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Alcune cause oggettive della diaspora comunista

e la difficile via

per una ricomposizione

di Ascanio Bernardeschi

rivista comunista on-line “La Città Futura”

Interrogarsi sulle ragioni della scomparsa del più grande partito comunista dell’Occidente e sul fallimento dei propositi di rifondare in Italia un tale partito, è una necessità ineludibile.

Il Pci venne sciolto incontrando una resistenza importante ma insufficiente del quadro militante, che in maggioranza aveva subìto nel tempo una trasformazione di tipo antropologico, subendo passivamente e per gradi una cultura politica che tendeva a caratterizzarsi, se non come anticomunista, senz’altro come a-comunista, e prevalentemente improntata al fideismo nei confronti del capo. Ma anche la minoranza che si era opposta alla resa della Bolognina, e di cui la parte più consistente si riprometteva di rimettere in piedi un partito comunista per mantenere aperta una prospettiva di riscatto della classe lavoratrice, è alla fine approdata a una frantumazione in mille formazioni, spesso litigiose fra di loro, ciascuna delle quali, da sola, insignificante. E oggi, neppure tutte insieme – e già le sole difficoltà di tenerle insieme paiono quasi insormontabili – sembrano in grado di raggiungere il consenso necessario per ottenere una minima rappresentanza nelle istituzioni che permetta loro ameno il diritto di tribuna e un minimo di visibilità.

Il crollo del sistema sovietico ha avuto un ruolo eccezionalmente importante in questa deriva ed è stato senza dubbio l’innesco scatenante di questo annichilimento, che non ha pari nel mondo occidentale, ma deve esserci ben altro se l’ideale trainante dei maggiori progressi sociali del “secolo breve” è stato così frettolosamente marginalizzato, specie se si pensa che quel partito, nel tempo, già dal memoriale di Yalta di Togliatti, e perfino, in precedenza, da alcune riflessioni gramsciane, si era caratterizzato per una cultura e una strategia originali e autonome rispetto al “campo” sovietico. Per non parlare dei successivi altri “strappi”, significativi nel bene e nel male. E deve esserci anche una spiegazione del fallimento della rifondazione di un partito comunista in Italia.

L’analisi degli elementi soggettivi e, soprattutto, di quelli oggettivi, in cui si intrecciano fattori strutturali e sovrastrutturali, può aiutarci a fornire una risposta.

Il Pci esce dal fascismo con una dotazione di quadri formatisi nell’agone della lotta clandestina e della guerra di liberazione e con rapporti di massa importanti, specie nelle regioni del Centro-Nord. Il Paese è devastato: fisicamente dalla guerra, moralmente da un regime ventennale che aveva fatto man bassa dei presidi democratici. In questo contesto, scartata l’ipotesi insurrezionale, è obbligatorio pensare alla ricostruzione. Pur con alcuni distinguo, primo fra tutti quello di Secchia che pensava a una prospettiva rivoluzionaria di tipo leninista, avviene un importante compromesso fra la tendenza socialcomunista e quella cattolica, sancito in una Costituzione non socialista ma nemmeno liberale e in cui i diritti sociali sono proclamati con forza. Una sorta di programma di transizione verso una civiltà più solidale. La presenza di un’industria di stato e a partecipazione pubblica di grande rilievo, sia pure sorta durante il ventennio fascista con la finalità di riorganizzare il capitalismo nella sua fase monopolistica, è potenzialmente uno strumento poderoso di pianificazione economica e favorisce anche il miglioramento delle condizioni dei lavoratori: i contratti collettivi stipulati con Intersind, la confindustria delle aziende di stato, anticipa regolarmente quelli del settore privato e ne fa in una certa misura da traino. La carta costituzionale, laddove prevede che la Repubblica debba sostituirsi all’impresa privata qualora l’operato di quest’ultima impedisca il raggiungimento dei fini sociali proclamati, prefigura un forte ruolo dello Stato nella programmazione economica.

Tuttavia le pressioni del Vaticano e degli Usa estromettono i comunisti dal governo già con la Costituzione in corso di approvazione e a tale espulsione seguono anni bui di repressione poliziesca, collusioni con i poteri mafiosi e strizzate d’occhio a residui del vecchio regime, ancora fortemente arroccati nei gangli dello stato. L’unità sindacale, sempre per pressioni esterne, va a farsi benedire e i comunisti continuano a pagare il loro tributo di sangue e di sofferenze, ma crescono e respingono prima il tentativo scelbiano di violentare la Costituzione con una legge elettorale maggioritaria (tuttavia non peggiore di quelle che poi sono state introdotte a partire dai referendum di Mario Segni), poi un governo, quello di Tambroni, che apre ai fascisti del Msi e reprime con inaudita violenza le manifestazioni antifasciste. In questa “nuova resistenza” si forgia una generazione di militanti che negli anni ’60 del ‘900 spingeranno per nuovi e più avanzati equilibri e per l’attuazione delle parti qualificanti della Costituzione.

