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“Orient Express”

PCI: non c’è un solo colpevole per l’Assassinio

di Nino Frosini

Cumpanis, dicembre 2020

 

Qualche tempo fa presenziando ad un dibattito a più voci ascoltai da parte di un relatore la suggestiva esposizione di una tesi che, vertendo sulla fine dell’URSS, ci invitava a considerare il tradimento da parte di Gorbaciov come elemento centrale di quel nefasto esito. Certo, che l’ex segretario del PCUS abbia cambiato campo ci son pochi dubbi ma sapere se l’abbia fatto per trenta danari o per sopraggiunta convinzione ci interessa ben poco.

Profonda, invece, dovrebbe essere la riflessione sulle cause di quella deriva. Così come per il PCI rischierebbe di essere estraniante leggere la “Bolognina” alla luce di un possibile tradimento occhettiano o su una specie di improvviso e immotivato suicidio di un partito in ottima salute.

La storia sociale del mondo non si snoda attraverso i complotti. Non perché questi non ne facciano parte ma per il semplice fatto che il loro materializzarsi è figlio di processi – relativi al cambiamento dei soggetti in campo o di mutazione del contesto o di entrambi i fattori – in fase di compimento o già compiuti.

La Repubblica Romana è già morente quando Giulio Cesare prima sostanzia e poi formalizza il suo dominio tirannico sia pur ricco di lumi e con lei stanno andando a fondo le sue vecchie aristocrazie. E non bastarono certo ventitré coltelli e un complotto riuscito ad arrestare il corso delle dinamiche imperiali.

Come, del resto, il tradimento e il complotto, stavolta fallito, dei generali tedeschi contro Hitler poi da questi schiacciato nel sangue non regalò futuro al nazismo.

Né la straordinaria vittoria di G. Dimitrov nel processo di Lipsia, anch’esso figlio di un complotto, fermò l’ascesa hitleriana.

Insomma i complotti fan parte della storia ma, diversamente dalle rivoluzioni, non la producono.

Così lo scioglimento del PCI non fu la traslazione in politica di un atto suicida né esso fu il parto della gestazione occhettiana. Fu invece la conseguenza logica di un processo iniziato fin dai primi anni 70. Da quando, esauritasi la spinta legata ai grandi cambiamenti strutturali prima conquistati e poi difesi – la Resistenza, la democrazia parlamentare basata sull’universalità e sul proporzionale passando per i contratti collettivi nazionali di lavoro fino allo statuto dei lavoratori – è iniziato il cambiamento del suo ruolo sociale e insieme ad esso è mutato il modo di vivere dentro a quel mondo che i comunisti dovevano cambiare.

Cambiano, invece, nel PCI i criteri di selezione dei quadri. Muta la sua composizione sociale. E dopo gli anni, lunghi e duri dei licenziamenti politici, l’approdo al partito gradualmente diviene sempre meno impegnativo e addirittura l’esercizio del potere amministrativo in alcune realtà come l’Emilia-Romagna e la Toscana farà sì che iscriversi sia persino “conveniente”.

Così all’inizio degli anni 80 la quasi totalità dei quadri intermedi proviene ormai dalle più svariate articolazioni istituzionali e amministrative. Non c’è incarico dirigente di piccolo o medio livello che non combaci con una qualche carica. Insomma, più alto è il ruolo istituzionale e amministrativo e più aumenta il peso specifico in ambito politico. L’esatto contrario degli anni 50 e 60 quando gli incarichi dentro le istituzioni servivano come parziale elemento di formazione e poi, laddove ne fossero riscontrate le capacità, quegli incarichi si evolvevano in ruoli esclusivamente politici. Non era infrequente che compagne o compagni di provata lealtà ma di mediocri capacità politiche fossero destinati ad incarichi puramente amministrativi. E spesso capitava che gli stessi “beneficiati” non si sentissero affatto tali… anzi pesasse e molto l’idea di essere stati politicamente bocciati.

