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1921: tornare a Livorno

Per un nuovo comunismo rivoluzionario

Introduzione a “Livorno 1921. La fondazione del P.C.I. Documenti e discorsi”, 1996

di Sergio Manes

Se il compagno Sergio Manes fosse stato ancora tra noi avrebbe certamente introdotto questo Speciale sul 100esimo della nascita del PCd’I. Lo avrebbe fatto – come dice Giordano, suo figlio, che si è messo sulle spalle, insieme al fratello Emiliano, la difficile quanto affascinante avventura, tutta “manesiana”, dell’Editrice “La Città del Sole” e dell’omonimo Centro Culturale – per almeno due motivi: primo, perché riteneva che nello studio attento di tutta la storia, luci ed ombre, del PCd’I - P.C.I., si dovessero rintracciare sia i motivi di fondo della crisi e dell’autodissoluzione del più grande partito comunista dell’Occidente, che quelli del rilancio di una forza comunista in Italia; secondo perché Sergio Manes pensava, prima di andarsene, nel marzo del 2017 a 74 anni, di aprire una rivista più o meno come questa, “Cumpanis”.

Sergio è stato un comunista combattente, e tutti coloro che l’hanno conosciuto sanno che questa non è retorica. Trovatosi a vivere anche la fase politicamente e ideologicamente più involutiva e declinante del P.C.I, aveva scelto quello culturale e teorico come il prioritario terreno di battaglia per opporsi alla mutazione genetica in atto nel partito. E multiforme e senza risparmio di energie è stata la sua lotta e la sua militanza: dal lavoro con la redazione di “Interstampa” (la rivista comunista, internazionalista e antimperialista che conduceva la battaglia all’interno del P.C.I. contro le derive che avrebbero portato il partito allo scioglimento) alla promozione di studi e ricerche rivolti alla conoscenza rigorosa come preludio dell’agire e alla fondazione di case editrici (sino all’ultima e certo la più importante, “La Città del Sole”) aventi il compito precipuo di rilanciare il pensiero marxista e leninista. Attraverso una nuova divulgazione delle più importanti opere degli Editori Riuniti, la storica Casa Editrice con la quale Sergio Manes strinse un accordo proprio in questo senso e, soprattutto, tramite la sempre generosa pubblicazione di opere di giovani autori e studiosi marxisti, comunisti.

Poiché Sergio non c’è, abbiamo tuttavia deciso di dargli comunque la parola, aprendo questo Speciale, che gli dedichiamo, con un suo breve scritto: una sua introduzione ad un libro edito, nel 1996, da una delle sue case editrici, “Laboratorio Politico”, dal titolo “Livorno 1921. La fondazione del P.C.I. Documenti e discorsi”.

 

 

Sono trascorsi settantacinque anni da quel gennaio del 1921 in cui, a Livorno, sulla scia della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre e per precisa indicazione della Terza Internazionale, veniva fondato il Partito Comunista d'Italia - Sezione dell'Internazionale Comunista.

In quest'arco di tempo – in definitiva molto breve dal punto di vista storico – le vicende del movimento comunista internazionale e italiano hanno attraversato fasi alterne ed esperienze straordinarie che, attraverso esaltanti vittorie, memorabili conquiste e terribili sconfitte, hanno segnato una svolta indelebile nella storia dell'umanità.

Recentemente, di fronte alle difficoltà oggettive e soggettive poste dallo sviluppo dei mezzi di produzione e dalle contraddizioni della storia, molti – anche in Italia – hanno scelto di porsi fuori della elaborazione e della esperienza – pur travagliate – del movimento operaio e comunista, giungendo, in nome del “modernismo” e del pragmatismo più sfrenati, fino a negare sostanzialmente validità storica e sviluppo ulteriore alla straordinaria esperienza del comunismo.

Ma questo “gran rifiuto”, seppure determinante sul breve periodo – perché operato da gruppi dirigenti egemoni –, è stato respinto da ampi strati di militanti e di intellettuali. E anche a livello di massa è in atto un progressivo ritorno alle speranze di liberazione insite nei valori e nell'orizzonte del comunismo.

