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Il 15 dicembre del 1981 Berlinguer afferma in televisione, a Tribuna Politica, che “Si è esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. Lo dichiara in seguito agli avvenimenti in Polonia, dove il generale Wojciech Witold Jaruzelski – nel tentativo di arrestare i gravi moti antisocialisti appoggiati dall’occidente capitalistico e da Papa Woytila e capeggiati dal leader di Solidarność, Lech Wałęsa, che avrebbe nei decenni successivi chiaramente mostrato la propria natura politica liberista, filoimperialista e reazionaria – è posto a capo dello Stato polacco. Il tempo avrebbe dimostrato come l’affermazione di Berlinguer sulla fine della forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre (alla stregua dell’affermazione sulla fine della forza propulsiva della Comune di Parigi che negli ultimissimi anni dell’800 aveva utilizzato la Socialdemocrazia Tedesca per passare, da posizioni ancora di classe e rivoluzionarie, a quelle di socialdemocrazia moderata) poteva essere funzionale, un cavallo di Troia, per far passare il PCI da partito ancora comunista a forza interna al sistema liberal-borghese.

In questo articolo di Enzo Santarelli (1922-2004), uno dei più grandi storici italiani del secondo dopoguerra, pubblicato sul n.° 11 di Interstampa nel novembre 1982, si prende in esame proprio la famosa affermazione di Berlinguer sull’Ottobre.

Nella ricorrenza del 7 novembre

65 anni, due terzi di secolo:

sulla Rivoluzione sovietica

Si è esaurita la forza propulsiva dell'Ottobre?

Una questione mal posta in un momento di alta emotività collettiva.

Il problema di fondo, oggi come ieri, è di portarsi all'altezza di Marx e di Lenin

di Enzo Santarelli

Interstampa, novembre 1982

 

Per quanto possa apparire paradossale, vorrei cominciare dicendo che la straordinaria affluenza di un milione di compagni attorno alle bandiere del Partito Comunista Italiano e dell'Unità è anch'essa una riprova che la forza propulsiva della rivoluzione di Ottobre non è affatto “esaurita”. Anno più anno meno, i due terzi di secolo dall'Ottobre, i tempi lunghi e intensi, drammatici e costruttivi del PCI e dello stato sovietico sono ugualmente nostri: anni duri e difficili di lotte e di speranze, per i popoli dell'URSS come per i militanti e le masse popolari di un paese come l'Italia, che ha vissuto per venti anni sotto il fascismo e rimasto, dal 1945, di qua dalla “cortina di ferro” e costretto ancora oggi a misurarsi con la crisi economica capitalistica e con l'aggressività, tutt'altro che esaurita, dell'imperialismo. Certo, bisogna fare le necessarie distinzioni e sarebbe sbagliato identificarsi immediatamente e in tutto con l'Ottobre e con l'URSS: perciò sembra tanto più necessario pervenire a un metodo che non confonda l'analisi storica con l'ideologia e la tattica politica più immediata. Si deve aggiungere, in via del tutto preliminare, che certe formule di rigetto o di distacco sono venute avanti in ore e giorni di inquietudine e di alta emotività collettiva. Un giornalista come Paolo Pansa se ne è potuto avvalere per scrivere un libro, pure perspicace, a cui ha potuto agevolmente attribuire il titolo “Addio ottobre” e Giancarlo Pajetta si è sacrificato per testimoniarci le crisi che ha vissuto: Budapest, Praga, Varsavia. Due titoli senza dubbio felici.

