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I comunisti

e l’Unione Europea

L’unità dei comunisti quale condizione

per la costruzione di un fronte anticapitalista

è più che mai necessaria e i numerosi, minuscoli,

ciascuno per conto suo ininfluenti, movimenti

comunisti dovrebbero fare un esame di coscienza

e andare verso la ricomposizione, abbandonando

effimere rendite di posizione.

di Ascanio Bernardeschi

La Città Futura, rivista comunista on-line

 

 

 

 

 

Il disegno interclassista originario

 

 

Per ragionare sull’Unione Europea (Ue) occorrerebbe preliminarmente demistificare la retorica sulla bontà del disegno originario di un’Europa “libera e unita” tratteggiata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel loro confino di Ventotene. Si tratta di un disegno interclassista in cui la divisione fondamentale non sta “lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo” ma lungo la “nuovissima linea” che divide chi lotta per “la conquista e le forme del potere politico nazionale” da chi considera “compito centrale la creazione di un solido stato internazionale”. Un internazionalismo che prescinde dalla divisione in classi. Le “gambe” di questo processo federalista dovevano essere del tutto esterne ai partiti politici antifascisti esistenti e infatti, nell’agosto del 1943, venne costituito il Movimento Federalista Europeo, con carattere di apartiticità.

Certamente non mancano toni di pacifismo, giustizia, antirazzismo, antiautoritarismo, contrarietà a qualche imperialismo – non tutti, per la verità – e perfino accenni ad aspirazioni socialisteggianti, ma non c’è traccia del ruolo protagonista delle classi lavoratrici, del loro antagonismo rispetto allo sfruttamento capitalistico. Pare insomma che una società superiore possa essere costruita attraverso la concordia sociale e un volemosi bene indifferenziato di “tutti gli uomini ragionevoli”, in cui anche gli imprenditori che “vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche e dalle autarchie nazionali” dovrebbero fare la loro parte. “Da qui la previsione che l’imminente “sconfitta della Germania porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà”; la fiducia cioè che, avendo la guerra determinato “il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco” e “accomunato la sorte dei popoli europei” si aprirà una “crisi rivoluzionaria” in cui detti popoli “non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali”.

La lotta di classe, d’altra parte, se “ha costituito la direttiva fondamentale […] finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società […], si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l’intera organizzazione della società” o quando ci si ostina a voler “realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione”.

Di fronte alla realtà di stati che hanno “già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie” l’oggetto della lotta di classe sarebbe di quello di “stabilire quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche”. La linea di demarcazione, quindi non starebbe fra il “maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea fra chi lotta per “la conquista e le forme del potere politico nazionale […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari”.

Mentre i comunisti italiani ed europei erano impegnati nei rispettivi paesi in una resistenza che mirava sia a liberare le rispettive nazioni dall’occupazione nazifascista sia ad aprire una prospettiva di trasformazione in senso socialista, i Padri dell’Europa vagheggiavano un largo stato federale, il quale disponesse di una “forza armata europea” e di “mezzi sufficienti” per assicurare “un ordine comune”. Resta un mistero il segno sociale di questo ordine comune.

Se questi sono i toni edulcorati del manifesto, più franco è Spinelli nel suo diario del dopoguerra, dove trova vantaggioso per la causa europeista il conflitto tra Usa e Urss, ovviamente appoggiandosi alla superpotenza americana, per dare il colpo di grazia definitivo al suo antagonista, quando il “regime poliziesco” sovietico “sarà marcio”.

 

 

 

Il ruolo dell’imperialismo Usa

 

 

Quel disegno quindi era del tutto associabile a quello degli Stati Uniti, preoccupati di allargare la loro influenza in Europa e di fare di quest’ultima un baluardo anticomunista.

Dopo poco Yalta, infatti, venne sostanzialmente stracciato il successivo trattato di Potsdam con cui si era concordato fra le potenze vincitrici un assetto condiviso della Germania, per dare luogo alla Repubblica Federale tedesca che sarebbe destinata a diventare un perno fondamentale di questo nuovo europeismo.

Il percorso di edificazione di un’Europa strettamente legata alla strategia geopolitica Usa, venne sostanzialmente guidato, con tanto di finanziamenti per indirizzare l’integrazione europea, dal Comitato Americano per l’Europa Unita, strettamente legato ai servizi segreti americani. Di questo disegno fanno parte il piano Marshall che in cambio di aiuti per la ricostruzione pose condizionamenti alla politica degli stati beneficiari, il Patto Atlantico e la sua creatura, la Nato, e i primi germi di integrazione economica: la Ceca (comunità europea del carbone e dell’acciaio), il Mec (mercato comune europeo) ecc.

Fece parte del pacchetto anche la tutela dei residui interessi coloniali di alcune nazioni europee e quindi il contrasto alle spinte di liberazione dei popoli sottomessi.

Spinelli vide sostanzialmente in continuità con il proprio disegno ed esaltò il processo che avviò la guerra fredda e vi legò mani e piedi le sorti dei popoli europei.

