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Per la sua densità intellettuale e politica e per la sua totale attualità, inseriamo nello “Speciale” questo intervento che il compagno Sergio Ricaldone (1925-2013) svolse in occasione del 90° anniversario della fondazione del PCI. Pubblicato da resistenze.org il 22 gennaio 2011, l’intervento di Ricaldone mette magistralmente a fuoco le derive in politica internazionale del partito comunista di Enrico Berlinguer. Sergio Ricaldone, figlio di un antifascista più volte condannato dal Tribunale Speciale e incarcerato, si iscrisse molto giovane, nel 1942, al PCI e fu tra gli organizzatori del Fronte della Gioventù di Milano. A 18 anni, scelta la lotta partigiana, iniziò a combattere nelle Brigate Garibaldi, sulle montagne lombarde. Il 5 luglio del 1944 fu catturato dai nazisti e deportato in un lager, da cui riuscì ad evadere. Dopo la Liberazione fu dirigente milanese della gioventù comunista la quale, dal 1949, assunse il nome di FGCI. Negli anni ‘50 fu tra i più giovani membri della Segreteria della Federazione milanese del PCI, a fianco di grandi dirigenti come Alberganti, Vaia, Bera, con segretario regionale Pietro Secchia. Un’esperienza politica, con questi compagni, che lo portò ad essere tra i più importanti oppositori, di caratura nazionale, della “mutazione genetica” del PCI e tra i più prestigiosi dirigenti di “Interstampa”, de “l’Ernesto” e di “Marx XXI”. Tra i fondatori di Rifondazione Comunista, si oppose alle spinte tendenti alla liquidazione della cultura comunista del “bertinottismo”.

90° anniversario di fondazione del PCI

Dall’antimperialismo alle scelte eurocentriche: l’involuzione del PCI

di Sergio Ricaldone

Resistenze.org, 22 gennaio 2011

 

Quale peso abbiano avuto, per il PCI, le relazioni internazionali e la dimensione mondo nei suoi settant’anni di vita lo si capisce ricordandone i due momenti cruciali: quello della sua nascita, avvenuta, come per la maggior parte dei partiti comunisti, per l’effetto esercitato da un gigantesco avvenimento esterno quale è stata la Rivoluzione d’Ottobre, poi quello dello scioglimento, nel 1989, in non casuale coincidenza con altri avvenimenti esterni quali il crollo del muro di Berlino e il collasso incombente dell’Unione Sovietica.

Si è dibattuto a lungo sulle ragioni, apparentemente paradossali, che hanno portato il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico all’autodistruzione, mentre la maggior parte dei partiti comunisti del mondo, pur avendo subito e pagato un prezzo assai alto dopo il crollo dell’Urss, hanno proseguito il loro cammino e riappaiono oggi, venti anni più tardi e nel pieno di una crisi politica ed economica devastante del capitalismo globalizzato, quali soggetti pienamente vitali e protagonisti dei movimenti antimperialisti e dei grandi processi di cambiamento sociale e politico in atto nei continenti un tempo associati allo status di “terzo mondo”. Per contro, la socialdemocrazia europea nelle sue varie colorazioni, affonda, insieme al mitico “modello svedese”, sotto i colpi della destra restauratrice, mentre il movimento operaio rimasto privo di rappresentanza politica rivoluzionaria vede svanire le sue conquiste sociali schiacciate dal padronato e dalle banche centrali ridiventate il baricentro assoluto del potere politico ed economico in Europa e negli USA.

L’entità della catastrofe politica e sociale italiana, seguita allo scioglimento del PCI, ha assunto dimensioni tali che la parola “comunismo” viene oggi usata, senza ritegno, oltre che dalla destra, anche dalla sinistra camaleontica post, ex e anticomunista, come sinonimo degli orrori rappresentati dai quattro cavalieri dell’apocalisse. Persino la parola socialismo, che oggi sta tracciando, con eccellenti tassi di crescita, il futuro sistema di un terzo del genere umano, appare impronunciabile anche nei dibattiti politici meno faziosi.

 

 

 

L’internazionalismo negli anni delle grandi avanzate

 

Per chi li ha vissuti è difficile dimenticare in quale misura gli ideali internazionalisti abbiano sorretto le grandi battaglie e le conquiste sociali e politiche del movimento operaio in ogni angolo del pianeta nel corso del 20° secolo, a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riesce difficile immaginare la storica vittoria contro il nazifascismo senza il contributo enorme dato dall’Unione Sovietica e senza l’impegno dei comunisti nella Resistenza europea. La stessa vittoria della rivoluzione cinese non sarebbe stata possibile fuori dal contesto dei nuovi rapporti di forza tra socialismo e imperialismo successivi alla 2° guerra mondiale.

