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“Quel sole e quel cielo”

Dall’ultima raccolta di Geraldina Colotti,

Edizioni “La Città del Sole”,

dal perfetto amalgama tra forma e contenuto,

tra postazione rivoluzionaria e raffinatezza del linguaggio traiamo un dono:

la poesia

di Fosco Giannini

Libera nos a malo: con la stessa espressione evangelica con la quale, nella versione latina, si pregava il padre nostro di liberarci dal male, potremmo chiedere al dio della della poiesis di liberarci da Benedetto Croce e da tutto il vasto, secolare, crocianesimo servile, che mai non muore e che come una fabbrica di merci di massa ha invaso il mercato della critica letteraria con i criteri standardizzati per la lettura della poesia e della letteratura. È attraverso il crocianesimo che per decenni abbiamo creduto che vi fosse una letteratura di serie “a” e una di serie “b”, una alta e una negletta; che il grande romanzo inglese o francese fosse letteratura classica e il “giallo” fosse letteratura per ceti operai e proletari, quelli senza capacità critica e, in fondo, senz’anima. Finché dalle viscere della società americana uscirono le pagine, altrettanto classiche di un Flaubert, di Dashiell Hammett o di un Raymond Chandler, che scrivevano gialli, che usavano la forma del giallo per raccontare la miseria, la violenza, la vita oscura delle metropoli americane, con la stessa luce veggente di quel Balzac che scriveva della piccola borghesia in formazione. Libera nos a malo, liberaci dal crocianesimo che come un feroce ingegnere israeliano ha tirato su un Muro tra il contenuto e la forma, condannando reggimenti di critici letterari ed eserciti di lettori a parlare dell’una e dell’altra, salvandone una e condannandone l’altra, mai viste convivere in un unico corpo.

Occorre innanzitutto prendere le distanze da “Poesia e non poesia” (1923) dove Croce stabilisce per i posteri che l’arte è pura forma e che il mondo fisico è irreale quanto reale è la poesia, per leggere il lavoro di Geraldina Colotti. È vero che sono le scelte di vita, politiche, filosofiche, esistenziali di Geraldina a prendere, da sole e senza aiuto esterno, le distanze dal vate dell’idealismo conservatore italiano. Ma tuttavia, mai come nella poesia della Colotti occorre stare attenti all’influenza del crocianesimo sui propri epigoni, volti a dividere la forma dal contenuto, persino a gerarchizzare, secondo le inclinazioni, i due valori. Ma la nostra Autrice sa stare attenta a tutto ciò e ci è utile, per questo, ricordare, forzando un po’ il senso di ciò che vogliamo dire perché non vediamo l’ora di citarla, un suo verso fulminate: “Sono il coraggio/della paura secolare/io che sono tante paure/io lo so fare”.

Geraldina è stata una militante delle Brigate Rosse, una colpa scontata con lunghi e lunghi anni di galera, è stata e rimane una comunista, una rivoluzionaria. Una donna, una poetessa schierata. La sua poesia è tutta la sua vita e proprio ciò potrebbe trarre in inganno coloro che ancora – e sono la maggioranza – non si sono liberati dal male della critica crociana: tra questi potrebbe esserci chi – vicino al sentire ideologico e politico di Geraldina – potrebbe definire poesia e anche alta poesia quella di Geraldina solo in virtù del contenuto; altri che potrebbero, proprio in virtù del contenuto, respingere i suoi versi come bassa poesia o non poesia; potrebbero esserci lettori attratti dalla struttura stilistica dei suoi versi ma così contrari al loro contenuto da allontanarsi dal lavoro di Geraldina. Le combinazioni potrebbero proseguire: tutte, però, egemonizzate dalla mistificazione crociana. Se la forma è divisa dal contenuto non c’è più totalità. E nell’assenza della totalità – come nel comunismo – siamo all’amputazione: la critica letteraria e lo stesso lettore sono condannati a leggere con un occhio solo, mostri monocoli, polifemici.

Basta essere comunisti per essere poeti? Bertolt Brecht è stato forse un grande poeta perché comunista? Al contrario: Sergej Aleksandrovič Esenin è stato un grande poeta perché lontano dal comunismo? Queste, ovviamente, non sono domande, sono provocazioni. Che hanno una sola risposta, di buon senso: no, non basta essere comunisti per essere poeti; no, non basta essere lontani dal comunismo per esserlo. Tuttavia, tali risposte di buon senso possono emergere ora, dopo questa prima messa a fuoco della divisione/mistificazione crociana tra forma e contenuto. Mentre tale divisione/mistificazione permane ed è egemonica nel gorgo oscuro del senso comune privo della minima sollecitazione critica.

A questo punto: è uscito da pochi giorni, per i tipi della Casa editrice “La Città del Sole” di Napoli e dieci anni dopo la raccolta “La Guardia è stanca” (edizioni Cattedrale) la raccolta di poesie di Geraldina Colotti, “Quel sole e quel cielo”.

