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Non perdiamoci di vista!

Comuniste e comuniste, costruire l’unità

di Annita Benassi

già iscritta e militante del PRC di Roma

In un momento in cui, per  le note  vicende  legate  al coronavirus, gli organi di informazione operano un'azione devastante sul già fragile pensiero critico sociale, diffondendo 24 ore su 24 messaggi terrorizzanti anche al fine di rendere questo pensiero ancor più docile e non reattivo all’ inevitabile catastrofe economica che verrà e che era già  inscritta nelle cose quando si è  deciso il fermo della maggior parte  delle strutture produttive (con l'eccezione, è bene sottolinearlo, delle fabbriche delle armi), è  necessario prioritariamente fare un'opera di disvelamento sulla vera natura di questa ennesima crisi economica.

Economisti privi di onestà intellettuale ci vogliono convincere che sia da addossare alla pandemia questa vasta distruzione di risorse che appare ben più grave dell’ultima del 2008, in quanto non riguarda solo il settore finanziario ma anche e soprattutto l’economia reale. Questa era già in affanno prima dell'inizio della pandemia, come può constatare chiunque sia interessato al reperimento dei dati economici. Rifiutando in maniera netta ogni tentazione complottista, certo è che l’uso politico che i grandi poteri economici stanno facendo della sia crisi sanitaria che della crisi tout court, è del tutto evidente. Ancora una volta il capitalismo si autoassolve da ogni colpa e sposta i danni sociali sulle spalle dei lavoratori e del disagio sociale.

Per la cultura dominante non è affatto il sistema capitalistico, con le sue crisi cicliche sempre più ravvicinate, il responsabile della catastrofe che si abbatterà sulle vite di milioni di famiglie, della disoccupazione a due cifre che già va annunciandosi nei paesi economicamente più fragili. I terremoti, le inondazioni, le siccità “capitano”, sono fenomeni naturali che non prevedono responsabilità alcuna da parte degli esseri umani, tantomeno dei loro assetti politico-economici. La natura è natura e anche le epidemie, con le loro conseguenze, capitano da che mondo è mondo. Disoccupazione di massa? Crisi di sovraproduzione? Miseria sociale? Sono conseguenze dei danni naturali. Che c’entra il sistema capitalistico, che invece garantisce libertà, dalla libertà d’impresa a quella individuale?

“È come una guerra” ripetono in maniera martellante i canali televisivi completamente asserviti alla maggioranza che ci governa, alle lobby degli scienziati o pseudo tali, a giornalisti come Vespa che ci ricordano quei nipotini di padre Bresciani che Gramsci, così dettagliatamente, descrive nei suoi Quaderni, caricature di un’intellettualità che si copre di ridicolo senza accorgersene. Ma come chiedere a un Burioni di rinunciare al suo momento di celebrità, con conseguente disseminazione di apologia del sistema, tanto i problemi vengono dal mondo naturale?

Quale migliore occasione per ricostruire un senso comune di quasi totale accettazione del principio per il quale la disuguaglianza e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, e sulla donna, sono leggi di natura? Senso comune deleterio che ha generato non solo liberismo, ma anche nazismo e fascismo e che tornerà utile anche per il futuro, quando il capitale non avrà altri strumenti per dominare i popoli che nuovi tipi di fascismi, dei quali già si intravedono i segni.

La dichiarazione dello stato di emergenza come risposta all’epidemia è parso senza alcun dubbio lo strumento più funzionale al raggiungimento dell’obiettivo di distogliere il senso comune di massa dalle colpe del capitale per la grande crisi che da tempo era in potenza e che esploderà.

Di fronte ad un’Unione europea sorda alle richieste di aiuto dei paesi con economie più deboli, quale sostegno si potrà dare ai milioni di senza lavoro che la crisi produrrà, se già ora il governo non riesce a far arrivare in tempi utili i soldi della cassa integrazione e i ridicoli aiuti ai lavoratori autonomi e alle micro, piccole e medie imprese che sono l'asse portante della nostra economia? La crisi degli esercizi, dei bar, dei ristoranti, dell’edilizia con relativo indotto produrranno milioni di disoccupati. Un disastro che ci fa rimandare con il pensiero al periodo successivo alla prima guerra mondiale e all'ascesa del nazifascismo. Come la storia italiana e tedesca dimostrano. D’altra parte, l’aria che si respira, in tanta parte dell’Ue, è da tempo questa, con i ripetuti, e spesso riusciti, tentativi di porre fuorilegge i partiti comunisti, tentativi favoriti dalla recente mozione della comunità europea che equipara il nazifascismo al comunismo.

