Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Riferendosi alla situazione in Venezuela, l’ex leader dei Pink Floyd, Roger Walters, ha sintetizzato efficacemente gli intenti e gli effetti delle misure coercitive e unilaterali, imposte dall’imperialismo per fiaccare la resistenza del popolo bolivariano.

Poniamo – ha scritto – che a qualcuno interessi casa mia, ma che non la può comprare perché io non intendo vendergliela, né affittarla, né tantomeno prestargliela. Allora quel qualcuno “mi chiude in casa e non mi lascia uscire per recarmi al supermercato, né alla farmacia, né alla banca, e tantomeno lascia che mi vendano i pezzi di ricambio per la macchina o per la moto, e per di più mi chiude i conti e le carte di credito o di risparmio… Dopo un certo tempo, i miei familiari cominceranno a disperarsi, qualcuno scapperà dalla finestra… e voi fuori comincerete a mormorare che sono un inetto, incapace di tenere le redini di casa e che sono un dittatore che fa soffrire la sua famiglia. Quindi, si comincerà a dire che il governo di casa mia è in crisi e che i vicini sono autorizzati a intervenire e a cacciarmi con il pretesto di risolvere la crisi umanitaria della mia famiglia. E nessuno dirà che il vero obiettivo è impadronirsi della mia casa, e che per questo motivo mi hanno messo in una situazione tanto critica di fronte alla mia famiglia”.

Una situazione ben illustrata nel corso di un seminario internazionale dal titolo quanto mai emblematico: “Lasciateci respirare”. Uno slogan gridato nelle piazze di tutto il mondo per ricordare l’agonia dell’afro-discendente George Floyd, asfissiato da un poliziotto bianco negli Stati Uniti. La stessa asfissia imposta ai popoli mediante le misure coercitive unilaterali inflitte dagli Stati Uniti e dai loro vassalli, hanno ricordato sia il ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza, che il dirigente chavista Jesús Farías.

Come hanno confermato diversi esperti internazionali presenti al seminario virtuale, le cosiddette “sanzioni” costituiscono veri e propri crimini di lesa umanità. Per questo, il Venezuela ha denunciato come genocida il presidente statunitense Donald Trump, che ha inasprito le decisioni di Obama, su costante richiesta di quella parte golpista dell’opposizione venezuelana manovrata dagli USA.

L’intento, dichiarato a più riprese dall’amministrazione Trump è quello di asfissiare il popolo venezuelano per spingerlo a ribellarsi contro il governo. Con arroganza, gli USA sono arrivati persino a “sanzionare” anche i rappresentanti di quella opposizione moderata che ha deciso di rispettare la costituzione e partecipare alle parlamentari del 6 dicembre.

Un appuntamento apertamente osteggiato dal campo di forze reazionarie che si accomoda nell’orbita dell’imperialismo nordamericano, Europa compresa. Con la consueta ipocrisia, la UE si pasce della retorica sul “dialogo, la democrazia e i diritti umani” per ricattare il governo bolivariano nell’ambito delle istituzioni artificiali messe su per l’occasione – Gruppo di Lima, Gruppo di Contatto, eccetera – e imporgli di rimandare le elezioni, onde lasciare il campo libero al loro burattino autoproclamato.

L’Italia, che ha messo in agenda nella Commissione Esteri a Montecitorio la videoconferenza di rappresentanti di Human Right Watch, notoriamente avversi al Venezuela, al Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha votato una risoluzione contro il Venezuela bolivariano: accompagnandosi a personaggi quali Jair Bolsonaro in Brasile, Sebastian Piñera in Cile e Iván Duque in Colombia, tutti noti “campioni” dei diritti umani.

Al voto si è accodata anche l’Argentina del progressista Alberto Fernández, e questo ha provocato un terremoto politico, un susseguirsi di prese di posizione delle organizzazioni popolari, e le dimissioni per protesta dell’ambasciatrice argentina in Russia, Alicia Castro.

Le pressioni sui paesi che per far fronte alla crisi economica aggravata dalla pandemia dipendono dal Fondo Monetario Internazionale, sono gigantesche. Durante l’ultimo governo di Cristina Kirchner, nel periodo dell’aspirazione a una seconda indipendenza nella costruzione della Patria Grande sognata da Bolivar, la presidenta aveva dato lezioni di sovranità nel corso del suo discorso all’Onu. E tante volte aveva mostrato gratitudine per il grande e disinteressato aiuto fornito dall’allora presidente venezuelano Hugo Chávez al suo paese. Adesso, però, le cose sono notevolmente cambiate. Il Venezuela, un piccolo paese, ma ricco di risorse e ben posizionato nello scacchiere internazionale nel campo multicentrico e multipolare, resta il nemico da battere.