I cosiddetti padri fondatori dell’Europa, Monnet, imprenditore del cognac, Shuman, ex collaborazionista del governo Petain, Hallstein, insieme a qualche ex nazista riconquistato alla causa americana, non furono che fedeli attuatori di questo piano. I più importanti leader europei, fra cui spiccano il primo cancelliere tedesco Adenauer, l’inglese Churchill e il nostro primo ministro De Gasperi, furono associati a questa strategia. Non a caso fu proprio De Gasperi, su input americano, a estromettere i comunisti dal governo italiano proprio nel corso del processo costituente della nostra repubblica.

Un bel libro di Luca Cangemi illustra i motivi della contrarietà del Pci a questo disegno, in netto contrasto con la linea dell’internazionale socialista (cui si dissociarono il Psi e la Spd) e riporta un inequivocabile brano di Togliatti  del 1952:

“Tutte queste chiacchiere sull’unità dell’Europa, sul ‘federalismo europeo’, dobbiamo dunque saperle smascherare a dovere, mostrare a tutti che si tratta di un ciarpame vergognoso, col quale si copre la rinascita del militarismo tedesco e del militarismo italiano e la costituzione di un blocco di forze aggressive al servizio dell'imperialismo americano”.

La destalinizzazione del ‘56 e le vicende ungheresi porteranno anche il Psi, sia pure con la contrarietà di Sandro Pertini, e la Spd a rivedere la propria posizione.

Il riempimento del suolo italiano e di quello altre nazioni dell’Europa occidentale di basi militari americane (non solo Nato) non può essere visto come un aspetto indipendente da questo complessivo contesto.

 

 

 

La natura dell’Unione Europea

 

 

Si tratta di capire se il carattere ademocratico dell’Ue, così come delineato nei suoi trattati costitutivi, con un Parlamento impotente e le leve fondamentali nelle mani delle oligarchie finanziarie, sia il frutto di una degenerazione rispetto al “sogno” di Spinelli, o ne costituisca piuttosto un possibile, se non ineluttabile sbocco, certamente determinato anche dalle trasformazioni nel frattempo intervenute negli assetti economici e geopolitici mondiali. Siamo di fronte a un caso da manuale di un intreccio fra struttura economica e sovrastruttura politica, giuridica, ideologica ecc.

Dopo la ricostruzione, le lotte operaie determinarono, fino alla metà degli anni 70 del secolo scorso, conquiste sociali importanti, quali, in Italia, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale partecipato dalle autonomie locali e su basi pubbliche e universali, l’elevamento dell’obbligo scolastico e l’apertura dell’Università anche ai figli dei proletari, un sistema previdenziale sui basi solidaristiche, il carattere perequante del punto unico della scala mobile e così via. Si trattò di conquiste che spostarono significativamente i rapporti di forza fra le classi e assecondarono la caduta tendenziale del saggio del profitto.

Non poteva mancare l’allarme e la reazione del capitalismo che ricorse a ogni mezzo, comprese le stragi di stato e le infiltrazioni con il terrorismo variamente colorato, per ripristinare il suo più completo dominio. Oltre all’uso del terrorismo di stato o, come nel caso greco, del golpismo, gli altri fattori determinanti furono i cambiamenti tecnologici orientati a disgregare e dividere il mondo del lavoro, il collasso del sistema sovietico favorito dalla guerra fredda e, sul piano ideologico, la chiusura, col pretesto di un perverso sedicente “riformismo”, di ogni spazio riformistico.

In Cile, dopo il colpo di stato di Pinochet, sostenuto dagli Usa, si verificò il primo esperimento di rivincita liberista. I “Chicago boys”, discepoli della dottrina di Milton Friedman, si insediarono nella cabina di regia dell’economia, privatizzarono tutto il privatizzabile e fecero man bassa dei diritti sociali. Questa esperienza, con analoghe conseguenze sociali, fu ripresa dalla Thatcher in Inghilterra, proseguita dai suoi successori, compreso il laburista Blair, e da Reagan negli Usa.

È interessante, perché emblematico del ruolo dell’ideologia, osservare che Friedman in origine non professava il liberismo e nel 1948, in epoca di ricostruzione, proponeva politiche fiscali e monetarie anticicliche alla Keynes. E anche che recentemente, alla luce della crisi in atto, ha emendato le sue teorie monetariste, che evidentemente si sono affermate in quanto funzionali a sostenere la rivincita del capitale sulle conquiste del mondo del lavoro.

Giova accennare, in estrema sintesi, ai fondamentali dogmi della dottrina liberista.

1) La moneta è lo strumento più importante per governare l’economia e abbattere i diritti dei lavoratori col pretesto di tenere sotto controllo l’inflazione e il debito pubblico.

2) Con il pretesto dell’apertura del mercato alla concorrenza e dell’abbattimento del debito si favoriscono le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica e ai salari.

3) La competitività sui mercati internazionali la si ottiene riducendo il costo del lavoro e detassando le imprese, in una concorrenza continua fra le nazioni al ribasso dei diritti sociali.

4) Esiste un livello di disoccupazione naturale che non deve essere ridotto, e ogni politica che tenda a ridurre la disoccupazione si risolve in inflazione. Così è salvaguardato anche il marxiano esercito industriale di riserva.