“Proletari di tutto il mondo unitevi” è il primo rimedio che mi viene in mente a difesa di quei ceti che nell'immediato si trasformeranno in vittime. Unire i comunisti, le forze anticapitaliste, il proletariato: un compito tanto necessario quanto arduo, se prendiamo atto della scarsità delle forze di cui disponiamo e dei conflitti che da troppo tempo dividono queste forze spingendole ad essere l’una contro l’altra armate. Che fare? L’editoriale del numero 0 di “Cumpanis” ha indicato energicamente una strada, quella dell’unità, innanzitutto, tra la costellazione di piccole e probabilmente inessenziali (per la loro debolezza e per il loro frastagliamento) forze comuniste, come primo ed essenziale passaggio per la costruzione di un più vasto fronte anticapitalista e di popolo. Un’indicazione di questo tipo era necessaria: occorrerebbe oggi che i gruppi dirigenti dei vari partiti comunisti uscissero dai loro “ridotti” e indicassero la strada dell’unità, innanzitutto dell’unità nella lotta, come elemento preliminare e determinante all’unità progettuale e organizzativa. Con ogni probabilità, ormai, sono molti di più, in Italia, i comunisti e le comuniste senza più tessera e organizzazione, delusi e inattivi proprio in virtù della moltiplicazione delle sigle comuniste e desiderosi di un segnale unitario, di un progetto unitario, che quelli organizzati nei partiti. Che i gruppi dirigenti delle piccole formazioni non li deludano ancora!

Ma per avviare il processo unitario non dobbiamo aspettare l’organizzazione finale. Qui ed ora possiamo/dobbiamo iniziare un percorso che ci unisca nelle lotte e nel fare unitario concreto, vie preliminari e materiali all’unità, alla formazione di una massa critica ben maggiore di quella attuale, rinsecchita dal frastagliamento. A chi scrive pare che il monito unitario proveniente da “Cumpanis” interpreti al meglio il sentire profondo dell’ancora vasta diaspora comunista non organizzata. Sta ora ai gruppi dirigenti delle varie organizzazioni comuniste non deludere ancora questa diaspora e anche il sentire unitario di tanta parte della stessa militanza dei partiti presenti.

Ma per lavoro unitario non mi riferisco solo alla presenza ai sit-in di militanti appartenenti alle organizzazioni comuniste e della sinistra anticapitalista. Questo già avviene, anche se in misura ancora farraginosa, casuale e certo non sufficiente. Sempre, dopo ognuno di questi sit-in, ogni “parte” militante arrotola le proprie bandiere e ritorna nella propria trincea. Credo, invece, che il “cumpanis” debba essere quotidiano, che il progetto unitario debba prendere corpo e consolidarsi in tante battaglie vissute insieme, che la stessa unità di base debba precedere e dare corpo al progetto finale dell’organizzazione unitaria e unica. Non la precipitazione organizzativistica e poi l’unità, ma il contrario: prima l’unità che nasce dalla condivisione delle lotte e poi il progetto organizzativo unitario. Occorre che il partito politico, soprattutto il partito comunista in divenire, sia anche partito sociale e che assieme alle lotte in difesa dell’occupazione, davanti e dentro le fabbriche, nei cantieri, davanti alle basi NATO e USA e ai cancelli delle aziende produttrici di armi, i militanti scendano in campo a fianco dei senza casa, dei senza cibo, a fianco di chi non riesce a pagare la bolletta della luce. Che inizino a lottare e presidiare le disperate periferie metropolitane. Oppure lasciare l’azione nelle mani di Casa Pound o nel migliore dei casi della Caritas e del volontariato sociale? Un processo, ribadiamo, di unità dei comunisti indispensabile, nella sua autonomia politica, teorica e organizzativa, alla costruzione di un più vasto fronte anticapitalista e di popolo.

Oggi, i militanti comunisti di base e la diaspora comunista non chiedono la data di un vicino congresso per la costituzione di un partito comunista unico. Sarebbe probabilmente una richiesta, allo stato delle cose, utopistica e persino sbagliata, date le troppe, nefaste, incrostazioni e divisioni accumulate nel tempo tra i partiti comunisti presenti. Chiedono invece, e questo urgentemente, che i vari gruppi dirigenti indichino insieme la strada dell’unità d’azione, dell’unità nelle lotte, come unico ed essenziale preambolo all’unità organizzativa. Naturalmente, quella progettuale, non dovrà essere un’unità priva di condivisione sui fondamentali, poiché una divisione ideologica accentuata farebbe durare l’unità raggiunta per poco tempo. Ed è per questo che assieme all’unità nelle lotte, oggi, le comuniste e i comunisti organizzati in forze diverse debbono aprire un percorso collettivo di ricerca politico-teorica sui grandi temi: la fase imperialista, l’UE, la forma partito: anch’essa, la ricerca aperta, come elemento preliminare e dialetticamente funzionale all’unità.

I militanti delle varie forze organizzate e i comunisti della diaspora non organizzata sono pronti al processo unitario. Lo sono i gruppi dirigenti dei partiti? Intanto, per precauzione, diciamo ai militanti comunisti, alle compagne e ai compagni: non perdiamoci di vista.