La questione dell'esaurimento della cosiddetta spinta propulsiva dell'Ottobre è senza dubbio mal posta. Non sta in piedi da nessun punto di vista, neppure nelle sue più articolate formulazioni e si colloca in bilico sul poco seducente spartiacque tra storia e politica. Eppure per quanto priva di argomenti (pro e contro) le parvenze sono quelle di un dibattito “teorico” in qualche modo fondato sul solido terreno della storia. Per legittimare e ulteriormente accreditare (così sembra) una particolare linea politica. Se non ci trovassimo in Italia, dunque, a nessuno passerebbe per la testa di intavolare davanti alle masse, in uno studio televisivo o in una fabbrica o in un'aula universitaria una discussione di tal fatta. La rivoluzione d'Ottobre, in effetti, rinvia alla prima rivoluzione russa e alla rivoluzione di febbraio. In un ultimo stadio ha influenzato il movimento operaio dei paesi capitalistici, tant'è che ne è nata l'internazionale comunista e che i partiti comunisti, per quanto il più delle volte perseguitati e minoritari, sono ben vivi, anche oggi, in ogni parte del mondo. Ma in primo luogo, deve aggiungersi, l'Ottobre è nato dalle viscere dell'Europa, dalle sue più alte manifestazioni intellettuali e dalle sue più profonde contraddizioni sociali, è insorto spezzando il quadro del primo conflitto imperialistico, è stato una grande e originale rivoluzione nazionale, da cui è sorta una società civiltà socialista.

 

 

 

Anticomunismo e antisovietismo

 

Dopo l'Ottobre il vecchio anticomunismo (uno “spettro si aggira per l'Europa”) si è fuso con quell'antisovietismo che probabilmente sopravvivrà fino a che sopravvivrà l'Unione Sovietica. Per molti lustri e decenni l'anticomunismo ha tentato di “isolare” il paese dei Soviet (gli Stati Uniti non l'hanno “riconosciuto” fino al 1934!) e anche di abbatterlo, con la forza dei movimenti e degli stati fascisti coalizzati. Di “crollo russo” e di “catastrofe” del sistema sovietico, dei suoi programmi e dei suoi piani si è parlato molto, negli anni venti e trenta, fino a che, dopo la crisi economica del 1929, non si è passati all'azione. L'antisovietismo ha poi assunto perfino una forma utopistica, rubando qualcosa alla più antica tradizione socialistica, fino a che, anni or sono, qualcuno non ha pronosticato (con un debole punto di domanda) la fine per esaurimento dell'Unione Sovietica, precisamente nel prossimo 1984. Per la Cina e per Cuba, due paesi tuttora in lotta per la propria identità rivoluzionaria, nel secondo dopoguerra, è stata pressappoco la stessa cosa: a Pechino si è sottratto per oltre un ventennio il seggio alle Nazioni Unite e l'Avana, dall'inizio degli anni sessanta, vive nell'ostracismo di quasi tutto l'emisfero occidentale e nel più prolungato embargo di tutti i tempi, tenuto caparbiamente in piedi da tutte le amministrazioni degli Stati Uniti sia democratiche che repubblicane. Negli ultimi anni, infine, l'intreccio di antisovietismo e anticomunismo è divenuto più forte e raffinato sotto l'impulso di una nuova crisi economica del sistema capitalistico. Diplomazia e propaganda di massa si sono date la mano per montare una macchina di indubbia efficacia: della guerra psicologica che ne è derivata, ne sa qualcosa anche il popolo italiano. La digressione vuol soltanto richiamare alcuni tratti “non ideologici” del nostro tempo. Del resto sono cose ben note – come si accennava più sopra – a milioni di lavoratori. Se ci si mettesse intorno ad un tavolo anche oggi – come al tempo di Togliatti – si potrebbe redigere un buon “quaderno” per studiare i più vari, più aggiornati e inediti aspetti dell'antisovietismo, nel loro intreccio costante con l'anticomunismo delle classi dominanti. Le borghesie nazionali, le reti delle multinazionali debbono pur sopravvivere! La sola presenza dell'anticomunismo/antisovietismo, così come pervade tanta parte dei mass media e della stessa opinione pubblica, non è altro che una riprova della vitalità del movimento comunista internazionale, dell'Unione Sovietica e della comunità dei paesi socialisti. I frutti dell'Ottobre, dunque, sono ancor vivi e vegeti.