È con il primo centrosinistra, che si insedia dopo la caduta di Tambroni ma che segna anche la l’inclusione del Psi nel governo e quindi una divergente collocazione politica dei due maggiori partiti della classe lavoratrice, che la nazionalizzazione dell’energia elettrica aggiunge un altro tassello al ruolo dello Stato nella programmazione economica.

Negli anni 70 si raccolgono alcuni frutti delle battaglie democratiche e sociali: un sistema pensionistico solidale, il punto unico di scala mobile, un sistema sanitario universale, gratuito e orientato alla prevenzione, lo statuto dei diritti dei lavoratori, l’elevamento dell'obbligo scolastico, la conquista del diritto all’istruzione anche da parte dei lavoratori (le 150 ore), maggiori poteri di controllo nei luoghi di lavoro, attraverso le assemblee retribuite e i consigli di fabbrica eletti dai lavoratori a prescindere dalla loro collocazione sindacale. Tuttavia l’azione del Pci va sempre più configurandosi come riformistica, tesa a migliorare le condizioni dei lavoratori e i rapporti di classe, ma che rimanda a tempi indeterminati l’obiettivo di più profondi cambiamenti strutturali.

In questo contesto il Pci raggiunge comunque il suo massimo risultato elettorale e il suo massimo radicamento sociale, pur fra contestazioni di gruppi estremistici extraparlamentari e nonostante reiterati tentativi di bloccare il processo del suo avanzamento con le stragi di stato o di matrice neofascista e alcuni progetti golpisti. Tra questi è da segnalare il Programma di rinascita democratica di Licio Gelli, che gradualmente verrà realizzato a partire dalla seconda metà degli anni 80, senza trovare particolare opposizione della “sinistra”. Avviene così la concentrazione in mano oligopoliste dei principali media, come per esempio le reti televisive di Berlusconi e i maggiori quotidiani, lo sdoganamento dei fascisti e l’approvazione di leggi elettorali maggioritarie.

È al culmine delle conquiste dei lavoratori e dei popoli sfruttati, segnato emblematicamente su scala internazionale dalla vittoria del Vietnam sugli Usa, che inizia a cambiare l’aria. Il capitale e le maggiori potenze imperialistiche, in grande affanno in un contesto di disordine finanziario – emblematico e anche carico di conseguenze è l’abbandono della convertibilità del dollaro – reagiscono a livello mondiale alle conquiste dei popoli e dei lavoratori sfruttati. Nel cortile di casa degli Usa, in Cile, il governo di Unità popolare di Allende viene abbattuto dal golpe militare di Pinochet. Il nuovo regime sperimenta per la prima volta politiche opposte a quelle keynesiane che, pur fra limiti e contraddizioni, costituiscono un terreno utile per le rivendicazioni dei lavoratori. Entrano in azione i Chicago Boys legati alla scuola monetarista di Milton Friedman e vengono smantellate una ad una tutte le conquiste sociali del precedente governo socialcomunista.

Di fronte agli scricchiolii del campo sovietico, di cui la “primavera di Praga” e la successiva normalizzazione non sono che la punta dell’iceberg, e che condurranno in pochissimi decenni alla sua scomparsa, le nazioni occidentali sono molto meno preoccupate che in passato del confronto con i paesi dell’Est europeo in tema di diritti sociali e sono più propense alla loro demolizione, mentre la corsa al riarmo degli Usa costringe l’Urss a dissanguarsi per tenervi testa. Le ricette liberiste vengono assunte anche dall’Inghilterra della Thatcher e dagli Usa di Reagan. Successivamente sarà l’Unione Europea a farle proprie. Il trattato di Maastricht nasce col sigillo di queste dottrine.