5) La politica monetaria deve rispettare determinate regole fisse, una sorta di automatismo che deve renderla prevedibile da parte degli operatori economici. Quindi viene meno ogni discrezionalità ed è opportuno che le banche centrali siano autonome dai governi per evitare la spinta di questi ultimi a finanziare il loro debito attraverso l’emissione di moneta.

La cosa ha funzionato, nella sostanza, per attivare le famose controtendenze, denominate da Marx cause antagonistiche, alla caduta del saggio del profitto e cioè l’intensificazione dello sfruttamento, la riduzione del valore della forza-lavoro, il mercato mondiale, la finanziarizzazione. Perché se i partiti “di sinistra” hanno smesso di leggere Marx, non lo hanno certo fatto gli agenti del capitale.

L’Ue è sorta in piena restaurazione liberista e pertanto ha fatto sua, con estremo rigore e fin dai trattati costitutivi, questa teoria e questa pratica economica. Da qui la tutela della “concorrenza” e il divieto agli stati di alterarla con interventi nei settori produttivi, i parametri di Maastricht sul rapporto debito/Pil e deficit/Pil, l’autonomia della Banca Centrale Europea (Bce) e il divieto a quest’ultima di acquistare direttamente presso gli stati membri i titoli del debito pubblico.

La specifica organizzazione sociale dell’Ue, la sovrastruttura, è quindi pienamente corrispondente all’attuale stadio di sviluppo dell’economia occidentale, ed europea in particolare, ed è utopico pensare che sia possibile che a questa struttura economica possa corrispondere, con un’opportuna “riforma” dei trattati, basata sull’autodeterminazione dei popoli, una nuova Unione. Solo una lotta di classe tenace, di cui per ora non si vedono che manifestazioni episodiche e slegate fra di loro, guidata da un forte, determinato e ben armato teoricamente partito dei lavoratori e capace di modificare i rapporti di forza fra le classi potrebbe determinare le premesse per approdare a un tale risultato.

 

 

 

La crisi e l’esplosione del debito

 

 

Produrre e sfruttare di più per rastrellare più profitti è l’imperativo del capitale. Ma come si fa a vendere tutta questa produzione se si riduce il potere di acquisto dei lavoratori e della pubblica amministrazione? Mi piace paragonare il sistema capitalistico a un vascello che deve attraversare uno stretto. Può allontanarsi dal pericolo della caduta del saggio del profitto spostandosi a destra, deprimendo i salari diretti, indiretti (servizi sociali) e differiti (pensioni), ma in questo modo deprime la domanda. Può sostenere la domanda spostandosi a sinistra con politiche espansive, ma in questo modo deprime i profitti. Insomma come si allontana dallo scoglio a dritta, si avvicina a quello a manca, col rischio di incagliarsi, e viceversa. Da qui il ripudio e il fallimento delle politiche keynesiane ma anche il fallimento di quelle liberiste, non ripudiate solo perché più convenienti al capitale.

Per un po’ funziona da ricetta magica, per stare a distanza di sicurezza da entrambi gli scogli, il debito: debito alle imprese, per dare loro temporaneamente ossigeno in attesa di tempi migliori, ma non funziona a lungo, a meno che lo stato alla fine della fiera non si accolli questo debito; debito al consumo, che ugualmente può funzionare fintanto il consumatore è in grado di offrire garanzie crescenti, come è avvenuto con il boom del mercato immobiliare negli Usa, salvo determinare il fallimento dei consumatori e delle banche creditrici non appena si è sgonfiata la bolla immobiliare.

Crollata la domanda Usa – la spugna che aveva assorbito per anni, grazie al debito privato, e alla possibilità di stampare moneta a volontà in virtù del ruolo internazionale del dollaro, gran parte della sovrapproduzione mondiale – il virus della crisi ha infettato il mondo con eccezione della Cina e di altri paesi emergenti.

Di nuovo, per salvare capre e cavoli è intervenuto il debito pubblico accollandosi il salvataggio del sistema bancario. In pratica buona parte del debito privato si è trasformata in debito pubblico la cui esplosione può essere considerata come la manifestazione fenomenica delle contraddizioni fondamentali del modo di produzione capitalistico e della conseguente impraticabilità delle politiche keynesiane, che infatti sono state attuate esclusivamente in una ben determinata fase storica in cui i rapporti di forza fra le classi e quelli fra il campo socialista e il campo imperialista erano assai differenti da quelli odierni.

Tornando ancora all’Ue, il debito che si è prodotto è diventato insostenibile per le economie più fragili non solo in conseguenza del suo importo, ma anche a causa delle regole a cui devono sottostare i paesi membri. Basti pensare all’indipendenza della Bce e al divieto che essa acquisti direttamente presso gli emittenti titoli del debito pubblico. Di conseguenza tale debito è esposto ai capricci dei mercati finanziari e della speculazione. Se la solvibilità di un paese è ritenuta problematica, sia a causa dell’entità del suo debito che di altri “fondamentali” macroeconomici, o anche solamente a causa di un giudizio negativo delle agenzie di rating, notoriamente in conflitto di interessi e sovente fallaci nelle loro valutazioni, ma che conviene tenere in considerazione perché così fan tutti e quindi le sue “previsioni” si autorealizzano, gli “investitori” pretenderanno un tasso di interesse maggiore, che ricompensi il rischio che si assumono finanziando quei paesi. Da qui lo spread, cioè il differenziale fra i tassi di interesse dei titoli pubblici delle diverse nazioni. Da qui il cumulo di interessi che gli stati messi peggio devono versare alla finanza. Basti pensare che l‘Italia da decenni produce un avanzo primario, cioè spende meno di quanto incassa in imposte, ma il suo debito aumenta a causa degli interessi, ammontanti a circa 70 miliardi all’anno.