 

 

 

Unità dei comunisti di tutto il mondo

 

Il capitalismo ha alle sue spalle un percorso secolare, i partiti comunisti e l'Unione Sovietica appena due terzi di secolo. Prendiamo per divisa il motto che Gramsci aveva fatto proprio: pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà. Applichiamolo alla vicenda dei partiti comunisti, compreso il Partito Comunista Italiano, e alle vicissitudini dello Stato sovietico: da un lato non si è giunti al potere, dall'altro non si è toccata l'“utopia”. Ma le radici sono profonde, e affondano su un terreno comune; la divisa dell'unità – unità del movimento operaio internazionale e unità dei comunisti di tutto il mondo – può ancora essere la nostra e illuminarci. Nel memoriale di Jalta si seguiva il metodo della necessaria cautela nei rapporti fra partiti fratelli e, pur nell'accento critico, si perseguiva l'obiettivo dell'unione e dell'incontro al di sopra di ogni pur serio e drammatico contrasto – come era allora, nel caso specifico, il dissidio russo-cinese. La parola d'ordine di Marx e della Prima Internazionale – Lavoratori di tutto il mondo unitevi! – è tutta politica, ed è tuttora valida e attuale. Alla rivoluzione d'Ottobre, dunque, non si può riserbare il trattamento del “caro estinto”. In primo luogo, lo si è già detto, perché il suo frutto principale ed essenziale è una realtà sociale e politica davanti ai nostri occhi. In secondo luogo, perché continua ad essere un punto di riferimento per i rivoluzionari di tutto il mondo capitalistico, sia nei paesi ad alto sviluppo industriale oggi rosi dalla crisi e tentati, non solo negli Stati Uniti, dalla via d'uscita della guerra, sia nei paesi del sottosviluppo, sempre subordinati alla legge del più forte. Non c'è stata dopo il 1917, rivoluzione che in diverse forme non abbia usufruito dell'esperienza ideale e della solidarietà del primo Stato socialista del mondo. Ogni svolgimento sociale e nazionale di questo rilievo, dopo l'esperienza sovietica, non prima, si è ispirato al socialismo e il più delle volte, al momento opportuno, ha ricevuto dall'URSS una solidarietà decisiva, diretta o indiretta, tanto più evidente nelle frasi di aperto scontro e di violenta reazione sul fronte imperialistico.

 

 

 

L'articolazione delle realtà socialiste

 

Non è men vero, peraltro, che nel caso della Jugoslavia, della Cina, in parte anche di Cuba, man mano che le forze rivoluzionarie venivano crescendo, vi sono stati momenti o cicli più o meno prolungati di aspro dissenso o contrasto. Il che riconferma soltanto che la trasformazione più o meno radicale delle strutture può partire soltanto dal basso, nell'autonomo travaglio dei singoli popoli, seguendo precise ma non prestabilite vie nazionali. In questa fase della storia del socialismo e del movimento comunista internazionale si è fondata una scacchiera stratificata di Stati e società socialiste, che potrebbero dirsi della prima e della seconda e forse terza generazione. In questo processo (che si è cercato qui di rappresentare tanto rapidamente) sembra però opportuno, anzi necessario individuare con chiarezza ciò che è essenziale e ciò che non lo è. In pari tempo si tratta di riconoscere l'ampiezza e le articolazioni delle realtà socialiste, che si sono prodotte e riprodotte, anche fuori della continuità territoriale con l'URSS, specialmente nel cosiddetto Terzo mondo, come risultato di movimenti di liberazione nazionale e sociale che nel secondo dopoguerra si sono ovunque andati estendendo, non senza sintomatici incontri ideali e di fatto con la formazione economico-sociale sorta, appunto dall'Ottobre. Si potrà anche affermare, ma non dimostrare, che l'era delle rivoluzioni socialiste è finita. Vi è tutta una scuola di pensiero, essenzialmente conservatrice, restauratrice, talora francamente reazionaria, che tende a negare l'utilità e la razionalità delle rivoluzioni. La matrice e le ascendenze di questa scuola, che si è illustrata già al tempo della rivoluzione francese, in origine non mancano certo di una loro dignità. Anche di qui è derivata una recente, ingegnosa critica del giacobinismo, del bolscevismo, dei nazionalismi rivoluzionari. Ma tutto ciò non toglie nulla allo spessore, all'ampiezza, alla persistenza, alla non-causalità del fenomeno rivoluzionario nelle società moderne e contemporanee. Al limite si può ipotizzare che il pensiero antirivoluzionario penetri e animi una parte di quel movimento che ingenuamente si ritiene dovrebbe mantenersi sempre fedele a certi suoi connotati ideali e di classe: e invece può accadere, in società complesse e qualche volta tendenzialmente statiche come le nostre e ben controllate dai congegni del potere e dell'informazione, che le inclinazioni conservatrici prevalgano per più ragioni sulle prospettive e finalità rivoluzionarie: questo è stato ed è tuttora il dramma delle grandi (per basi di massa) e per altri versi modeste socialdemocrazie europee e anglosassoni, oggi abbastanza fedelmente alleate e connesse ai potenti dell'Occidente nel campo delle idee degli interessi.