Questa fase di arretramento coincide anche con una accelerazione dell’involuzione del Pci, di cui muta profondamente la natura. Nella smania di governare abbandona man mano diversi capisaldi della soggettività comunista, dalla svolta europeista e atlantista all’abbandono del centralismo democratico e allo snaturamento della sua funzione di formazione dei quadri comunisti e di educatore di massa. A un’involuzione è sottoposta anche la Cgil che accetta la moderazione salariale, senza opporsi significativamente al taglio della scala mobile, e allo smantellamento dei consigli di fabbrica. Non si può attribuire tutto questo sfacelo solo a una sorta di tradimento di gruppi dirigenti, per quanto quelli dell’ultimo Pci siano particolarmente squalificati, e alla passivizzazione del quadro militante. Infatti anche la residua cultura comunista non è stata in grado di contrapporre al pensiero unico del “più mercato e meno stato” qualcosa di attraente. È emblematica la deriva negli ultimi anni del Manifesto che, pur definendosi ancora giornale comunista, ha sposato un miscuglio di mode culturali, spesso in contraddizione fra di loro, e in questo eclettico approccio ha smarrito gran parte degli insegnamenti dei padri del socialismo. Un discorso simile, sia pure in grado minore, potrebbe essere fatto per il Partito della Rifondazione Comunista da cui non a caso sono partite la maggior parte delle mille schegge impazzite di organizzazioni sedicenti comuniste o di “sinistra d’alternativa”.

Sta di fatto che gli eredi “legittimi” del Pci si convertono al liberismo, vanno anche al governo ma non per rappresentare i lavoratori e tanto meno per trasformare la società, bensì per galleggiare in un sistema supposto ormai senza alternative. Diviene così corresponsabile delle peggiori nefandezze perpetrate contro la classe che avrebbe dovuto rappresentare, lasciando – complice anche la pochezza dei comunisti – uno spazio enorme per il populismo di destra, che però fa comodo come spauracchio per carpire consensi, sia pure col naso turato alla ricerca del male minore.

Keynes viene messo in soffitta e al suo posto c’è un ritorno della fiducia cieca nelle virtù del mercato, in una competizione spietata, mentre l’uguaglianza diviene una parolaccia a meno che non sia circoscritta ai soli aspetti formali borghesi. Il mercato deve essere libero ma non troppo, in quanto lo stato, affinché si possano ripristinare i margini di profitto e il capitale nazionale possa competere in un’economia che si va mondializzando, deve intervenire pesantemente sui diritti sociali.

Il pretesto è la lotta all’inflazione e al debito pubblico. Le banche centrali diventano autonome dai governi, il debito pubblico viene esposto alle vicende della speculazione finanziaria, si afferma la libertà totale dei capitali di spostarsi da un paese all’altro, il costo del lavoro deve diminuire. E, naturalmente, per fare tutto questo, devono diminuire anche gli spazi di resistenza dei lavoratori, gli spazi della democrazia.

Il frutto avvelenato di queste politiche sono, in Italia, il sistema pensionistico contributivo (in pratica le pensioni sono ora calcolate con i criteri delle assicurazioni private), la previdenza integrativa, i fondi pensione, l’elevamento dell’età pensionabile, il welfare aziendale, i tagli alla sanità e all’istruzione, la devastazione dello statuto dei lavoratori, l’addio alla scala mobile, le privatizzazioni dei settori industriali strategici e delle istituzioni finanziarie pubbliche, col che vengono sottratti allo Stato gli strumenti di politica industriale. Però, beffardamente, con questi nuovi indirizzi non si riduce il debito pubblico, ma al contrario esso si dilata, perché il libero mercato va bene, ma in caso di necessità lo stato deve intervenire per socializzare le perdite private o per erogare gli ammortizzatori sociali ai lavoratori mandati a casa.

Sono anche gli anni in cui comincia ad affermarsi un nuovo paradigma produttivo. Al posto della catena di montaggio, emblema del fordismo-taylorismo, della produzione rigida e standardizzata, degli stock di merci che attendono nei magazzini di essere collocate sul mercato, subentra la produzione snella, resa possibile dall’uso delle tecnologie informatiche che nel frattempo si vanno affermando. Le filiere produttive si possono scomporre in segmenti localizzati in punti, o addirittura paesi, più disparati in quanto la razionalità viene assicurata a monte dalla tecnologia. La produzione non è più per gli stock in attesa di vendita, ma just in time, sulla base degli ordini pervenuti. Al posto dell’accumulo di merci nei magazzini subentra il ruolo della logistica, con merci, siano esse materie prime, prodotti finiti o semilavorati, che vagano per il globo. Anche il lavoratore deve essere flessibile, adattarsi agli alti e bassi degli ordini, mentre la sua “partecipazione” creativa alla qualità della produzione, la cosiddetta “qualità totale” è solo uno slogan per sferrare un’offensiva ideologica volta ad acquisire anche l’anima dell’operaio, renderlo compartecipe degli obiettivi del capitale. E quando tali obiettivi – i profitti – non possono essere raggiunti subentra la rilocalizzazione della produzione in altri paesi. E così si mettono in concorrenza fra di loro i lavoratori delle diverse aree del globo.