Le scelte di politica interna compiute dal PCI in quegli anni si richiamano tutte e con forti motivazioni, anche su dettagli in apparenza marginali, alle profonde mutazioni geopolitiche e alla crescita della forza propulsiva esercitata dal “campo socialista” e dal movimento comunista nel quadro internazionale. Nello spazio immenso tra il fiume Elba e l’oceano Pacifico i partiti comunisti avevano sconfitto i vecchi regimi diventando protagonisti indiscussi della politica mondiale. Non c’era documento o comunicato del PCI che non ne parlasse, prima di qualsiasi approccio ai problemi interni, e chiarisse ai militanti, anche con intenti pedagogici e formativi, la relazione tra il quadro internazionale e i progressi sociali e politici compiuti nel dopoguerra dal movimento operaio italiano.

Poi qualcosa è cominciato a cambiare. Riprovo a raccontare senza alcuna pretesa storiografica, ma solo come li ho visti scorrere sotto i miei occhi, in circa quattro decenni, i vari passaggi del graduale disimpegno dal movimento internazionale fino all’esito fatale della Bolognina.

 

 

 

Coesistenza pacifica e movimenti di liberazione

 

All’inizio degli anni 50, dopo la nascita dell’Alleanza Atlantica e con la Casa Bianca e il Pentagono diretti da una leadership ferocemente anticomunista e guerrafondaia, il rischio che lo scontro tra socialismo e imperialismo sfociasse in una terza guerra mondiale nucleare (minacciata apertamente dagli USA durante la guerra di Corea), si alza pericolosamente. Perciò evitare la guerra nel momento in cui l’URSS si accingeva a ricostruire il paese devastato dall’invasione hitleriana diventa per Stalin una necessità vitale e difficilmente contestabile. Ma è anche una scelta carica di implicazioni tattiche e strategiche per il movimento comunista internazionale: significava che lotta per la pace, e coesistenza pacifica dei due sistemi diventava una coppia inseparabile per una fase non breve e sottintendeva anche, in coerenza con Yalta, l’impegno dei grandi partiti comunisti dell’Occidente all’auto-contenimento tattico delle prospettive rivoluzionarie. Diversa la situazione in Asia dove i vecchi imperi coloniali, seppure vincenti contro il Giappone, sono costretti a fare i conti con movimenti di liberazione e tensioni rivoluzionarie in travolgente crescita. Ma la fluidità politica del continente asiatico è diversa da quella europea e rende impossibile omologarlo alle sfere di influenza concordate a Yalta.

 Due passaggi di segno diverso confermano che Mosca non aveva alcuna intenzione di condannare o rompere i rapporti con i partiti già impegnati nelle lotte di liberazione. Anzi. Il 31 gennaio 1950 l’intero campo socialista riconosce il governo di Ho Ci Minh in lotta contro l’occupazione francese e il 14 febbraio, pochi mesi dopo la nascita della Cina popolare, Stalin e Mao firmano a Mosca uno storico trattato di alleanza e di amicizia.

 

 

 

Da Stalin a Krusciov: dalla realpolitik al neodogmatismo tardo sovietico

 

Scomparso Stalin, il suo successore, Krusciov, dopo la nota e grossolana condanna dello stalinismo, inizia anche a prendere le distanze dalle lotte di liberazione nazionale e, senza una rigorosa analisi storico-teorica, rimette in discussione la validità della nozione leninista di guerra giusta e quella di lotta rivoluzionaria per il potere. Secondo il nuovo leader del Cremlino le armi nucleari e la propensione imperialista ad usarle non consentono deroga alcuna alla linea della coesistenza pacifica e i tempi sono ormai maturi perché il movimento operaio possa accedere al potere per via democratica e parlamentare.