 

 

 

Le “mode” neoliberiste e socialdemocratiche

 

Come si vede il discorso ci porta alquanto lontano ma è necessario dargli ampiezza e porgerlo nei suoi termini essenziali in questa sede per comprendere meglio come negli ultimi anni il neo-liberismo e la socialdemocrazia abbiamo avuto fortuna e siamo divenuti una moda più o meno perniciosa, ma in fondo superficiale e strumentale, in Europa e in casa nostra. Vi hanno contribuito, certo, molti e concomitanti elementi, la presenza di una situazione non rivoluzionaria in primo luogo (ma oggi si dovrà guardare meglio al nesso crisi economica-decomposizione sociale e politica-rischio di guerra, ecc.); il venir meno del dinamismo attivo negli anni scorsi dominante la scena mondiale con incisive risonanze fra i lavoratori e i giovani dell'occidente) tra URSS-CINA-CUBA e movimenti di liberazione dell'Algeria, dell'Egitto, del Vietnam, delle colonie portoghesi ecc...; il potente, estremo, sofisticato interesse delle classi e dei gruppi dominanti del sistema imperialistico mondiale (e delle sue filiali) alla de-ideologizzazione delle masse e dei partiti di classe, dopo la grande paura del sessantotto. In Italia alla lunga ha anche influito, su un terreno più immediato, la ricerca di un punto di incontro o compromesso – non tenuto peraltro alla necessaria altezza storica della sfida – con le forze cattoliche, la divaricazione Pci-Psi, il complesso politico-psicologico sui fatti di Budapest (a cui i comunisti seppero reagire nella continuità e nel rinnovamento), di Praga e di Varsavia, che pure è un dato reale. Da tutto ciò è discesa una certa attuale, diramata e frammentaria eppure sintomatica, abbastanza generalizzata, tendenza di tanti “quadri” della società civile a volgere le spalle un po' a tutti i paesi sorti dalle grandi rivoluzioni di questo secolo e incamminati più o meno “bene” sulla via, anzi sulle vie del socialismo. E il primato non poteva toccare al primo e ancora al più importante, discusso e osteggiato (nel senso più proprio della parola) di questa catena di paesi dalle giunture così difficili. Per una decina di anni si sono studiate, fuori campo, le cosiddette società e istituzioni del socialismo reale, quasi al microscopio, su fonti per lo più anglosassoni (America) con l'ottica prevalente occidentale, ignorando o sottostimando i grandi rapporti internazionali del presente, nonché la forza della continuità storica propria di formazioni economico-sociali e culturali come quelle della Russia sovietica, della Cina popolare o di Cuba rivoluzionaria. Per contro, almeno in modo organizzato e in qualche centro di studi legato al movimento operaio classico, non si è affrontato il problema delle forme e delle realtà dell'imperialismo, risentendo o partecipando alla svalutazione o crisi dell'analisi marxista e leninista del mondo contemporaneo. Lo stesso senso della storia, in queste mosse, ne è uscito dimezzato e deformato. Così, mentre si abbandonava un'ideologia, se ne abbracciava un'altra, talora perfino inconsapevolmente.

Perciò il compito della ricostruzione e dello sviluppo teorico del patrimonio classico di Marx e di Lenin è tanto importante e attuale; ma esso non potrà conseguire gli auspicati e auspicabili risultati se non si collegherà alla prassi, alle lotte, ai bisogni delle classi e dei popoli oppressi dal capitalismo dei nostri tempi, se non si cimenterà in analisi storiche, economiche e delle stesse grandi correnti e spinte culturali che oggi agitano il mondo. Forse il bandolo della matassa sta proprio qui, nel nesso fra teoria e prassi, fra il nostro clima e la nostra realtà d'Italia e d'Europa, e un mondo già vasto e complesso, divenuto oggi più “grande e terribile” di quanto lo avesse sentito e intuito, ai suoi tempi Antonio Gramsci.