La “flessibilità” tanto invocata si converte in precarietà che il centrosinistra fa divenire legge adottando il “pacchetto Treu” del 1997 con cui viene abolito il monopolio pubblico del collocamento e vengono introdotte diverse forme di lavoro instabile. Per i nuovi occupati ormai la precarietà è divenuta la regola. Il primato dell’esecrabilità va al lavoro interinale, con cui l’impresa si avvale non di propri dipendenti, ma di lavoratori prestati in affitto da agenzie. Una forma di caporalato in cui il lavoratore non ha nessun rapporto contrattuale con l’azienda per cui lavora e quindi non ha strumenti di difesa nei confronti del super sfruttamento. Cinque anni dopo gli spazi della precarietà si estendono grazie al centrodestra (ah, l’alternanza!) con il successivo decreto denominato macabramente “Biagi”. Entrambi i provvedimenti sono presentati ipocritamente come strumenti per aumentare l’occupazione, nonostante che gli studi effettuati in materia escludano che esista una correlazione significativa fra occupazione e precarietà (1). E difatti, nonostante alcuni trucchi statistici (2), la disoccupazione permane in misura rilevante.

L’informatizzazione dei processi si spinge sempre di più e, con l’intelligenza artificiale, si estende anche ai lavori “di concetto” e a molte altre funzioni, interessando così i colletti bianchi e perfino i quadri dirigenti. I lavoratori non sono più fianco a fianco di fronte alla catena di montaggio, ma dispersi in mille siti. Non si conoscono e spesso non parlano neppure la stessa lingua. E sono sempre sotto ricatto di licenziamento.

Lo smart working è l’esempio più eclatante delle “nuove” forme di sfruttamento. Il lavoro è smart, agile, intelligente, ma per estrarre più pluslavoro. Ti dicono che finalmente sei imprenditore di te stesso, che sei retribuito equamente sulla base dei risultati, svincolato dai controlli padronali. Certo, svincolato perché non c’è più bisogno di controllarti. Perché ora ti controlli da solo se vuoi procurare a te e alla tua famiglia i mezzi di sostentamento. In sostanza è una nuova forma di cottimo. Come aveva affermato Marx, con il salario a cottimo, che è “fonte fecondissima di detrazioni sul salario e di truffe capitalistiche”, “la qualità e l’intensità sono controllate” dal lavoratore stesso “e si rende superflua buona parte della sorveglianza del lavoro”, oltre a prestarsi al “subaffitto del lavoro”. Pertanto “è la forma che più corrisponde al modo di produzione capitalistico” (3). Con lo smart working e con il lavoro a distanza, reso possibile dalla rete telematica, che a seguito della pandemia rischia di estendersi in maniera incontrollata, il padrone in aggiunta risparmia sui locali, i computer ecc. E sui mezzi di trasporto, nel caso dei rider.

Anche il pubblico impiego subisce il fascino delle nuove mode e si aziendalizza sempre di più. La retribuzione di risultato diviene una componente essenziale della busta paga ma, assurdamente, in un contesto in cui i risultati non sono misurabili e questa fetta di salario dipende più dal servilismo verso il dirigente di turno che dall’effettiva produttività. Il dirigente a sua volta è ostaggio del politico che, tramite lo spoil system, può essere rimosso in qualsiasi momento. Il politico, in virtù del suo potere di ricatto, continua a dettare le decisioni (si vedano i sindaci-podestà), ma sono soppressi i controlli sul suo conto, mentre le responsabilità economiche e penali sono tutte a carico dell’apparato. Ma c’è molto di più. Fette importanti di servizi vengono sempre più esternalizzate e date in appalto a privati, talvolta a cooperative amiche, che si aggiudicano gare al ribasso e trovano l’equilibrio intensificando lo sfruttamento o ribassando retribuzioni e garanzie. È ovvio che a parità di trattamento dei lavoratori e di qualità del servizio l’esternalizzazione sia antieconomica, perché aggiunge ai costi diretti quelli indiretti dovuti alla gestione delle gare, dei contratti, dei rapporti amministrativi e finanziari con le ditte aggiudicatarie, dei controlli del loro operato. Se c’è il risparmio, è perché è stato intensificato lo sfruttamento del lavoro o ridotta la qualità dei servizi. Spesso non c’è neppure questo tipo di risparmio ma la pubblica amministrazione è costretta a esternalizzare per un banale motivo contabile: dovendo rientrare nel parametro dell’incidenza del costo del personale, lo fa affidando i servizi in outsourcing, come va di moda dire, di modo che per magia il relativo costo non figura più come spesa di personale ma come prestazione di servizi. In ogni caso la generalità delle amministrazioni pubbliche è spesso costretta a ricorrervi, alimentando la svalorizzazione del lavoro e la sua precarizzazione. Infatti il rapporto di lavoro è legato al solo periodo di gestione del servizio, fino alla gara successiva.