Se poi il paese debitore importa più di quanto esporta, cioè consuma più di quanto produce ed è in disavanzo con l’estero, la moneta unica gli impedisce di utilizzare la leva della svalutazione monetaria per rendere più a buon prezzo i suoi prodotti nel mercato internazionale e quindi riacquistare per questa via la competitività. È costretto quindi a ritrovare l’equilibrio dei conti con l’estero per l’altra via disponibile, cioè l’abbassamento del costo del lavoro e la riduzione dei consumi pubblici e privati. Quindi manovre lacrime e sangue e “riforme” che penalizzano i lavoratori. Esiste un’alternativa: l’uscita dall’euro e la ridenominazione del proprio debito nella nuova moneta nazionale, per poi svalutarla. Lo spread quindi è determinato anche dal compenso preteso per coprire il rischio della ridenominazione del debito e la conseguente sua svalutazione.

Naturalmente non mancano i meccanismi, tornati alla ribalta della cronaca in questa fase di emergenza pandemica, per “salvare” gli stati in difficoltà. Meccanismi che però mirano più a salvare i creditori dal fallimento del debitore e ad evitare che il default di uno stato produca effetti contagiosi per l’intera eurozona che ad aiutare effettivamente i malcapitati stati.

Il Mes, Meccanismo europeo di stabilità, non è solo un meccanismo ma anche un’organizzazione che gestisce un fondo e il cui capitale sociale è sottoscritto dagli stati europei a spese dei contribuenti. Ma i criteri stabiliti per l’attivazione degli “aiuti” somigliano molto sia a quelli del Fondo Monetario Internazionale, che hanno posto sul lastrico i “beneficiari”, che a quelli delle banche private. Infatti tali aiuti consistono ancora in prestiti, sia pure erogati da un’istituzione europea diversa dai mercati finanziari. E sono concessi a pesanti condizioni, tra cui la sostanziale perdita di sovranità in favore della Troika. In pratica lo stato sarà obbligato ad adottare politiche economiche restrittive, a praticare macelleria sociale e a precipitare nella recessione. Accedervi significa in buona sostanza evitare di sottoporsi allo strozzinaggio dei mercati per sottoporsi a quello del Mes.

Sull’altare di queste regole la Grecia è stata ridotta al lastrico, ha dovuto vendere tutti i gioielli di famiglia – porti, isole e molto altro – tagliare ferocemente le pensioni e i servizi pubblici, intervenire pesantemente nel mercato del lavoro. Mentre le banche accelerano i pignoramenti, il 61% dei lavoratori privati guadagna meno di 1.000 euro lordi e la tassazione sulla classe media è passata dal 37,5% del 2007 al 51%. Al contrario la quota di contribuzione al gettito fiscale della classe medio-alta è scesa al 38,1% rispetto al 56% del 2007. Mentre la popolazione dei restanti paesi della zona euro era in crescita, la Grecia perdeva un milione di abitanti; la disoccupazione saliva la 28%, la spesa pubblica scendeva del 30% e gli stipendi del 15%. Ciò nonostante il debito pubblico, anziché diminuire, aumentava del 20%.

Chi sarà il prossimo candidato alla concia? Tra i più quotati risulta purtroppo il nostro paese, che peraltro su questo fronte ha già dato molto.

In questi giorni di grave crisi – innescata dall’epidemia ma che già covava, come avevano annunciato diversi osservatori – si è parlato sia di un Mes senza condizionalità, cioè senza l’intervento della Troika, almeno fintanto dura l’emergenza (ma poi?), che di un’alternativa al Mes stesso, gli eurobond. Ad emettere questi titoli del debito pubblico sarebbero le istituzioni europee, o anche lo stesso Mes, secondo una iniziale proposta del governo italiano, che si accollerebbero l’onere di doverlo ripagare. Il debito non verrebbe iscritto a bilancio dei singoli Stati ma al bilancio europeo. Per questo tipo di debito ci sarebbe ugualmente uno spread, quello fra i titoli europei e quelli dei paesi extraeuropei. Tale differenziale dipenderebbe dalla “solvibilità” di chi lo emette e quindi le istituzioni europee, al fine di contenerlo, dovrebbero spremere i lavoratori europei e i bilanci degli stati membri. Anche in questo caso a pagare sarebbero soprattutto le classi lavoratrici, sia pure in termini solidaristici fra i lavoratori delle diverse nazioni, chiamate a contribuire più o meno proporzionalmente alla quantità di ricchezza che producono. I coronabond mutualizzerebbero anche i debiti pregressi, che per l’Italia ammontano a 2.400 miliardi. Per questo i governi dei paesi più ricchi sono terrorizzati da questa eventualità, dato che i propri cittadini dovrebbero accollarsi una parte degli oneri occorrenti al salvataggio degli stati più poveri e perché questa apertura potrebbe costituire un precedente anche per il dopo emergenza. Da qui il respingimento al mittente della proposta.