È poesia, questa di Geraldina? Sì, è poesia alta, che a volte fa partire brividi e formiche dallo scafoide sino al gomito, che fa risuonare di nuove armonie le parole più consunte. Le mani, le caffettiere, i bidoni, le sigarette, gli spigoli, i cortili, parole arrugginite dall’uso, a contatto con altre parole di Geraldina, vicine a spazi, a vuoti, ad urla, a dolori, ad allegrie, cominciano a splendere, come mai per loro è stato. È questa la poesia, la misteriosa poiesis che già nel proprio nome è creazione. Ma nulla ci è regalato, specie alle rivoluzionarie e alle poete (come vuole si dica Geraldina), alle donne, direi: se le parole di Geraldina risuonano, evocano, trascendono se stesse, è perché il connubio forma-contenuto è cementato da un amalgama semantica dalla tenuta ingegneristica. E sono le leggi metriche, con ogni evidenza ben conosciute dall’Autrice, a tenere su il tutto, a dargli la brina del mattino. Leggi metriche conosciute ma non ostentate, non esposte come fossero impalcature per l’edilizia, ma rese invisibili.

Struttura e invisibilità: combinazione che richiede, per ottenerla, un sacrificio emotivo e un lavoro di ricerca letteraria enorme, incomprensibile ai più, ma che sfocia, poi, nella poesia e cioè nella “semplicità che è difficile farsi”, come asseriva Brecht nella “Lode al comunismo”. Con queste leggi metriche, oggettive e soggettive assieme, apprese dalla retorica classica e, insieme, tratte dal nulla, Geraldina porta a sintesi senso filosofico, teorico, politico e vibrazioni musicali dei fonemi, sino al punto che la sua poesia – come ogni vera poesia – si fa musica. E lì, nei tanti passaggi musicali dei versi di “Quel sole e quel cielo”, si sta in rapimento, come in un concerto: “È tutto è tutto è l’assoluto/l’autentico non ha paracadute”.

E si ascoltano “suoni”, in una poesia che inizia con le parole “La morte del Cristo”, come questi: “frequentare la morte/per farla incazzare/e vedere se mi sbatte fuori/strapparsi gli occhi/come Democrito D’Abdera/per vedere/di luce sporca la caffettiera”.

E l’overture stessa della raccolta, che usa la parola agliuto in una meravigliosa metonimia, che disorienta e affascina: “Ho chiesto agliuto/sbagliando parola/nessuno è venuto/finisco da sola/Il mondo dei segni/pugnala gli indegni/La suora friniva/la mamma scusava/la bambina cattiva/e i fiori portava/Maledetto/quel luogo/e quel tempo/Maledetto/quel sole/e quel cielo/E tu maledetta/bambina cattiva/bambina sgraziata/analfabeta/Tu maledetta/cercavi l’agliuto/ma niente è dovuto/Dovevi star zitta/zitta/Zitta.”

Una poesia ove tutto, come in un ermetismo shakerato a un realismo magico (non sarà casuale l’amore dell’Autrice per l’America Latina...) è raccontato: la pulsione primigenia, quasi uno spasmo, della bambina (dunque, “cattiva”, come sarà da grande) per la liberazione; il preannuncio della lotta di genere, una barricata; l’agliuto che non viene, che non è dovuto. E la scelta poetica anche per condannare: “il mondo dei segni pugnala gli indegni” e il finale secco dei versi, improvvisamente antilirico, poiché deve tirare le somme e parlare di cose concrete concrete, della repressione, quella dell’infanzia e di sempre, in una sorta di ottocentesco verismo in questo contesto straniante (non magico, qui): “Dovevi star zitta/zitta/ Zitta”.

Ci ricorda qualcuno, qualcuna, Geraldina Colotti? Per stare alla “scienza poetica” (dico così per bestemmiare un po’, per “crocianare”...) tutti ci ricorda e tutte. Ci ricorda la poesia, con i segni secchi e bruciati dal fuoco delle sigarette di Alda Merini, le illuminazioni improvvise di Brecht, che la poesia la trae dal nulla ed esce come il caccialepre dai muri, certe “volute” semantiche – quelle che lasciano senza fiato – di Aleksandr Blok, il poeta dell’epopea rivoluzionaria russa. Tutta la poesia ci rammenta, Geraldina, perché, come affermava Balzac, “l’originalità è un mito della piccola borghesia” e noi presenti siamo il frutto di tutto il passato. Non siamo originali. E la poesia, come la letteratura, è “intertestualità”, è tutti i testi. Se no, semplicemente, non è, è l’assenza dei testi.

Ma forse, qualche poeta è più presente, in lei. Ad esempio, ho sentito Franco Fortini, nelle poesie di Geraldina. Sentiamolo insieme, Fortini, in “Traducendo Brecht” e vediamo se è vero quello che ho sentito (poi dovete leggere Geraldina...)