 Analisi un po’ forzata sul piano teorico, nel cui campo visivo rientrava l’area euro atlantica entro la quale, considerati i rapporti di forza in Europa tra i due sistemi, non poteva che essere sostanzialmente e ragionevolmente assunta dalle prospettive di fase del PCI tracciate nella famosa “via italiana al socialismo”, sancita dall’8° congresso. La linea di Krusciov diventa più tardi funzionale alla svolta moderata del PCI, tenacemente perseguita dai cosiddetti “rinnovatori” (destra interna), con a capo Giorgio Amendola, che alla fine degli anni cinquanta sconfiggono e rimuovono dai gruppi dirigenti nazionali e provinciali la vecchia guardia operaia e resistenziale rappresentata da Secchia, Roasio, Colombi, Pellegrini e molti altri. (L’accusa di settarismo loro rivolta è palesemente strumentale. Si tratta di quadri di grande statura che hanno saputo gestire splendidamente nei CLN, durante la Resistenza uno dei passaggi tra i più unitari della storia italiana in perfetta sintonia con la “svolta di Salerno”. La loro emarginazione fa saltare l’equilibrio dell’accoppiata gramsciana rivoluzione/riforme sapientemente elaborata nelle Tesi dell’8° congresso. La priorità dei “rinnovatori” sposta sempre più l’asse del partito dalle grandi lotte operaie e contadine a quello della via parlamentare ed elettorale).

 L’allineamento richiesto da Mosca era invece improponibile nella sua rigida dimensione universale in quanto lasciava pochi margini di autonomia ai partiti impegnati nelle lotte di liberazione nei paesi coloniali e semicoloniali, in fase di crescita esponenziale, a prescindere dal loro carattere nazional-borghese o rivoluzionario. Il che non mancò di creare, negli anni successivi – oltre alla nefasta rottura con la Cina - contraddizioni non piccole con molti partiti e movimenti in Africa, America Latina, Medio Oriente e Asia sud orientale, ossia circa un terzo delle terre emerse del pianeta ancora occupate direttamente, o dominate tramite quisling indigeni, dalle vecchie potenze coloniali. Paesi e popoli ancora tenuti in uno stato di totale dipendenza economica, rapinati delle loro risorse, costretti al lavoro in condizioni di schiavitù, governati ferocemente con l’uso dei plotoni, delle forche e della ghigliottina. Qualcosa di molto simile al regime di occupazione nazista in Europa e a quello giapponese in Asia da poco sconfitti in nome della libertà e della democrazia. Contraddizioni che prima o poi sarebbero esplose in modo dirompente, per soggettiva volontà dei “dannati della terra”.

 

 

 

Si intensifica la lotta contro la dominazione coloniale

 

Alla decisione di alcuni movimenti di liberazione di rompere gli indugi e spingersi oltre, ignorando i suggerimenti del Cremlino, ha sicuramente concorso il giudizio espresso da Mao dopo l’esito vittorioso della rivoluzione cinese nel 1949. Ben prima della successiva e discutibile affermazione (o forse interpretata in senso tattico, anziché strategico) che l’imperialismo fosse “una tigre di carta”, il leader cinese aveva tratteggiato con lucido raziocinio lo stato reale dei rapporti di forza su scala mondiale che, malgrado Yalta, avevano permesso la nascita della Cina Popolare nel 1949. “Se l’Unione Sovietica non fosse esistita, se non ci fosse stata la vittoria sul fascismo nella seconda guerra mondiale, se l’imperialismo giapponese non fosse stato sconfitto, se non fossero sorte le democrazie popolari, se le nazioni oppresse dell’Oriente non fossero insorte, e se non ci fosse stata la lotta tra le masse di popolo e i dirigenti reazionari degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia, dell’Italia, del Giappone e di altri paesi capitalisti, se tutti questi fattori non si fossero combinati, le forze reazionarie internazionali che si gettavano su di noi sarebbero state incomparabilmente più forti di quello che non siano ora. Avremmo potuto vincere in tali circostanze? Evidentemente no”. (AA. VV., Storia della Cina contemporanea, 1956, Editori riuniti, pag. 485).

 Le iniziative autonome dei movimenti di liberazione vengono seguite con preoccupazione e scetticismo da alcuni grandi partiti come il PCI e il PCF.

