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Chico Mendes, sindacalista e ambientalista, ucciso per la sua lotta a favore degli Indios dell’Amazzonia

“L’ambientalismo senza lotta di classe è semplice giardinaggio”. Breve e personalissimo manuale di avvicinamento al comunismo.

La difficoltà più grande che incontriamo noi comunisti del ventunesimo secolo è far capire alla larga parte non dell’elettorato – quella non ci trova più da nessuna parte negli antri bui delle urne elettorali – ma della popolazione che lotta ogni giorno (o crede di farlo) per le stesse nostre aspirazioni e rivendicazioni sociali, che gli ideali che guidano noi non sono vecchi, desueti o sorpassati. E quando proviamo ad unirci con questa larga parte della popolazione, quella che crea la vera ricchezza del Paese e che noi da circa un secolo chiamiamo proletariato, veniamo messi in castigo dietro la lavagna con un bel cartello dietro la schiena con su scritto “vetero-comunisti alla gogna!”.

Ho pensato allora che, forse, il malinteso è solo di natura linguistica e non ideologica e che quindi, tentando di spiegare il significato di alcune parole e non di concetti, si possa davvero riaprire la strada per una comunione d’intenti che porti alla realizzazione di una società più giusta per tutti e in cui la maggioranza delle persone possa vivere del proprio lavoro per una piena realizzazione della propria esistenza. Sfido chiunque, anche il più fascista tutto squadroni e olio di ricino o il più umanoide tutto nasdaq ftse mib e call conference a trovare strana, contorta o addirittura innaturale questa aspirazione.

Poiché con questo articolo vorrei dare una soluzione comunista al problema dell’ambientalismo e poiché credo che tale soluzione si trovi nella lotta di classe, ma ho appena detto che per essere credibile ai più non dovrò usare parole rétro, mi impegnerò a usarne altre perché il mio unico intento è quello di far capire che i comunisti non minacciano nessuno… a meno che non si faccia parte di quello scarso 1% del pianeta che sta depredando il restante 99% di tutto. Letteralmente tutto.

Vorrei arrivare al cuore del problema per gradi, partendo da mio nipote seienne. Perché scelgo un bambino ancora non istruito e che a stento è uscito da quella fase che i pedagoghi chiamano egoica, in cui si crede, con tolemaica ostinazione, di essere il centro dell’universo? Perché più o meno è questo il grado di coscienza del sé e degli altri dal sé della maggioranza della popolazione italiana, esempio più alto e sopraffine del successo del capitalismo.

Da circa un anno e mezzo a mio nipote vengono proposte attività e campagne di sensibilizzazione ambientaliste, in cui si mostra un povero e smagrito orso bianco spelacchiato e con la lingua penzoloni per il caldo e la fame su una zatterina di ghiaccio in mezzo ad un gigantesco mare formatosi dallo scioglimento di un ghiacciaio millenario. Ti fa pena vero, piccolo bambino colpevole? Non ti preoccupare, la soluzione c’è: visto che sul pianeta fa sempre più caldo perché non ci sono più alberi a regolare la presenza di ossigeno e anidride carbonica, quando nascerà la tua sorellina chiedi al Sindaco della tua città e ai tuoi genitori di piantare un albero in suo onore per creare una pinetina e aiutare il povero orso a ritrovare l’appetito.

A mio nipote viene anche spiegato che a causare la più alta emissione di anidride carbonica, una sostanza che fa tossire tantissimo il povero Pianeta Terra, sono le scorregge delle vacche! Con sommo sbigottimento e immane ilarità, al mio piccolo nipotino colpevole verrà chiesto di sprecare meno cibo e di finire tutti i 2 etti di ciccia che ogni sera la sua monotona dieta occidentale gli propina, così almeno la vacca non avrà scorreggiato invano.

