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«Stamani prendi tre manovali e vai al “campo derby” perché “l’ameriani” vogliono mette’ un muro giro giro a un capannone. E siccome pagano alla svelta e bene bisogna fa’ un bel lavoro fatto “ome” Dio comanda…». Il carpentiere, carpentiere con la qualifica di prima categoria, a cui il capocantiere si era rivolto si limitò a dire «... ma perché proprio io…». «Perché il signor Lanciotto (Lanciotto Panichi, padrone di una delle più grandi imprese edili del pisano e fervido sostenitore del ministro democristiano Togni, concittadino di Pontedera) ha detto che sei il più bravo e perché siccome sei comunista e a fa’ un lavoretto in Russia c’andresti a occhi chiusi e “gratisse”, lui ti paga per anda’ dagli “ameriani” e con l’occhi aperti per fa’ le “ose” a regola d’arte».

E così lui in motore e i tre manovali in furgoncino partirono per quel pezzetto di America accovacciato fra le dune di Tombolo e bagnato dal pisanissimo Canale dei Navicelli che lo attraversa fino al mare.

Non era sempre stato carpentiere, 17 anni prima, quando ne aveva venti, nel 1947, aveva vinto un concorso ed era entrato in “ferrovia”. Un posticino d’oro come diceva la sua mamma «fai le tue ore e non ti licenzia nessuno».

Purtroppo le cose non erano andate proprio in quel modo. Oddio, la sfortuna c’entrava poco. Il fatto era che dopo l’anno passato sui monti a sparare ai tedeschi, ai fascisti no, perché sul “campo” i repubblichini non si vedevano mai, si era convinto che provare a cambiare il mondo rovesciandolo come un guanto, alla russa per intenderci, fosse non solo giusto ma del tutto possibile. Poi… poi c’era stato il 25 aprile. Tutto bello e tutto giusto per carità. Di sicuro aveva ragione Togliatti, bisognava fare così… però. Però i fascisti alzavano la testa appena possibile. E quando potevano, soprattutto dove i comunisti erano meno presenti facevano leva sull’anticomunismo dei democristiani per riavere un po’ di scena e un po’ di ruolo.

Per esempio, proprio all’inizio del 1948 i cavatori di San Giuliano Terme erano scesi in sciopero. Uno sciopero durissimo in risposta ad una serrata padronale indetta per ritorsione contro le richieste operaie di aumento delle paghe e di maggior sicurezza sulle cave. Uno sciopero lungo settimane e poi mesi, con tutto il comprensorio coinvolto da CGIL e PCI a fianco dei cavatori fino a dichiarare uno sciopero generale di due giorni in tutto il comune. Ma a Ripafratta, la frazione comunale più vicina a Lucca e quindi, come si diceva allora, a forte influenza bianca, scelsero di tenere aperto e di boicottare lo sciopero. Così, il primo giorno di sciopero generale all’ombra di quel campanile ogni attività continuò regolarmente. Ma dopo il primo giorno ci fu il secondo. E quel secondo giorno, fra fascisti che per un attimo provarono a mettere il petto in fuori e una squadra di compagni venuti da altri paesi, principalmente dal capoluogo, si arrivò allo scontro. Con il sole che si riflesse su coltelli e canne di pistole, Ripafratta chiuse quel secondo giorno.

Ma il crocchio di compagni che aveva scardinato il crumiraggio si ritrovò con i carabinieri alle costole. E allora fu la fuga sui monti. Su quei monti che li avevano visti partigiani con la voglia di cambiare il mondo. Il caso si ingrossò e i carabinieri, per riuscire a catturarli, furono affiancati dai soldati. E i giorni passarono senza però alcun risultato se non il crescere, fra la gente di quei paesi, della voglia di esser al fianco di chi aveva fatto chiudere Ripafratta.

Ma la primavera del 1948 non era quella del ‘45 e nelle nuove istituzioni i confini dell’antifascismo erano sempre più definiti dall’anticomunismo.

E con i comunisti, per americana volontà politica, ormai fuori dal governo, quei giovani rischiavano. Rischiavano la pelle cercando un orizzonte rivoluzionario che non c’era. Non c’era in Italia come non ci sarebbe stato in Grecia.

Ad intervenire su quei giovani dagli animi bollenti e dalle mani svelte in fuga sui monti fu il segretario provinciale del PCI, all’epoca il leggendario Remo Scappini già capo partigiano che con le sue brigate contribuì alla liberazione di Genova. Fu lui a convincerli alla resa dopo alcuni scontri a fuoco con una pattuglia di soldati e prima che la situazione degenerasse ulteriormente. Così, quei giovani, dopo una lunga trattativa fra la federazione del PCI e la prefettura alla fine si consegnarono.

Dopo alcuni mesi nel tribunale di Firenze, nonostante l’appassionata difesa di un giovanissimo avvocato che sarebbe poi diventato un celebre principe del foro e un ancor più apprezzato giuslavorista e deputato, Giancarlo Smuraglia, quei ragazzi furono condannati.

E lui, il carpentiere, si prese otto anni e fu licenziato dalle F.S. Ora però, dopo tanti anni, era persino tornato a votare e il suo lavoro gli garbava. Poi, in fin dei conti, gli anni non erano stati otto ma pochi mesi soltanto.

 

Pochi mesi perché Pallante aveva sparato a Togliatti e nei giorni di rivolta popolare che seguirono a quelle rivoltellate, onde evitare il peggio, il governo De Gasperi promulgò l’amnistia per i detenuti politici – che in quegli anni erano moltissimi e tutti comunisti – e a Pisa il carcere di Don Bosco, assediato da decine di migliaia di persone, aprì le porte a quei ragazzi.

E ora eccolo lì… a guadagnarsi il pane in “terra americana”. Ma fanno appena in tempo a cominciare la giornata che arrivano due auto. Una enorme Jeep della Militar Police e una più modesta 6oo dei carabinieri. Da quest’ultima scendono in due mentre i padroni di casa restano a bordo del loro mezzo e guardano attenti.

Un maresciallo bene in carne e piuttosto imbarazzato si avvicina agli operai e facendo il nome del carpentiere chiede chi di loro sia. Alla risposta tira fuori i documenti che questi aveva lasciato entrando nella base e dice «... mi dispiace… lei non sa quanto mi dispiace ma... ma lei, mi hanno detto dal comando della base che è persona non grata. Non può star qui. Se ne deve andare… Guardi, mi vergogno ma…». «Non si preoccupi, capisco». Prende i documenti e dopo aver detto ai compagni di lavoro di non seguirlo chiede loro di telefonare al dott. Panichi (che dottore non era davvero, però in quanto ricco, padrone e democristiano… si era autolaureato) e di farsi mandare un altro carpentiere e di dirgli che lui quel giorno lo prendeva di festa. E se al Panichi la cosa non gli fosse stata bene… pazienza.

«Dopotutto», pensò, mentre sul suo “Isomotor”, buffamente scortato fino all’ingresso della base dal “gippone” verde scuro della MP e dalla 600 verdolina dell’arma, si allontanava da “Tombolo”, «se ancora oggi si preoccupano di darmi della persona non grata… allora vuol dire che qualcosa di buono quella volta l’ho fatta per davvero».

E tornò a casa sua dove aspettò uscissi da scuola e dopo mangiato mi portò alle Piagge, periferico quartiere pisano, a vedere lo spettacolo pomeridiano del Circo Togni.