Altro approccio, delineato solo in termini molto generici dal Consiglio europeo il 23 aprile scorso, è quello dei cosiddetti Ricovery bond, obbligazioni ordinarie emesse da un Recovery found dell’Ue, quindi ancora debito, che differisce dagli altri eurobond per due motivi. 1) La mutualizzazione del debito avverrebbe solo per i debiti da sostenere per affrontare l’emergenza e non per i pregressi. 2) La garanzia non verrebbe prestata dai singoli stati, gravando quindi, in caso di inadempienza, prevalentemente sugli stati più ricchi, ma dal bilancio dell’Ue e quindi sulle spalle della Germania e dell’Olanda graverebbe solo per la quota che loro versano annualmente alla UE in proporzione al rispettivo reddito, come gli altri stati membri.

Conte, in una conferenza stampa lampo ha cantato vittoria. “Il Recovery Found andrà a finanziare tutti i Paesi più colpiti, compresa l’Italia. Noi eravamo in prima fila a chiederlo, si tratta di uno strumento molto importante e impensabile sino adesso. Renderà la risposta europea molto più solida, più coordinata e più efficace”.

Ma è così? Per ora sono troppo scarsi gli elementi certi per dare un giudizio fondato, non essendo chiare né le modalità di finanziamento, né il suo ammontare, né i tempi di attuazione, tutto rinviato a future decisioni. Certamente se le risorse fossero sufficienti, tempestive, a fondo perduto e non prestiti e i titoli avessero una scarsa incidenza sul debito pubblico italiano saremmo di fronte a un importante elemento di discontinuità. Le scarne notizie che trapelano non inducono però a questo ottimismo.

In sede di Consiglio Europeo Conte aveva chiesto che il Recovery Fund garantisse “trasferimenti a fondo perduto ai Paesi membri”. Questa idea però non è piaciuta alla Merkel e in merito non è stato deliberato niente. Quindi è probabile che saremo nuovamente in presenza di un prestito che comunque dovremo restituire o di una via di mezzo, consistente nell’attivare sia prestiti che somme a fondo perduto. La differenza non sarebbe di non poco conto perché nel caso del prestito il vantaggio sarebbe modesto: l’Italia potrebbe finanziarsi a un tasso migliore di quello che avrebbe potuto strappare individualmente sul mercato e tuttavia dovrebbe versare più soldi alla UE, come tutti gli altri Stati membri, a garanzia del prestito. Resterebbero invece tutte le controindicazioni di un debito crescente che con molta probabilità si dimostrerà insostenibile negli anni a venire.

Il risultato sarebbe meno negativo se i bond, almeno in parte, non venissero collocati sui mercati finanziari, ma sottoscritti direttamente dalla Bce coprendo il loro costo con l’emissione di moneta. Sappiamo che i trattati europei proibiscono tale pratica, in ossequio alle raccomandazioni della teoria economica monetarista. L’emissione da parte di un fondo o dello stesso Mes e non direttamente dall’Ue, potrebbe costituire un escamotage per aggirare la norma, ma pare assodato che invece l’Ue acquisterà questi titoli – solo una parte – sul mercato secondario, cioè presso il sistema bancario tramite le banche centrali dei paesi membri, e il resto rimarrà in mano agli “investitori” (leggasi speculatori). Si tratterebbe di una nuova versione del quantitative easing, che ha contribuito a ridurre lo spread ma non è stato di grandissimo sollievo per la finanza pubblica, comunque messa nelle mani rapaci della finanza, e per l’uscita dalla stagnazione.

Incerta è anche la misura in cui i vari sistemi bancari nazionali sarebbero disposti a mettersi in pancia questi bond. È abbastanza agevole prevedere che gli istituti di Germania ed altri paesi forti avranno molti più spazi per farlo delle nostre malmesse banche. Ma quel che conta è quanto e a quali condizioni la Bce e il sistema bancario nel suo insieme potranno sottoscrivere questo nuovo debito; dipenderà dalla sua appetibilità in termini si saggio di interesse e di garanzie (economiche e politiche), cioè se saranno o meno più onerosi e più vincolanti per la finanza pubblica e la politica economica.

Altra questione aperta è l’entità del debito e in che misura sarà coperto, sia pure in seconda istanza, dagli acquisti della Bce. C’è chi parla di oltre un migliaio di miliardi e chi di poche centinaia. In ogni caso si andrà incontro a un massiccio peggioramento dei conti dei paesi dell’area dell’euro e c’è da temere che le politiche di massacro sociale, ancor più violente di quelle che ci hanno portato impreparati a questa crisi, torneranno in auge per risanarli.