Questo scompaginamento del mondo del lavoro, che ne ha indebolito oggettivamente il potere contrattuale, la trasformazione del sindacato di classe in qualcosa di simile a un ente parastatale, foraggiato dai “servizi” a pagamento attribuitigli e dalla gestione dei fondi pensione, concertativo, succube delle scelte di fondo del capitale e proprio grazie a ciò l’unico riconosciuto a rappresentare i lavoratori in quanto firmatario dei contratti collettivi (il dissenso non è ammesso!), hanno indebolito il soggetto di riferimento dei partiti che ambiscono a organizzare la classe lavoratrice. Gli errori e in qualche caso, diciamolo pure, i tradimenti dei gruppi dirigenti non sarebbero spiegabili nel contesto di diversi e più favorevoli rapporti di forza fra le classi.

La presenza di queste debolezze, di queste difficoltà perfino a riconoscere la classe lavoratrice è un formidabile ostacolo alla ricomposizione di un forte, moderno e organizzato partito comunista. Però qui siamo e qui dobbiamo operare. E serviranno a poco le scorciatoie di costituenti che regolarmente falliscono. Niente può sostituire un’analisi rigorosa del capitalismo attuale, l’individuazione delle sue debolezze per farvi leva, l’intervento nei conflitti che pure ci sono, ma sono anch’essi frammentati in mille rivoli, per indirizzarli, unificarli, prospettandone sbocchi possibili.

Occorre anche inventare forme organizzative e strategie nuove per mettere i bastoni fra le ruote del capitale, ricostruire, nelle forme oggi possibili, la democrazia consiliare, darsi un’organizzazione in grado di aderire alla nuova dislocazione dei lavoratori.

Una interessante pubblicazione del Clash City Workers (4) si intitola “dove sono i nostri” e descrive i settori lavorativi in cui operano gli sfruttati, individuando inoltre le possibilità di una loro mobilitazione esistenti all’interno di ciascun settore. Si tratta di un’analisi che va probabilmente aggiornata, ma ci fornisce comunque uno stimolo: è ineludibile conoscere meglio la classe se vogliamo costruire il partito della classe.

Di fronte alle mode culturali, quale quella della “fine del lavoro”, bisogna invece rintracciare i soggetti sociali del cambiamento che oggi sono difficilmente riconoscibili e organizzabili. E se il capitale utilizza le tecnologie disponibili per sfruttare meglio i lavoratori e per disperderli, noi dobbiamo utilizzarle per agevolare la loro organizzazione e per riaggregarli, come sta avvenendo in questi giorni con una miriade di assemblee online autoconvocate.

Fatte le debite proporzioni, se Lenin ebbe a dire che il socialismo in Russia poteva essere costruito con “il potere ai soviet più l’elettrificazione” noi potremmo adottare il seguente slogan “studiare di più, organizzarci di più e informatizzarci di più”.

Un compito che richiede grande dispendio di energie e impegno intellettuale, ma qual è l’alternativa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) Tali studi sono numerosi e risalgono anche a prima dell’adozione del Pacchetto Treu. I più recenti di cui siamo a conoscenza sono La flessibilità del mercato del lavoro aumenta l'occupazione? Cosa ci dicono teorie, studi e ricerche sulle riforme degli ultimi 20 anni, documento di valutazione n. 7 dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della repubblica, 2018, reperibile in rete (https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento/files/000/028/708/Valutazione_7_-_Flessibilit%C3%A0.pdf) e E. Brancaccio, N. Garbellini, R. Giammetti, Structural Labour Market Reforms, GDP growth and the Functional Distribution of Income, Structural Change and Economic Dynamics. Volume 44, marzo 2018.

(2) Per esempio non sono considerati disoccupati tutti coloro che hanno lavorato anche solo pochissime ore nell’ultima settimana o, pur non occupati, non abbiano fatto ricerca di lavoro negli uffici di collocamento che però, in virtù delle “riforme”, hanno un ruolo marginale nel fornire occupazione.

(3) K. Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione VI, Cap. 19, pp. 603-8.

(4) Klash City Workers, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, ed. La Casa Usher, 2014