In questo delicato passaggio della storia, il recupero critico della propria memoria storica e l'attenta e spietata riflessione su tutte le esperienze del passato – fuori di ogni interpretazione rituale – diventano indispensabili per coglierne – in positivo e in negativo – l'insegnamento da affidare alle nuove generazioni altrimenti ignare e vulnerabili.

Per i comunisti italiani il Congresso di Livorno non rappresenta soltanto il proprio atto di nascita ufficiale sul piano organizzativo. È, soprattutto, il momento di grandi scelte: la rottura definitiva con il gradualismo positivista e l'opportunismo riformista; la accettazione della concezione e del metodo del comunismo rivoluzionario marxista e leninista; la collocazione internazionalista dei comunisti italiani.

Fiumi di inchiostro sono stati versati per celebrare o infangare, spesso solo per raccontare, quell'avvenimento. Ma troppo spesso la storiografia – anche e soprattutto quella “ufficiale” – ha dato una versione interessata, perfino addomesticata degli avvenimenti, dei protagonisti, delle posizioni politiche. Lo scopo era – con tutta evidenza – non tanto quello di celebrare posizioni politiche divenute di lì a poco egemoni, ma piuttosto di “oggettivarne” una interpretazione successiva distorta per legittimare scelte strategiche e metodologiche diverse.

Un'operazione – a ben guardare – comprensibile sul piano tattico per le esigenze di parte e contingenti che mirava a sostenere e legittimare, ma ingiustificabile sul piano storico, inammissibile e intollerabile su quello teorico e strategico.

In realtà la fondazione del P.C.I. a Livorno ha in sé una ricchezza e una complessità che la storiografia ufficiale del P.C.I. ha mortificato e occultato. Un'operazione che ha non
solo distorto la verità storica e piegato a fini contingenti posizioni politiche, avvenimenti e figure storiche, ma che ha soprattutto cancellato per lunghi anni ogni possibilità di cogliere, nella ricchezza e nelle contraddizioni di alto profilo di quegli avvenimenti, gli elementi essenziali di una riflessione e di un dibattito capaci di affrontare con una più adeguata strumentazione i problemi venuti successivamente all'ordine del giorno nel movimento comunista.

Con questa operazione di manipolazione e di appiattimento della realtà storica sono stati mescolati e confusi i ruoli, i protagonisti, le posizioni e le contraddizioni politiche per demonizzare e demolire o per creare o sostenere artificiosamente carismi; ma – quel che più conta ed è più grave – si è impedito anche alle posizioni e alle elaborazioni – che non molto tempo dopo la fondazione risultarono egemoni nel partito italiano e che si voleva celebrare e strumentalizzare, non semplicemente sostenere – di sviluppare coerentemente tutte le proprie potenzialità e dare i frutti che sarebbero stati possibili e necessari.

Questa impossibilità è causa non secondaria della sclerosi culturale e, quindi, della tragica sconfitta che il movimento comunista ha subíto.

Nel momento in cui chi è rimasto saldamente schierato sui valori e sulle prospettive del comunismo rivoluzionario deve ritrovare le proprie radici, riappropriarsi della sua cultura e riconquistare la propria identità, individuare il percorso teorico e politico che consenta oggi di avvicinarsi agli obiettivi del comunismo, nel momento in cui si accinge a gettare le fondamenta dello strumento organizzativo capace di rendere concreto per milioni e milioni di sfruttati e oppressi questo progetto, è irrinunciabile recuperare in pieno la ricchezza del dibattito delle origini per comprenderne le potenzialità che vi erano insite, per cogliere i termini profondi delle contraddizioni, il senso delle scelte operate, per rilanciare la riflessione e la ricerca su questioni di fondo ancora all'ordine del giorno.

Questo volume intende contribuire alla ripresa di questa ricerca e, quindi, del dibattito riproponendo all'attenzione dei comunisti i documenti essenziali che precedettero la fondazione del partito comunista a Livorno.