Messo alle corde da 5 anni di misure coercitive unilaterali dell’imperialismo che hanno praticamente azzerato le entrate petrolifere e aurifere del paese, il governo bolivariano ha organizzato una controffensiva, presentando un’ardita Legge contro il bloqueo. Il progetto sta suscitando accesi dibattiti, in un contesto pre-elettorale già animato da una forte confrontazione ideologica tra il Partito Comunista Venezuelano, che ha deciso di correre da solo il 6 di dicembre, e il Partito Socialista Unito del Venezuela: il partito di governo, il più grande dell’America latina con oltre 7 milioni di iscritti.

Per il Psuv, si tratta di diatribe elettorali, tanto pretestuose quanto pericolose nelle forme esacerbate che stanno prendendo, e per gli equivoci che possono generare anche nei movimenti di solidarietà internazionale. Secondo il Pcv, che ha deciso di rompere l’alleanza del Gran Polo Patriottico, si starebbe attuando una svolta a destra verso la “socialdemocrazia”.

Il Psuv rimanda al mittente le accuse, difende l’operato di Maduro e considera quella in corso una inevitabile svolta tattica compiuta per uscire dall’angolo, ma sempre mantenendo i principi. Una svolta tentata per “mantenere il modello inclusivo” che stava correndo a falcate verso la costruzione del socialismo e che l’imperialismo ha voluto a tutti i costi stoppare in quanto “minaccia inusuale e straordinaria” per i popoli dei paesi capitalisti, persuasi che non esistano alternative al capitalismo.

Il Pcv, per la cronaca, non è un partito particolarmente barricadero né particolarmente numeroso, né è stato propenso alla lotta armata quando Chávez ha proposto al blocco sociale che aveva riunito di presentarsi alle elezioni, poi vinte, nel 1998. Quando si è formato il PSUV, nel 2007, il Pcv ha scelto di non sciogliersi nella nuova formazione, alla quale hanno aderito invece moltissimi suoi militanti, ma ha sempre accompagnato il Psuv nelle esperienze di governo, costituendone uno stimolo critico.

Oggi cerca evidentemente di ritagliarsi un proprio spazio nel nuovo sistema elettorale, che offre un forte ampliamento del sistema proporzionale. Intanto, in tutte le strutture militanti si raccolgono le proposte da presentare al nuovo parlamento. L’Assemblea Nazionale Costituente conclude il suo periodo a dicembre, il 5 gennaio si installano i nuovi deputati, eletti con un sistema elettorale frutto di un accordo tra governo e opposizione moderata.

Tra le proposte costituzionali c’è quella di istituire una seconda camera, però costituita dal Parlamento comunale, una sorta di soviet permanente che rappresenterebbe il sistema autogestito delle Comunas.

“Il Pcv – ci ha detto in una intervista William Castillo, viceministro delle Politiche Anti-bloqueo – propone solo espropri e scontro frontale, ma questo non basta. Si tratta di trovare risorse per garantire il nostro modello inclusivo e farlo avanzare senza perdere le conquiste realizzate fin qui in termini di diritti sociali”.

Un tema non di poco conto che sempre si presenta nelle rivoluzioni, tanto più in un contesto di globalizzazione capitalista e di egemonia borghese nei paesi più avanzati. E qui la palla passa ai nostri compiti di comuniste e comunisti, e alle nostre arretratezze. Pochi giorni fa, è morta Rossana Rossanda, una delle poche intellettuali marxiste che abbia avuto il coraggio di misurarsi con l’opzione armata nel nostro paese, con la pertinenza del tentativo rivoluzionario anche nei paesi a capitalismo avanzato.

“Gli anni ’70 in Italia giungono al punto morto del movimento operaio occidentale: esso non passa mai. Non passa nelle forme del conflitto democratico e di massa, non passa nelle forme di rottura di un’avanguardia armata”, scrive Rossanda nella prefazione al libro intervista con il dirigente delle Brigate Rosse, Mario Moretti.

In questo secolo, non si è passati neanche con la Grecia. In un paese anomico e forcaiolo come quello italiano, la questione è però ancora sul tavolo. Un’ottica attraverso cui guardare anche ai paesi come il Venezuela che, in altri contesti e alla loro maniera, ce l’hanno fatta, e ora devono passare attraverso un nuovo collo di bottiglia.

Che riescano a resistere, dipende anche da noi. Parole al vento non servono. Serve un’opposizione anticapitalista e antimperialista, visibile e coerente, alle decisioni dei governi europei. A fianco di quei popoli che, come il Venezuela e Cuba, vogliono continuare a decidere il proprio destino.