratore, che pensa di essere protetto. Per proteggere i lavoratori dal contagio da Sars-Cor 2, l’unico mezzo sono i facciali filtranti FFP2 o FFP3.

I lavoratori delle produzioni essenziali sono stati utilizzati come carne da macello fin dall’inizio, senza protezioni idonee, molti lavoratori e lavoratici sono stati contagiati e purtroppo molti sono deceduti. Governo e opposizione sostengono questo sistema e favoriscono gli interessi padronali appoggiati anche dalle OO.SS. di comodo: gli operai hanno bisogno di altre direzioni politiche e sindacali non di burocrati del padrone.

Oggi più che mai i lavoratori hanno bisogno di organizzarsi su un terreno di classe, i metalmeccanici in particolare devono riprendere il ruolo di avanguardia di tutta la classe lavoratrice. Le avanguardie di lotta più avanzate devono dotarsi di strumenti organizzativi adeguati alla fase per l’unità della classe lavoratrice, e di un programma di lotta con obiettivi tesi ad ottenere conquiste sociali, economiche e contrattuali. Devono agire per trasformare il rancore dei lavoratori in presa di coscienza e lotta di classe per la trasformazione della società. Devono adoperarsi per la costruzione di comitati di fabbrica e di lotta in ogni posto di lavoro. I comitati di lotta acquisiscono un ruolo fondamentale nel conflitto. Il loro coordinamento costituisce la costruzione del sindacato di classe capace di aggregare ed essere riferimento di tutto il proletariato, fino a coinvolgere i ceti popolari/medi che nel conflitto si impoveriscono e proletarizzano (piccoli artigiani e commercianti, professionisti, ecc. ecc.).

Le avanguardie rivoluzionarie devono essere alla testa del conflitto.

 

 

 

Le rivendicazioni

 

 

La classe operaia e più in generale i lavoratori non possono limitarsi a rivendicare soltanto il diritto al lavoro. Occorre esigere un cambiamento nei rapporti economici, nelle relazioni sociali, nel modo di produzione, nel lavoro. I comitati di lotta nei luoghi di lavoro e nei quartieri devono essere pronti a organizzare le lotte. Saranno in prima fila nelle rivendicazioni dei lavoratori e nello smascherare i sindacati che non sono su posizioni di classe. Deve essere il protagonismo dei lavoratori a elaborare piattaforme nei singoli posti di lavoro.

 

 

 

Punti essenziali

 

 

• Giù le mani dai diritti e dalle libertà dei lavoratori “Se non c’è tutela della salute non c’è produzione”

• La tutela della salute dentro e fuori dai luoghi di lavoro

• Salario garantito, basta precarietà

• Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario/No ai licenziamenti.

• Controllo dell’organico aziendale su licenziamenti e assunzioni.

• Ripristino della democrazia nei luoghi di lavoro. Libere elezioni sotto il controllo dei lavoratori/Diritto di sciopero.

In questo momento non dobbiamo, non possiamo abbassare la guardia, poiché la classe padronale sarà agguerrita, decisa a prendersi ogni singolo centesimo di profitto perso. Sarà pronta a ricattare e spremere i lavoratori e non gli mancheranno alleati travestiti da amici dei lavoratori.

I padroni si servono di ogni mezzo per controllare i lavoratori. I comitati di gestione, i comitati paritetici, costituiti nelle fabbriche e partoriti dal governo e dalle OO.SS. non sono altro che un modo per calmierare le proteste.

Le misure restrittive delle libertà personali, disposte dal governo con obbligo di restare a casa, se sono efficaci devono valere anche per i lavoratori. Le distanze di sicurezza che permettono alle aziende di aprire devono valere anche per la vita sociale, altrimenti sono soltanto strumenti discriminatori e lesivi delle libertà.

Infatti vengono sospese assemblee dei lavoratori, annullata di fatto l’opinione dei lavoratori. Non possiamo permetterlo, sono misure funzionali solo all’interesse del padrone. Il pericolo è che per garantire la sottomissione dei lavoratori al volere dei padroni e per garantire la loro ricchezza, si mantengano le restrizioni limitando la libertà di movimento e nello stesso tempo si intensifica lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, senza permettere reazioni.

La riorganizzazione del sistema produttivo che il gruppo di “esperti” è impegnato a preparare per la fase 2 non è altro che la reimpostazione, nelle nuove condizioni, del sistema di sfruttamento e la pianificazione del recupero di produttività a discapito dei diritti e delle conquiste dei lavoratori. Per cui da subito dobbiamo lavorare per l’unità dei lavoratori, costruire mobilitazioni, un programma di lotte sul terreno di classe a partire dai luoghi di lavoro.

Il protagonismo dei lavoratori deve essere al centro del conflitto capitale/lavoro.

 

La redazione di “Cumpanis” ringrazia Antonio Ferrari per questo importante contributo, con il quale il Segretario Generale della FLMUniti-Cub inizia la sua collaborazione alla rivista.