Il culmine del raccapriccio per mio nipote, alias Alex DeLarge nel film Arancia Meccanica, si ha quando gli viene mostrata l’immagine del bambino africano con le palpebre ricoperte di mosche, quattro ossicini al posto degli arti e il pancino gonfio di gas tossici che lo uccideranno entro poche ore. Vuoi sapere, piccolo bambino colpevole perché a questo bambino, che potrebbe avere la tua età, non lo aspetta un bel camion dei pompieri Lego da costruire ma una morte lenta tra strazianti dolori? Perché è disidratato. Nel posto in cui vive mica hanno i rubinetti dentro ogni stanza della casa, ma hanno un pozzo a decine e decine di chilometri da ogni villaggio e per andare a prendere l’acqua il babbo di questo bambino impiegherà giorni e giorni e sarà troppo tardi. Come dici? Come puoi salvare il piccolo Assan? Quando la sera ti lavi i denti, mentre li spazzoli chiudi il rubinetto perché l’acqua è un bene prezioso!

Ora, è chiaro che ad un bambino non si possono spiegare le vere cause per cui non ci sono più i polmoni verdi sul pianeta: perché il signor Del Monte ha detto sì alla deforestazione di milioni di acri di terra per accelerare la produzione monoculturale della referenza più alto rotante del suo assortimento di frutta. O che se le vacche non mangiassero mangimi che il loro stomaco non riesce a digerire, probabilmente scorreggerebbero ugualmente ma non intossicherebbero il pianeta. Invece, siccome il consumo di carne in Occidente è quintuplicato solo tra il 1950 e il 2000, si è dovuto trovare il modo di “allevare” più bestie nel minor tempo possibile – che c’è un bisogno (o meglio una domanda) da soddisfare! – e via di mangimi a base di carcasse animali per stomaci erbivori, via di migliaia di litri d’acqua e centinaia di ettari di terra per produrre il cibo per ciò che diventerà a sua volta cibo in eccesso e spesso dannoso per una piccola percentuale di abitanti del pianeta e così via. Non possiamo spiegare ad un bambino che il babbo di Assan potrebbe prendere l’acqua dietro l’angolo della baraccopoli in cui vive con la sua e altre centinaia di famiglie, nel posto in cui ora sorge il Villaggio Francorosso 5 stelle Superior, pieno di quei bei faccioni rubizzi pieni di soldi. Ma, invece, deve superare questo villaggio e un’altra mezza dozzina di villaggi simili e arrivare all’unico pozzo che hanno lasciato a quei simpatici musetti neri autoctoni pieni di credenze esoteriche tipo Pacha Mama e abiti coloratissimi e la musica nel sangue, ecc. ecc.

Ma se è chiaro che a un bambino non si può chiedere di capire le vere cause dei problemi che mettono a repentaglio il suo futuro, non si può neanche pensare a livello politico di poter risolvere il problema ambientale mondiale con due attività di educazione civica livello base per bambini. Le nuove generazioni non sono certo la causa del problema ma, anzi, sono essi stessi vittime di questa grande macchina diabolica mondiale. E qualunque politica o movimento che li vorrebbe in prima linea a difendere i propri interessi con questa totale distorsione del loro ruolo, da vittima a carnefice, è non solo da correggere ma da condannare.

Come se ciò che ho scritto finora non fosse già abbastanza terrificante, un altro dato sembra esserlo ancora di più: il fatto che, non nei bambini, ma nella coscienza degli adulti e degli organi decisionali di tutto il globo, che sia Occidente o Oriente (a parte qualche sparuta eccezione), che sia bianco o nero, che sia ricco o povero, acculturato o con scarso accesso all’istruzione, si attribuisca la causa di questa agonia del Pianeta a nient’altro che il fatalismo. L’informazione mainstream ci riempie di dati e proclami di questa o quella Organizzazione Internazionale, pieni di limiti temporali entro cui sarà troppo tardi per porre rimedio alla fine, gli scienziati di tutto il mondo descrivono didascalicamente il lento ma inesorabile spegnersi di tutte le attività biologiche di ogni microcosmo animale, vegetale o marino presente sulla Terra, gli industriali “illuminati” di tutto il mondo cercano di invertire la rotta (di cosa fin qui non si è ancora mai parlato) chiedendo sovvenzioni per investire in energie rinnovabili, diversificando così le loro fonti di introito. Ma nessuno, e ripeto nessuno, dice chiaramente quale sia la causa di tutto questo marasma.