La monetizzazione del debito, cioè l’acquisto dei titoli dietro emissione di moneta, specie se direttamente presso l’emittente, e la concessione del ricavato a fondo perduto sarebbe certamente la cosa migliore. Ma anche questa soluzione andrebbe incontro a un limite di fondo. L’immissione di liquidità, se può avere un risultato positivo quando esiste una capacità produttiva inutilizzata, determina invece un processo inflattivo se a fronte di questa massa monetaria scarseggiano i beni producibili. E questo potrebbe essere il caso di questa crisi e delle conseguenze della chiusura protratta di diverse attività produttive. Un processo inflazionistico sostenuto, con i lavoratori privi di qualsiasi indicizzazione dei loro redditi, sarebbe ugualmente dannoso. E quindi l’immissione di nuova liquidità dovrebbe essere commisurata alla capacità di assorbimento da parte del sistema produttivo; quasi certamente, la misura sarà assai ridotta rispetto alle effettive necessità di spesa.

Tuttavia una parziale monetizzazione con acquisti nel mercato primario sarebbe una discontinuità importante. Ma si tollererà nei palazzi dell’Ue un ritorno all’era a.f. (avanti Friedman), rivedendo, sia pure indirettamente, la scelta di fondo di obbligare gli stati a finanziare i propri deficit attraverso il mercato? I dubbi sono più che leciti nonostante che tale obbligo sia stato pagato fin troppo caro. Dal momento del divorzio fra banche centrali (poi Bce) e tesoro, la spirale del debito pubblico, anziché diminuire, è cresciuta a livello esponenziale a causa del perverso meccanismo degli interessi sul debito. Infatti è proprio tale meccanismo che ha affermato lo strapotere del capitale sugli stati imponendo loro, non già lo smithiano laissez faire, ma robusti interventi a tutela dei profitti.

Si veda il caso italiano. Nel 1970 il debito pubblico ammontava al 37,1% del Pil. Nel 1980 era salito al 56,1%, crescendo meno del 2% all’anno. Dal 1980 al 1994 è salito al 121,8 (+65,7 in 14 anni cioè circa il 4,7 all’anno). Le manovre lacrime e sangue degli anni successivi al 1994 non hanno permesso di ridurre il debito, che è continuato a crescere, sia pure a un ritmo inferiore, e oggi si attesta al 134,8%. Quasi tutti gli osservatori prevedono che questa crisi determinerà un ulteriore grosso balzo del debito che potrebbe aggirarsi intorno al 160% del Pil. Ma questa volta, dovendo nuovamente togliere le castagne dal fuoco alle imprese, nessuno si scandalizza di questa prevedibile impennata e anzi l’ex governatore della Bce Draghi sollecita gli stati a indebitarsi senza remore per azzerare il debito privato.

Sì, ma chi ripagherà questo debito? Nell’emergenza l’Ue, bontà sua, ci concede di derogare dai parametri, ma finita l’emergenza il copione greco ci attenderà.

Un altro dettaglio non di poco conto. In sede Ue si è detto che lo strumento del Recovery found potrà essere operativo non prima del gennaio 2021. Cioè ci viene concesso tutto il tempo necessario per fallire prima!

Come già aveva constatato nell’800 Marx, il capitalismo non può funzionare senza debito. Ma gli stati potrebbero ridurre al minimo – e solo per le emergenze o per smorzare il ciclo – questa necessità. Perché le risorse per affrontare i problemi esisterebbero se si cominciasse a tassare e in diversi casi a requisire i grandi patrimoni e le grandi imprese, ad abbattere le spese militari, se si facesse un audit del debito pubblico e una moratoria sui relativi interessi, salvaguardando solo i piccoli risparmiatori, se si impedisse ai capitali di emigrare verso i paradisi fiscali.

Le complesse trattative di questi giorni in sede europea vedono arroccati i paesi più ricchi perfino di fronte a una blanda proposta di emissione di eurobond e di mutualizzazione del debito, figuriamoci se possano trovare spazio vie di uscita ancor più penalizzanti per i grandi capitali.

 

 

 

Uscire dall’Ue e dall’euro

 

 

In una situazione di grande emergenza, la scarsa apertura alla solidarietà – velata dalla “concessione” di fare maggior debito, di metterci nelle mani degli strozzini, o anche da soluzioni di compromesso, a cui il nostro governo pare orientato ad abboccare, elargite non tanto per il buon cuore dei nostri partner, ma per indorare la pillola ed evitare così una deflagrazione del sistema euro – dimostra la natura di questa Ue e l’impossibilità di una sua riforma in senso favorevole ai lavoratori, considerato anche che per tale riforma occorrerebbe l’unanimità o quasi degli stati membri.

Questa natura è confermata dal ruolo internazionale che l’Unione sta svolgendo. Essa si va caratterizzando come un polo imperialista in combutta con quello statunitense, per esempio adeguandosi alle criminali sanzioni contro Cuba, Venezuela e Iran o ponendo ostacoli alla realizzazione dei gasdotti russi e alla via della seta Cinese, nonostante che gli aiuti ci siano pervenuti da Cina, Cuba, Russia, Vietnam e altri stati considerati nemici dagli Usa.