 Un primo segnale un po’ criptato di questa insofferenza lo avvertii durante un significativo episodio. Il 7 maggio 1954 era in corso al cinema Anteo di Milano una grande assemblea di comunisti della federazione. Al tavolo della presidenza sedeva il compagno Togliatti. Mentre stato svolgendo il mio intervento alla tribuna a nome della FGCI, un giovane compagno che lavorava all’Unità mi mette in mano un dispaccio della France Press che annunciava la resa della guarnigione francese di Diem Bien Phu ai guerriglieri del Viet Minh guidati da Giap. Un boato di applausi accolse quell’annuncio. Tutti i compagni in piedi manifestano il loro entusiasmo per questa vittoria percepita come l’inizio delle fine di un’epoca, quella dei vecchi imperi coloniali. Notai che Togliatti mi osservava pressoché impassibile, con l’aria di chi vuol farti capire che tutto quell’entusiasmo era forse un po’ esagerato con il mondo sospeso sull’orlo di un conflitto nucleare. Ma i margini di autonomia politica di cui godevamo noi giovani della FGCI, rispetto al partito, ci permisero di discutere liberamente del tema. Poi leggendo le parole di Giap a commento della vittoria di Diam Bien Phu convenimmo che il Vietnam stava aprendo nuove prospettive ai movimenti di liberazione.

“Il nostro popolo e il nostro esercito hanno vinto un nemico molto potente grazie alla loro ferma determinazione di combattere e vincere per l’indipendenza nazionale, per la pace e il socialismo... Abbiamo un partito marxista-leninista con a capo il presidente Ho Ci Minh che ha saputo applicare in modo magistrale una linea politica e militare giusta... Gli imperialisti non possono più fare il bello e il cattivo tempo... La guerra di popolo condotta da un esercito popolare può, a giusto titolo, essere considerata come una conquista decisiva più importante di qualsiasi arma, per i paesi d’Asia, d’Africa e dell’America Latina... Sono certo che nella nostra epoca nessun esercito imperialista, anche il più potente, nessun generale imperialista, anche il più esperto, può vincere un popolo, seppure debole e piccolo che sappia ergersi risolutamente e lottare unito sulla base di una giusta linea politica e militare. Non bisogna lasciarsi impressionare dalla comparsa di armi moderne; è il valore degli uomini che in definitiva decide della vittoria”. (Nguyen Khak Vien, Il Vietnam contemporaneo, 1981, editrice Aurora, pag. 82).

 L’episodio fece nascere qualche dubbio che i temi dell’antimperialismo e dell’internazionalismo stessero subendo qualche forzata interpretazione dai due principali partiti europei, PCI e PCF, i più vincolati dalle scelte strategiche decise da Krusciov. La vittoria di Diem Bien Phu dimostrava infatti che anche paesi molto piccoli e più arretrati della neonata Cina Popolare potevano sfidare le grandi potenze imperiali in nome dei loro diritti all’indipendenza.

 

 

 

Vietnam, Algeria, Cuba: i movimenti di liberazione dilagano

 

Dal Vietnam il contagio si propaga e incoraggia altri movimenti a seguire la stessa strada. Algeria e Cuba a seguire, ma poi altri paesi e nomi di leader praticamente sconosciuti cominciano ad emergere. Per il mondo coloniale si profila un decennio di ferro e di fuoco. Allo scontro di classe principale, concepito come lotta tra capitale e proletariato industriale nelle metropoli euroamericane, si aggiungono grandi movimenti di liberazione nazionale e rivoluzioni tipicamente contadine. Le motivazioni che alimentano queste ultime diventano sempre più ampie e complesse e dimostrano quanto profonde siano le diversità e le ispirazioni ideali e quanto queste abbiano pesato sui percorsi e le scelte compiute dai lunghi e sanguinosi processi di liberazione di ciascun paese. Africa australe e occidentale, Golfo di Guinea e Capo Verde, Magreb. In America Latina, sulla scia di Cuba, si formano un po’ ovunque movimenti di guerriglia. In Asia l’Indonesia conquista l’indipendenza e Sukarno, sostenuto da un forte partito comunista apre alla Cina Popolare. I vecchi imperi coloniali si stanno sgretolando ovunque sotto i colpi di movimenti con ispirazioni ideali e politiche diverse: marxismo, nazionalismo, antirazzismo, utopie socialiste ispirate dal Corano. Motivazioni difficili da capire fuori dal loro contesto nazionale, ma che hanno concorso a mettere in moto su basi antimperialiste enormi masse di popolo in cerca di liberazione. E che all’inizio hanno creato problemi ed esitazioni anche all’interno del movimento comunista.