 

 

 

Modello sovietico e crisi polacca

 

Ma c'è un'origine pratica dell'errore. L'aver confuso il cosiddetto modello sovietico con la crisi polacca. È stata la classica goccia che ha fatto traboccare l'acqua dal vaso, segno che il livello era già colmo. Nei paesi dell'Europa centro-orientale fra la Germania e le Russie, fra il Baltico, l'Adriatico e il Mar Nero nei primi anni del secondo dopoguerra si è svolta una rilevante e vasta trasformazione politica e sociale, parte dall'alto e parte dal basso. Molti di quei paesi, già nel passato segnati dall'appartenenza a comuni compagini statuali, erano e sono peraltro segnati da forti differenziazioni nazionali su una peculiare scacchiera territoriale: polacchi e ceco-slovacchi, magiari, slavi del Sud o jugoslavi, albanesi, bulgari e romeni. La Jugoslavia e l'Albania si liberarono da sole e da sole compirono la loro rivoluzione; altrove si registrò l'influenza dell'armata rossa; ma ovunque fu compiuta quella rivoluzione nazionale (le masse contadine occuparono le terre signorili dei tedeschi e degli ungheresi, slavi e albanesi si emanciparono dagli italiani), che non si era compiuta sotto i regimi autoritari e monarchici spesso semi-fascisti fra le due guerre mondiali. È la generazione paesi socialisti del 1945, a cui appartengono anche il Vietnam, la Corea, la stessa Cina. Questa data di nascita, per così dire, è importante per comprendere il nesso fra il “modello polacco” (l'espressione si trova persino in Z. K. Brzezinski, il polacco americano autore di una storia dell'URSS e delle democrazie popolari, che per un momento vorremmo prendere in parola) e il sistema sovietico.

Ma appunto si tratta di due tempi, di due cose da ogni punto di vista assai diverse. Non si può, né in un senso né nell'altro, cancellare con un solo tratto di penna, la storia e nemmeno la complessità attuale delle relazioni russo-polacche e polacco-sovietiche.

Ma se si deve discutere di “modelli”, ebbene il modello polacco è all'opposto del modello sovietico: e lo si vede nelle soluzioni date o non date alla questione agraria e alla questione religiosa o cattolica.

A nostro modesto avviso, tirare una linearità fra le crisi di Budapest, di Praga e di Varsavia, il 1956, 1981 è operazione parziale, che urta col complesso delle diverse questioni e posizioni nazionali di questi paesi. Perciò la crisi polacca ha poco a che fare con il giudizio sulle realtà del socialismo sovietico, che a suo modo, cioè in forme originali e storicamente fondate e circoscritte, è cosa autonoma e da valutare autonomamente. L'intrico della storia e delle reazioni internazionali del 1944 ci ha dato l'attuale caso polacco, che oggi pesa tanto a Varsavia come a Mosca. Un diverso spessore presenta invece la formazione economico-sociale dell'URSS, le cui radici affondano almeno, si vorrà ammetterlo, in peculiari irripetibili e non esportabili stratificazioni e istituzioni dei popoli della Russia. E la Russia, si badi, fa parte della storia e della cultura europea, anche se ne è nato un grande Stato euroasiatico, il socialismo sovietico è parte integrante del nostro movimento e mondo socialista che affonda le radici nell'Ottocento e si richiama al tedesco Marx, politicamente espunto dalla Germania (occidentale) attraverso un lungo ma incompiuto processo che risale alle leggi speciali di Bismark, alle tecniche di sterminio di Hitler, alle discriminazioni costituzionali di Adenauer.

 

 

 

Una catena di rivoluzioni

 

65 anni, tre quarti di secolo: non sono pochi né molti. La forza propulsiva della rivoluzione d'Ottobre è fuori discussione. Si è dovuto seguire un filo metastorico, per recuperare un problema politico e teorico. Lo abbiamo fatto a nostro modo, per colmare una falla e altri potranno farlo sempre sul terreno della razionalità, altrimenti. La rivoluzione del1917 fa parte di una catena di rivoluzioni che comincia a muoversi agli inizi del XX secolo: rivoluzioni di popoli e classi oppresse in rivolta contro lo sfruttamento capitalistico e il sistema imperialista; una trama obiettiva di sommovimenti sociali e classe che si evidenzia in Russia come in Persia, in Turchia, nel Messico e in Cina già prima della guerra del 1914, e su cui Lenin ha posto i fondamenti di Stato e rivoluzione e del saggio popolare sull'imperialismo.