Altri elementi che qualificano inequivocabilmente il carattere imperialista dell’Ue sono la sua progressiva espansione a Est, la partecipazione alle guerre del Medio Oriente e del Nord Africa, il suo ruolo attivo nelle cosiddette primavere arabe, il dominio sostanzialmente di tipo coloniale su molti stati nordafricani, nei cui confronti si promuovono “accordi” economici che determinano un loro pesante condizionamento e l’ampliamento della zona di influenza della UE, le intese con gli stati nordafricani per la gestione dei flussi migratori in termini de-umanizzanti, l’integrazione, tramite la Nato, con gli Usa e l’“assistenza militare” ad alcuni stati nordafricani nel contesto del tentativo di accrescere la propria influenza nell’area. Il suo carattere di polo imperialista è confermato infine dalla volontà di istituire un esercito europeo; quello di oscurantista e dall’aver istituzionalizzato l’anticomunismo, con una vergognosa risoluzione votata anche dai nostrani “democratici”.

Un programma di rottura con questo polo non dovrebbe essere in funzione del sovranismo di destra, che ci ricondurrebbe a paragonabili politiche liberiste e collocazioni internazionali, sia pure con qualche diversità che riguarda soprattutto il settore del capitalismo da tutelare e qualche tocco estetico di carattere populistico, ma del rafforzamento dell’alleanza internazionalista. Il ritorno alla sovranità economica statuale deve essere un passaggio verso l’internazionalismo, verso alleanze con i paesi socialisti e con quelli antimperialisti, impensabili nel quadro dell’attuale collocazione.

Un’obiezione frequente è che la strada già compiuta nel processo di mondializzazione renda obsoleta ogni ipotesi di ritorno a governare l’economia su base nazionale e contraddica il carattere internazionalista che ogni movimento comunista dovrebbe avere. Per quanto riguarda la mondializzazione, niente di nuovo sotto il sole. La tendenza alla creazione di un mercato mondiale e a concentrazioni transnazionali di imprese era stata già prevista da Marx e successivamente indagata a fondo da Lenin. Né l’uno né l’altro, tuttavia, hanno mai negato la necessità di intrecciare la lotta di classe contro lo sfruttamento con quella per la sovranità nazionale. Non bisogna confondere il cosmopolitismo borghese, per niente in contrasto coi caratteri dell’imperialismo dei nostri giorni, con l’internazionalismo proletario, né i movimenti di liberazione nazionale col nazionalismo di destra. È da tenere presente che le più grandi rivoluzioni socialiste realizzate nell’epoca contemporanea (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, America Latina…) hanno avuto precisamente questo carattere, come del resto, per molti aspetti, anche la stessa nostra Resistenza al nazifascismo.

Per questo i proletari di tutta Europa dovrebbero battersi per la dissoluzione di questa Unione e determinare nuovi indirizzi in fatto di politica economia e nuovi equilibri internazionali, vedendo come interlocutori sul piano economico e strategico i paesi che stanno fronteggiando, anche con alcuni risultati, l’imperialismo Usa. E un’Italia che si caratterizzasse in questo senso potrebbe fare da traino di altre iniziative simili in Europa.

Ma in assenza di lotta di classe anche un’eventuale uscita dall’eurozona e dalle istituzioni dell’Ue sarebbe diretta da settori del capitalismo e dal populismo di turno. Serve pertanto la ricomposizione di un fronte di classe in grado di far propri questi obiettivi, di formare le coscienze, intorpidite dall’attuale strapotere ideologico e mediatico e di mobilitare il mondo del lavoro.

 

 

 

Come uscire dall’Ue

 

 

L’allargarsi in Europa della forbice fra stati creditori e debitori, la realtà putrescente delle Istituzioni economiche e politiche dell’Ue, messe meglio in evidenza dalla pandemia, potrebbero determinare, anche se non lo volessimo, la disgregazione dell’Unione. Occorre quindi essere preparati a tale evento e avere qualche idea su un percorso di uscita dall’Euro, sia per il caso che dovessimo fronteggiare questo ipotetico sfaldamento che per un’uscita volontaria, che riteniamo la cosa più opportuna, pur consapevoli delle difficoltà cui andremmo incontro.

L’uscita dall’Euro, tuttavia, non sarebbe da sola risolutiva dei nostri problemi né sarebbe un pranzo di gala. Saremmo esposti alle più pesanti manovre speculative e si accenderebbe un processo inflattivo che colpirebbe soprattutto i lavoratori a reddito fisso (dipendenti o finti autonomi). La svalutazione monetaria renderebbe ancora più pesante la gestione e la restituzione del debito denominato in euro. Sarebbe ancora più difficile ottenere credito dall’estero e presumibilmente ci sarebbe una fuga di capitali, non solo di quelli finanziari, con la necessità di dover arginare il rischio di un ulteriore smantellamento del nostro fragile apparato industriale.

Una situazione pesante, ma tuttavia è da ritenere che la permanenza nell’Ue sia una prospettiva ancora peggiore. Per arginare le difficoltà occorrerebbe accompagnare l’uscita a misure che contemporaneamente pongano limiti al mercato, sostengano il welfare e affermino l’autonomia delle classi lavoratrici rispetto al sovranismo di destra. Si tratta di un percorso che passa per la riacquisizione degli strumenti di programmazione economica dismessi nel corso dei decenni a trazione liberista. Ecco alcuni passi necessari.