 Problemi percepiti partecipando a Parigi, nei primi anni 50’, al congresso della Jeunesse Républicaine (FGCI francese) in sostituzione di Enrico Berlinguer al quale era stato ritirato il passaporto. Dialogando per un paio di notti col mio compagno di camera, segretario della gioventù comunista della federazione di Algeri, cominciai a capire le difficoltà per un comunista algerino che per nazionalità era considerato francese a pieno titolo ma che per nascita, tradizioni e cultura era figlio di un paese coloniale annesso con la forza da Parigi un secolo prima. Mi parve difficile in quelle condizioni starsene a guardare e non lasciarsi coinvolgere da un movimento, l’FLNA, connotato da una chiara identità anticoloniale e antimperialista e con un enorme sostegno popolare. Era peraltro un chiaro segnale che, dopo l’Indocina, l’impero francese stava entrando nella sua fase terminale.

 

 

 

PCF: le indecisioni del gruppo dirigente e l’eroismo della base comunista

 

Paradossalmente, l’esplodere, nel 1956, della “battaglia di Algeri”, anziché trovare in prima fila i comunisti crea una spaccatura inaspettata nella sinistra francese: a sostegno dell’FLN si schiera la sinistra “indipendente” con denunce documentate contro il colonialismo vecchio stampo che sta massacrando il popolo algerino, compiendo veri e propri crimini di guerra, e come la tortura sia diventata normale pratica dei parà di Massù. Numerose iniziative vengono prese in Francia a sostegno del popolo algerino nonostante l’atteggiamento prudenziale e distaccato del PCF e quello apertamente ostile del PSF. In prima fila contro la guerra d’Algeria si schierano i cristiani progressisti di “Témoignage Chrétien” e “L’Esprit”, intellettuali vicini a riviste come “Temps Modernes”, “France Observateur” nonché editori coraggiosi come François Maspero. (Guy De Bosschère, Storia della decolonizzazione II, 1969, Feltrinelli, pag. 248).

Beninteso, i comunisti francesi, a titolo individuale, saranno come sempre i militanti più impegnati e quelli che daranno prova di maggiore eroismo contro la guerra coloniale, ma dovranno disobbedire alle decisioni del loro comitato centrale, rischiando anche l’espulsione dal partito. Anziché indicare come esempio l’eroico comportamento di Henry Martin, il giovane marinaio comunista finito sotto corte marziale per avere disertato l’imbarco su una nave da guerra destinata in Vietnam, il PCF raccomanderà invece agli iscritti di partecipare alla guerra coloniale invocando (in un contesto chiaramente diverso) i suggerimenti di Lenin durante la prima guerra mondiale imperialista. Pochi giorni prima del XV congresso, Maurice Thorez, leader del PCF, dichiarerà alla Conferenza federale di Parigi: “il soldato comunista parte per qualunque guerra, anche per una guerra reazionaria, per continuarvi la lotta contro la guerra. Egli opera là dove si trova”, (v. Guy De Bosschère, cit.), omettendo però che tra i suggerimenti di Lenin vi era anche quello di “fraternizzare col nemico”. Fu a seguito di questa discutibile decisione che il prezzo più atroce della guerra d’Algeria fu pagato dai militanti europei del partito comunista algerino la cui azione clandestina a fianco del FLN fu sconfessata dal PCF. Maurice Audin morirà in seguito alle torture e Henri Alleg sfuggirà per miracolo alla stessa sorte impiegando mesi per ristabilirsi dalle torture dei parà francesi. (Sarà soprattutto la rete di Francis Jeanson, autore del volumetto di denuncia “La guerre d’Algérie”, ad assumere in Francia la leadership politica più unificante di tutte le iniziative a sostegno dell’indipendenza algerina. Rete sostenuta in Italia da Giangiacomo Feltrinelli, che svolse, nonostante l’ostilità del PCI, un grande lavoro di sostegno attraverso la raccolta di fondi, l’assistenza ai militanti rifugiati all’estero, l’aiuto ai disertori dell’Armée, la pubblicazione di libri e materiali proibiti in Francia. Insomma, il movimento di solidarietà fu tale che alla fine vennero spazzate via le troppe ambiguità il che permise al PCF il pieno ricupero del suo potenziale antimperialista).

 

 

 

Le aggressioni e i crimini dell’imperialismo USA nel mondo

 

Benché la “coesistenza pacifica” continui ad essere, coerentemente e responsabilmente, la pietra angolare della politica estera sovietica e del movimento comunista e benché la guerra tra i due sistemi continui a chiamarsi fredda, gli Stati Uniti non esitano, dagli anni 50’ in poi, a intervenire militarmente, o indirettamente, con colpi di stato e appoggi diretti a potenze imperialiste europee alleate della Nato, per schiacciare regimi democratici e movimenti di liberazione, compiendo veri e propri genocidi, non solo di comunisti ma di intere popolazioni : Filippine, Malesia, Birmania, Guatemala, Indonesia, Libano, Salvador, Congo Belga, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Rhodesia, Sudafrica… L’elenco è ovviamente incompleto ma la somma delle vittime – milioni di morti – massacrate dalle armi imperialiste, fasciste e golpiste, negli anni della cosiddetta “guerra fredda”, è agghiacciante.