Una catena di rivoluzioni anche dopo il 1917, che giunge sino ai nostri giorni. E qui il ventaglio si allarga, fino alle rivoluzioni ultime nei nostri anni settanta, Etiopia e Nicaragua compresa. È dunque preliminare saper riconoscere le rivoluzioni, e questa catena di rivoluzioni che percorre i primi tre quarti del secolo, e che presumibilmente non si è affatto esaurita con i casi di Polonia. Come è decisivo, pur discutendo, è ovvio, schierarsi nella grande corrente del socialismo, facendone maturare la tattica, la strategia e nuove formazioni. Rimane un grande fatto epocale che in tutte le sue varianti indica la forza di un movimento di continuo osteggiato e di continuo alimentato da energie tutt'altro che spente. Si guardi a ciò che è accaduto, ed è un piccolo segno, intorno al Nicaragua e all'Etiopia, all'opposto schieramento, del tutto sintomatico, degli USA e dell'URSS, o anche, oggi e nel futuro, alla lotta di emancipazione dei popoli della Palestina e del Sudafrica, e ai corrispondenti schieramenti internazionali.

Il nostro è volutamente un linguaggio non dogmatico anche se si ispira a certi principi e metodi fondamentali dell'analisi del passato e del presente. Del resto, si può dire che la forza propulsiva delle rivoluzioni democratiche (anche allora una grande ondata o catena di rivoluzioni) che percorse l'Europa e l'America nei secoli scorsi, sotto il segno della borghesia si sia esaurita nel suo messaggio?

Di lì ci è stata trasmessa una certa idea della libertà, da cui sono sorte istituzioni e assetti politici, con cui dobbiamo tutt'ora confrontarci. Quella ondata di rivoluzioni non si è riprodotta dopo il 1948, con l'età dell'imperialismo, e al tempo della Comune di Parigi e della guerra civile americana ebbe inizio un nuovo ciclo, ma l'eredità ideale è rimasta e rimarrà in certe formazioni economico sociali e culturali. Su questo schema di insieme, generalissimo, lo riconosciamo, si può ancora lavorare; ma esso è tuttora valido. L'idea del socialismo non è tutta in Marx e nemmeno ne è depositaria esclusiva l'Unione Sovietica (come riconosce ovviamente la stessa cultura sovietica) ma nel marxismo, nel leninismo che lo continua, nell'URSS e nei paesi socialisti si sviluppa da parecchi decenni un nesso problematico cruciale, non “ossificato”.

 

 

 

Il posto dell'Italia

 

Che sia avanguardia, o retroguardia, questa deve stare bene attenta a non separarsi dal grosso delle forze; e si deve guardare al campo, alle mosse dell'avversario e conoscere e riconoscere il terreno su cui necessariamente ci si muove. Le linee di tendenza del secolo non si sono ancora compiute. L'edificio non è ultimato, la battaglia non è finita. Nell'Europa occidentale, ovviamente non si tratta di “fare come in Russia” (è storia vecchia), ma in Europa e in Italia non possiamo nemmeno isolarci e farci prendere (il discorso vale per tutti) dall'emotività del momento; solo nel solco della storia e con una fredda non ideologica analisi scientifica potrà costruirsi qualcosa di nuovo e originale dalle masse per le masse. L'Italia è un po' al centro, in un mondo policentrico, ma ogni posizione centrista, alla lunga, risulterebbe erronea e disastrosa; il marxismo per la sua natura e specialmente oggi non può d'altra parte e tanto meno essere italocentrico o eurocentrico, ci sentiamo e soprattutto siamo obiettivamente assai vicini al mondo socialista e al Terzo mondo. In modo eminente il movimento operaio italiano, la sua coscienza, organizzazione e politica di classe, la sua prospettiva socialista e la sua realtà geografica e storica, la sua attuale situazione economica ne sono condizionate al massimo grado.