1) Preliminarmente occorre bloccare i flussi di capitale verso l’estero. Un provvedimento che dovrebbe essere drastico e tempestivo, perché è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Quindi niente politica degli annunci, ma blocco immediato, quando ancora siamo dentro l’euro e l’Ue, senza temere di esserne espulsi. Anche la ridenominazione in lire del debito contratto in euro deve essere fatta con la tempestività in grado di prevenire le “scommesse” degli speculatori e delle agenzie di rating sulla svalutazione dei titoli.

2) Abolire l’autonomia della Banca centrale dal governo, uno dei pilastri della dottrina liberista. Bankitalia deve tornare a essere uno strumento di politica economica del governo e deve poter nuovamente acquistare il debito pubblico, liberandolo dalla dipendenza dal capitale finanziario, e orientare in maniera virtuosa il sistema bancario nel suo insieme. A tale scopo sarebbe necessario ripristinare la separazione fra le banche commerciali e le banche d'affari, procedendo almeno alla pubblicizzazione degli istituti maggiori, di modo che il credito possa essere incanalato verso gli obiettivi della programmazione.

3) Nessuna politica industriale è possibile se non si procede nuovamente alla nazionalizzazione delle aziende maggiori nei settori strategici dell’energia, delle comunicazioni, delle infrastrutture, della chimica e di alcune produzioni di alta tecnologia, mentre dovrebbero essere penalizzate, con strumenti fiscali adeguati, le imprese che intendono delocalizzare all’estero le loro produzioni.

Su questo punto Draghi, come accennato, sollecita il necessario indebitamento ma solo per socializzare le perdite private e per impedire che le imprese finiscano in mano straniera. E ora anche l’Ue, nell’emergenza, ammette la possibilità di violare alcune sue regole e intervenire nel capitale privato. Ma, secondo Bruxelles, dovremmo farlo solo transitoriamente. Ripianati i bilanci dovremmo restituire ai privati la proprietà, con tante grazie, ed uscire. E indicano anche una scadenza precisa per l’uscita: fine 2020. Questo rigorismo camuffato da flessibilità in fatto di “liberalizzazioni” è un ulteriore motivo per uscire non dalle imprese, ma dalle istituzioni europee.

Naturalmente anche la gestione dei servizi essenziali dovrebbe tornare ad essere pubblica.

4) Occorrerà tutelare i salari dal prevedibile iniziale processo inflattivo attraverso il ripristino della scala mobile o di altra forma di indicizzazione dei salari. Ovvia anche la necessità di ripristinare le altre tutele del lavoro devastate negli ultimi decenni. Una possibilità che la permanenza nell’Ue rende molto meno percorribile a causa del dumping sociale che le regole europee impongono.

5) Procedere alla tassazione dei grandi patrimoni e alla requisizione degli impianti produttivi qualora il “mercato” non li impieghi adeguatamente.

6) Ripristinare un sistema fiscale fortemente progressivo, almeno come lo era al momento dell’introduzione dell’Irpef e introdurre meccanismi idonei a impedire l’evasione e l’elusione.

7) Per quanto riguarda le relazioni economiche internazionali, visto che negli ultimi decenni i maggiori progressi in campo economico e sociale li hanno registrati i paesi in via di sviluppo che hanno bandito le politiche liberiste, dovremmo trovare in quei paesi la nostra naturale sponda sia in forma di accordi bilaterali che di adesione a blocchi economici integrati, sul modello dei Brics, dell’Alba ecc. L’internazionalismo si può praticare anche in questo modo, non certo, comunque, amoreggiando con il cosmopolitismo à la page.

Il lettore dirà che si tratterebbe quasi di una rivoluzione. È così in effetti. E questo spiega perché i centri di potere economico e finanziario sono così contrari all’uscita dall’Euro e perché i governi, siano essi di centrodestra, centrosinistra, tecnici, gialloverdi o giallorosa non potranno mai realizzare tale uscita salvaguardando contemporaneamente gli interessi dei lavoratori. Ma da quando la rivoluzione spaventa i comunisti?

Certamente non può essere ignorato che attualmente non esistono i rapporti di forza e la consapevolezza delle masse della necessità di un simile percorso. Il nostro impegno dovrebbe essere quindi quello di partecipare alle lotte – e promuoverle – che si renderanno necessarie per evitare che i costi di questa crisi vengano fatti pagare ai soliti noti e, nel corso dei tali lotte rendere sempre più visibile la distanza fra le aspirazioni delle classi lavoratrici e i vincoli di questa Ue.

Urge elaborare una teoria e una prassi di politica, di alleanze, lungo il sentiero della, desiderabile o meno, fuoriuscita dalle istituzioni europee. Se non fossimo pronti si avrebbe una fuoriuscita da destra, pericolosissima in una situazione di così grave crisi, di cui stiamo vedendo quotidianamente le avvisaglie. La nostra strategia deve passare per momenti tattici che rafforzino le nostre posizioni.

L’unità dei comunisti quale condizione per la costruzione di un fronte ampio antiliberista e anticapitalista è più che mai necessaria e i numerosi, minuscoli, ciascuno per conto suo ininfluente, movimenti comunisti dovrebbero fare un esame di coscienza e andare verso questa ricomposizione, abbandonando piccole ed effimere rendite di posizione.