 

 

 

Le guerre di popolo dilagano, primi segnali critici del PCI verso l’URSS

 

Pur continuando a manifestare qualche perplessità di fronte a questi eventi imprevisti il gruppo dirigente del PCI non tarda a coglierne il significato dirompente soprattutto grazie al peso crescente nella politica mondiale assunto dal nuovo soggetto nato alla Conferenza di Bandung nel 1955, “i paesi non allineati”, di cui la Cina è uno dei grandi soci fondatori. Benché convinto della mancanza di alternative alla politica di “coesistenza pacifica”, risulta ormai chiaro che lo schema troppo rigido del bipolarismo USA-URSS non è più compatibile con le nuove dinamiche della politica mondiale. Ce n’é abbastanza, per un leader della statura di Togliatti, per rimettere in discussione, con tutte le cautele del caso, l’ordinamento gerarchico del movimento comunista. I primi segnali di un dissenso con l’URSS compaiono già nel giudizio espresso sulla situazione internazionale del comitato centrale del PCI convocato dopo la conclusione del 22° congresso del PCUS del novembre 1961. La situazione non era così grave come nel 1956 ma tutti i grandi temi della pace, delle vie nazionali, dell’unità internazionale si intrecciavano in un insieme indissolubile. In quel comitato centrale, assai teso, si verifica un primo contrasto interno: Giorgio Amendola, responsabile dell’organizzazione, esprime una acritica e ottimistica esaltazione della brusca svolta kruscioviana comprendente la dura condanna e la rottura con la Cina Popolare. Togliatti invece, pur con molta prudenza e con canoniche espressioni sull’unità del movimento comunista e sul legame con l’URSS, lascia invece trasparire non pochi nuclei di una concezione nuova dell’internazionalismo. Ma siamo ancora nel 1961.

 

 

 

Il memoriale di Yalta

 

Il secondo e più coraggioso passaggio è il famoso memoriale di Yalta scritto da Togliatti nel 1964, pochi giorni prima della sua morte, nel quale, per la prima volta, propone apertamente una nozione rinnovata di internazionalismo assai diversa da quella dogmatica del gruppo dirigente sovietico: unità nella diversità. Disarmante per la sua semplicità, quel concetto esprimeva l’assoluta esigenza di ricomporre su basi nuove l’unità internazionale del movimento dentro il quale potessero coesistere senza preconcetti, differenze e divergenze, purché accompagnate da reciproche volontà unitarie e col massimo rispetto delle vie nazionali e dei modelli di sviluppo scelti da ciascun paese socialista.

 Sfortunatamente Togliatti muore negli stessi giorni, 21 agosto 1964, quando i venti di guerra imperialisti ricominciano a soffiare con furia devastante nel Sud-est asiatico.

 

 

 

La provocazione del Golfo del Tonchino

 

Tra il 2 e il 5 agosto 1964 scocca la scintilla madre delle infinite provocazioni americane: nelle acque del Golfo del Tonchino, dopo un primo scontro tra motosiluranti di Hanoi e caccia della 7° flotta americana seguono bombardamenti a tappeto dei centri costieri vietnamiti. (È una provocazione ordita dalla CIA come verrà poi riconosciuto e documentato nei minimi dettagli, anni più tardi a guerra finita durante una visita ad Hanoi, dal Segretario alla difesa USA Robert Mc Namara. Con tante scuse, ovviamente, bonariamente accettate dal suo ex nemico, generale Giap.). È l’inizio di una guerra totale e devastante che ha fatto diventare il Vietnam per tanti anni l’epicentro della politica mondiale. È anche il momento in cui i veri nodi che affliggono il movimento comunista sui temi della politica estera vengono al pettine.