 

 

 

Traducendo Brecht

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi, mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici

scrivi anche il tuo nome.

Il temporale è sparito con enfasi.

La natura per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia

non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

 

Nelle scudisciate dei versi e delle parole tirate a lucido si risente Geraldina. E c’è un altro poeta che, mentre leggevo Geraldina, improvvisamente è salito sulle sue pagine. È Luigi Di Ruscio, il cosiddetto, forse inopinatamente, “poeta operaio”, che lasciò Fermo, nei primi anni ’50, per andare a lavorare in una fabbrica norvegese e per scrivere da lassù tra i versi più belli del ‘900 italiano. Sentiamo Di Ruscio e poi rileggiamo “Quel sole e quel cielo”:

 

 

 

Non possiamo abituarci a morire (1953)

 

Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta, pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

 

Tutto è intertestualità, siamo ovunque e l’ovunque è in noi. Ma molte parole, passaggi di Di Ruscio suonano come i versi di Geraldina.

I versi che appaiono in “Quel sole e in quel cielo” forse, ma non posso giurarci, hanno guadagnato in musicalità rispetto a quelli che componevano “La Guardia è stanca”, una musicalità che mai è gratuito lirismo, ma come per un rifiuto dell’arte per l’arte  è funzionale a un dire anche duro, appuntito, a un ricordo di Prospero Gallinari, ad esempio: “ Caro Prospero/c’è persino un Gallinares/le storie in fondo si somigliano tutte/Tupamaros o Brigate/cinque punte di stelle/ma quando si perde senz’appello/non le puoi raccontare/Ti avrei chiamato/avremmo riso/leggi il libro/ti assicuro/emerge la tavola/dei problemi/come se fossimo/tutti insieme/come facemmo allora/tutti chiusi nel buco/si provava a scappare/e noi da soli/fuori/a scavare”.

A leggerli è una canzone, un canto a batocco dei contadini, antichissimo, poesia orale che fece sì che la poesia stessa anticipasse la scrittura. Come sarà arrivata a questo, Geraldina? Lo sa solo lei, o la sua vita fatta di lunghe parti probabilmente misteriose. E, nell’attesa della libertà, forse anche molto laboriose.

Molto probabilmente sì, laboriose, nel senso che molto lavoro e studio letterario si vede tra i versi, come una scarpa ben sistemata e lucidata tradisce il lavoro del calzolaio. Non credo sia casuale, infatti, il ripetersi, nei versi dell’Autrice, della forma della metrica latina quantitativa, per la quale, come nell’era romana, il ritmo non dipende dall’accento delle parole, ma dall’alternarsi delle sillabe brevi, che “battono” un tempo e da quelle lunghe, che ne “battono” due. Tutto funzionale ad una lettura quasi cantata delle poesie di Geraldina, da scandire a tempo.

La poesia è il pane: farina, acqua, lievito, sale, tutto amalgamato, come la forma e il contenuto. Che in Geraldina spinge dalla memoria e dalla scelta di campo (comunista, rivoluzionaria, antimperialista, filovenezuelana, filocubana, femminista, sempre antifascista) e prende forma. Da un profondo inestinguibile che si liricizza si alzano questi versi magnifici di Geraldina, in ricordo e in onore di Victor Jara, il grande chitarrista cileno combattente contro Pinochet che dopo l’11 settembre del 1973, giorno del golpe, non si mise in salvo ma continuò a lottare e a cui furono macellate e tagliate le mani nello stadio di Santiago, divenuto il lager della dittatura: “Ti hanno spezzato le mani, Victor/ho preso la matita e il tuo fucile/le mani, Victor, le mani/gli occhi di Wilma/il suo fucile/mi hanno spezzato i piedi, Victor/ero al chiuso/scrivevo con la bocca/e mi sporcavo la faccia/saliva sul timbro censura/poi abbiamo perso ancora e ancora/e le tue mani sempre a suonare/come campane a morte/o nasciture”.

Allora: sì, Geraldina parla, con questi versi brillanti e strazianti, di Victor Jara. Ma parla anche di sé, interseca i piani, ricorda la propria sofferenza, la propria, lunga galera (“mi hanno spezzato i piedi, Victor”); ha bene in mente la propria sconfitta, il chiudersi dell’orizzonte rivoluzionario inseguito (“poi abbiamo perso ancora e ancora”). E di nuovo entra nei panni di Victor Jara, “indossa” le sue mani massacrate, le raccoglie dalla pozza di sangue, e con la consapevolezza acido/amara di chi ha perso e perso molto, ma con la convinzione che la rivoluzione è per sempre, oggi ancora più di ieri, forse il sogno più grande della migliore umanità, scrive, pensando a Jara, alle sue mani che la chitarra guarda, ormai sola e sconvolta: “E le tue mani sempre a suonare/come campane a morte/o nasciture”. È chiaro? Nasciture.