Il cambiamento di ruolo sociale del PCI ne muta com’è ovvio la coscienza e il linguaggio. Se alla DC di quegli anni dobbiamo attribuire la paternità delle “convergenze parallele” è al segretario del PCI Enrico Berlinguer cui dover riconoscere quella altrettanto suggestiva della “terza via”. Insomma non più aspre lotte per difficili ma non impossibili riforme di struttura ma “compromessi” poco storici e molto difensivi per difendere, più o meno coscientemente, lo Stato Borghese. E con rapida gradualità quanto più viene intensificata la difesa dello Stato tanto più viene a perdersi coscienza della sua natura profonda e degli interessi che questi è deputato a rappresentare e difendere.

E l’idea balzana e falsa di uno Stato neutrale si stratifica proprio nel PCI di Berlinguer. Conseguentemente da questa fantasiosa idea prenderà corpo e si radicherà il pensiero “buono” di un mondo libero, ancorché capitalista, da correggere marginalmente ma le cui prerogative fondanti andranno difese ad ogni costo. Da questi “lombi concettuali” vedranno la luce convinzioni e definizioni nuove quali l’ombrello protettivo della Nato o l’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre. Purtroppo insieme all’intensificarsi di quei ragionamenti che tanti plausi riceveranno da nemici e avversari, nel PCI si indebolirà pesantemente anche la capacità di proteggere le conquiste del mondo del lavoro e nella società tenderà ad esaurirsi la convinzione che i comunisti possano ancora essere considerati un fattore di cambiamento e di progresso sociale.

Quindi, come i colpevoli in “Assassinio sull’Orient Express”, molti, sia pur con differenti livelli di responsabilità, sono gli autori del “delitto”. Compresi quanti, al netto dei propri limiti, non sono riusciti a mutare il corso di tali dinamiche. Il compagno Armando Cossutta definì il succedersi degli eventi relativi al processo di scioglimento del PCI “... mutazione genetica…”. E della assoluta giustezza di questa chiosa ancora oggi siamo convinti.

Perciò, il tremebondo Occhetto alla fine prestò solo i propri immeritati baffi al compiersi di un tragitto già cominciato. E nella fiera delle responsabilità difficile non ricondurne, molte ed importanti, ad Enrico Berlinguer. A lui più che ad altri si deve il diffondersi dell’idea che l’Urss fosse unicamente portatrice di colpe e il senso comune interno al partito che il percorso riformista in Italia poteva beneficamente disgiungersi dal movimento comunista. I fatti concreti hanno decretato l’inconsistenza di quelle tesi. E se l’involuzione liberista che ha travolto ogni conquista afferente gli interessi dei lavoratori ancora oggi pare incontrastabile è impossibile non vederne il sorgere in drammatica sintonia con il tramonto dei comunisti.

Le rivoluzioni non cadono dal cielo (P. Secchia) ma nemmeno le riforme, quelle vere, quelle capaci di incidere sulla quotidianità di chi si campa la vita lavorando, nascono sotto i cavoli. E anche difendere con determinazione quanto di progressivo si è conquistato può essere un atto a suo modo rivoluzionario. Tutto ciò che il “nuovo” PCI occhettiano, organico figlio di quello “berlingueriano” (con l’immensa differenza intellettuale, etica e morale che caratterizzò l’intera esistenza di Berlinguer) fu incapace di fare. E con gli “eredi”, ormai orfani di ogni definizione anche formalmente riconducibile alla sinistra, addirittura impegnati in prima fila a rappresentare e difendere gli interessi del capitale cosmopolita.

Oggi, 100 anni dopo quel 1921, e trent’anni dopo l’ammainabandiera al Cremlino, restano sul campo le macerie di una sconfitta e i liquami di una resa culturale. Per raccogliere le prime – lasciando affogare nella “morta gora” dei secondi i correttori di bozze della nostra storia –, provando a ricostruire il possibile serviranno coraggio, pazienza e fantasia. Requisiti che alle nostre latitudini politico ideologiche al momento paiono latitare. Personalmente sarei lieto di vedere in quel di Livorno a gennaio, pandemia permettendo, tante compagne e compagni con le bandiere dei comunisti a sfilare in un corteo che come iniziale ma cruciale obiettivo esprima la volontà di costruire un solo partito per tutti loro.