 La ferma risposta militare del Vietnam all’aggressione USA non è stata presa ovviamente a cuor leggero. Ho Ci Minh è pienamente cosciente dei rischi di una simile sfida e della forzatura che compie in deroga alla linea della “coesistenza pacifica” praticata senza se e senza ma dal Cremlino. Ma la sua scelta non è una puntata alla roulette, bensì frutto di una rigorosa analisi del potenziale vietnamita in una “guerra di popolo”, nonché del sostegno, della solidarietà, e delle alleanze possibili se proiettata con intelligenza politica nella sua dimensione internazionale. Il primo capolavoro politico di Ho Ci Minh è quello di riuscire con una politica di rigorosa equidistanza dai due giganti del comunismo mondiale, URSS e Cina, (all’epoca in aspro conflitto tra di loro), ad ottenere il sostegno politico e militare di entrambi in una guerra di liberazione che inizialmente nessuno dei due caldeggiava. Senza di che il Vietnam non avrebbe mai potuto vincere un confronto militare così sproporzionato.

 

 

 

Il Vietnam trasmette forza e speranza alle forze antimperialiste del mondo

 

Benché membro a pieno titolo del movimento comunista internazionale e pur avendo sottoscritto e condiviso nei vari incontri documenti comuni, il PCV non rinuncia alle proprie autonome decisioni motivate e presentate come assolutamente compatibili con le scelte globali del movimento. “Unità nella diversità”, appunto.

 È forse superfluo notarlo ma la strategia elaborata dai comunisti vietnamiti in piena autonomia è stata elaborata con lo stesso metodo marxista leninista utilizzato dal PCI all’8° congresso, quello della “via italiana al socialismo”, ossia tracciando un percorso e dando risposte coerenti alle peculiarità politiche e sociali del proprio paese. Difficile per il Vietnam, rimasto per oltre un secolo sotto la dominazione coloniale e dopo avere subìto aggressioni devastanti da quattro delle più grandi potenze imperialiste della storia, Francia, Giappone, Gran Bretagna, Stati Uniti, pensare a transizioni “non violente” e “pacifiche” simili a quelle praticate nelle cosiddette democrazie euro atlantiche. Tant’è che anche URSS e Cina, superate le contrarietà iniziali, si schierano a fianco del Vietnam garantendogli il sostegno militare e logistico.

 

 

 

Il PCI insiste: prima la pace poi l’indipendenza

 

Il Vietnam è stato lo spartiacque che ha finito per separare il PCI dalla nozione madre di internazionalismo. Ne ho avuta percezione, nel 1969, all’epoca del 12° congresso del PCI. Erano trascorsi 5 anni dalla provocazione del Golfo del Tonchino. Il Vietnam stava subendo la più devastante delle aggressioni imperialiste e il PCI (sebbene con qualche discutibile distinguo) non si è mai sottratto alle grandi manifestazioni a sostegno del Vietnam. Del tutto ovvio che il documento di quel congresso esprimesse, in forma del tutto ineccepibile, la piena solidarietà con il popolo aggredito e la condanna dell’imperialismo aggressore. Tuttavia, nelle conclusioni del paragrafo dedicato al Vietnam era presente una evidente alterazione rispetto alle priorità scelte da Hanoi: si auspicava, nell’ordine, una immediata conclusione della pace, poi la libertà e, infine, l’indipendenza del paese. Proposi al congresso della mia sezione, la Sergio Bassi, un emendamento, che senza cambiare la sostanza di quei tre punti – pace, libertà e indipendenza – ne invertisse l’ordine rispettando le priorità decise dai comunisti vietnamiti, che al primo posto mettevano l’indipendenza, ossia la cacciata degli americani dal paese, poi la pace e poi la libertà. Il dirigente del partito che presiedeva quel congresso si oppose e io fui ovviamente battuto. Ma i comunisti vietnamiti (che avevano persino ignorato qualche anno prima i moderati “consigli” di Mosca) non diedero molto peso a quello che stava scritto in quel documento e continuarono per la loro strada. I risultati li conosciamo. Quarant’anni dopo ci ritroviamo con una fortissima tigre asiatica in piena crescita economica governata dai comunisti, il Vietnam, e, purtroppo, con un partito comunista in meno, quello italiano, sciolto 20 anni fa alla Bolognina.

 

 

 

La deriva a destra e le scelte eurocentriche del PCI

 

Negli anni 70’ e 80’, dopo la nomina a segretario del PCI di Enrico Berlinguer e con la sezione esteri del partito guidata da Giorgio Napolitano, la politica estera del partito punta decisamente la prua verso l’uscita dalla nozione leninista di internazionalismo. Si dissolve la speranza che il suggerimento di Togliatti a Yalta – unità nella diversità – potesse diventare la base di un rinnovamento profondo del movimento internazionale, per una sua ricomposizione che sanzionasse la fuoriuscita a sinistra dal revisionismo kruscioviano, anziché a destra come in realtà avvenne.

 Benché Berlinguer, leader di grande esperienza internazionale e di innegabile spessore culturale, abbia continuato fino alla sua morte ad esprimere posizioni critiche verso l’URSS, in parte fondate, non è difficile osservare come queste critiche si andavano collocando dentro una visione strategica sempre più eurocentrica che, escludendo ormai la prospettiva di una rivoluzione socialista in occidente, puntava ad aprire un processo di ricomposizione, su basi interclassiste, tra le due storiche esperienze del movimento operaio europeo: quella comunista e quella socialdemocratica. La crescente sfiducia nel modello sovietico, che mostrava i segni preoccupanti della stagnazione economica e della sclerosi politica e ideologica, aveva aperto la strada alla convinzione che le conquiste sociali acquisite, costate lacrime e sangue al movimento operaio, rendessero il riformismo e non più la rivoluzione la sola strada praticabile in occidente, complice un capitalismo “moderno e illuminato” che, superata la mentalità manchesteriana, sembrava (?) diventato sensibile alle politiche redistributive keynesiane.

 

 

 

Dall’adesione alla Nato allo scioglimento del PCI

 

I passaggi della deriva a destra in politica estera sono rimasti a lungo impercettibili, negli anni ‘70, coperti da un filo-sovietismo sempre più degradato a funzioni strumentali. Hanno assunto maggiore visibilità nei primi anni ‘80: aperta e chiusa senza esiti la breve stagione dell’eurocomunismo, ecco arrivare “l’esaurimento della spinta propulsiva” e lo strappo dall’URSS, poi la politica di equidistanza USA-URSS e infine il riconoscimento del ruolo della Nato. Il tutto accompagnato da incontri sempre più significativi con Mitterand, Willy Brandt, Andrea Papandreu, Olof Palme, Felipe Gonzáles.

I risultati finali di quella deriva a destra sono stati devastanti per tutta la sinistra. Inclusa quella socialdemocratica che vent’anni fa ha esultato per la scomparsa del comunismo, sperando di incassarne la cospicua eredità di voti e di consensi.

A parte l’Italia dove la parola socialdemocrazia è stata rapidamente archiviata, oltre che dai socialisti anche dagli ex comunisti, non è che oggi i partiti socialdemocratici se la passino molto bene in quelle che erano le loro roccaforti europee: in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Scandinavia. Credevano di fare l’en plein seppellendo il comunismo e invece il neoliberismo e l’imperialismo sono tornati nelle loro forme più selvagge, ottocentesche. Cosicché da risultare estinti anche i modelli riformisti della cosiddetta “terza via” che hanno tanto affascinato Enrico Berlinguer e l’eurocomunismo.

 

 

 

Conclusioni

 

Ho scritto queste note dolenti sulla storia del PCI con molta sofferenza e non tanto per andare a frugare tra le macerie della storia, quanto per vedere se da quel disastroso risultato della Bolognina e dai fallimenti successivi del PRC si possono trarre lezioni che lascino intravedere i segni della possibile ricostruzione di un partito comunista anche in questa parte del mondo.

 Pur essendo reduce da molte sconfitte, continuo ad essere ottimista. Se si alza lo sguardo e si osserva quello che sta succedendo nel mondo, in Asia, in Africa, in America latina, cioè alla dimensione internazionale che il comunismo presenta oggi, vent’anni dopo la caduta del Muro, direi le cose non vanno poi tanto male. Il potenziale economico che esprime nella sua versione cinese, vietnamita, cubana, la sua capacità di uscire addirittura rafforzato, dove sta al potere, dalla disastrosa crisi economica del capitalismo, i suoi modelli di sviluppo, sono la forza propulsiva che ispira i paesi in via di sviluppo e quelli del terzo mondo. Un comunismo, anche questo va ricordato, che si colloca in continuità critica e senza rotture con tutta la storia del 20° secolo. Vent’anni dopo la sua morte presunta sono ancora i partiti comunisti che stanno cambiando i rapporti di forza e le gerarchie geopolitiche del pianeta. Chi l’avrebbe mai detto? Possiamo avere anche noi qualche speranza? Tutto lascia supporre di sì. Vale comunque la pena di riprovarci.