Ma che cosa, quale azione, quale ideologia, quale brama oscura, può portare a compimento tali effetti erosivi in tutto il mondo, con conseguenze devastanti per gli oltre 7 miliardi di esseri umani che ci vivono?

Non bisogna chiedere agli dèi ma studiare, o per lo meno osservare, il sistema economico all’interno del quale tutti questi 7 miliardi di esseri umani sono incastonati.

Il commercio è l’anima di questo enorme e globalizzato sistema economico, in cui la produzione di merci o servizi oggetti di scambio non serve più, come almeno fino alla prima rivoluzione industriale, per la soddisfazione diretta dei bisogni umani. Affinché questo sistema continui a crescere, e quindi a sopravvivere, deve fondarsi su questa assurdità: l’autovalorizzazione del valore.

Perché alla base del sistema economico vigente, che è, non ve ne abbiate a male ma sinonimi per questo non ce l’ho, il capitalismo, vi è l’accumulazione perpetua di capitale da parte di chi detiene le fonti di ricchezza perché le compra (forza lavoro) o perché ci arriva prima e le privatizza (risorse naturali). Queste fonti sono per l’appunto ciò che davvero produce la ricchezza (merce di scambio da cui ricavare profitto economico). Ma per rendere questo accumulo di capitale perpetuo, il capitalista non può pagare le fonti di ricchezza secondo quanto queste hanno realmente prodotto, altrimenti per sé non ne trarrebbe nessun profitto da reinvestire.

Per cui dovrà tenere il più costante possibile il costo delle fonti di produzione (capitale anticipato) per far sì che si crei un plusvalore. Nell'impresa capitalistica il plusvalore non è altro che il risultato delle tante manovre attraverso le quali il capitalista giustifica la propria esistenza attraverso il profitto, che va inteso non solamente come l'aumento al massimo tollerabile del prezzo di vendita delle proprie merci, ma anche come contrazione massima delle spese di produzione attraverso la compressione dei costi, operata al fine di ottenere merci economicamente competitive rispetto alle aziende competitrici.
Nell’ultimo secolo questa contrazione delle spese di produzione si è resa possibile grazie allo sfruttamento sistematico della forza lavoro e alla ricerca continua da parte del capitalista di materie prime e risorse naturali a costo zero.

Gli elementi naturali possono essere comprati da qualcuno che li ha già privatizzati (ma così diminuisce il saggio di profitto) o il capitale se ne impossessa gratuitamente, come nel caso dell’aria o dell’acqua. E siccome il profitto per il capitalista aumenta se si hanno più agenti naturali gratuiti possibile, si crea questa tendenza del capitale ad espandersi verso terre ancora non monopolizzate. Questo spiega, in maniera tutt’altro che esaustiva ma per puro sillogismo, perché il capitalismo (e non gli Stati!) sia così in fissa con l’imperialismo e la logica dell’espansione. E se è vero che a forza di usare lo stesso cacciavite la vite si spana, altrettanto vero sarà, su scala più grande, che più la tecnica del capitalismo si espande, più le fonti della ricchezza, natura e uomo, degradano.

Se ci fermiamo ad osservare la realtà che ci circonda, la quotidianità di cui è composta la nostra vita, civile e professionale, ci ritroviamo a trarre delle conclusioni quasi automatiche sulla fissità e immutabilità dei confini e scenari entro cui possiamo muoverci. Come vi fossero delle costanti sopra di noi che delimitano il palcoscenico su cui noi possiamo vivere (in un certo modo) dalla culla fino alla tomba. Non vi sembra che tutte le scelte dei governi e degli Stati siano strutturate per adempiere a delle leggi di esclusivo carattere economico? È così. E per quale concezione il primato deve essere necessariamente detenuto da economia e tecnica? Già. Dalla concezione capitalista. Ed ecco che, come Siddharta sotto l’albero della Bodhi, ci rendiamo improvvisamente conto che tutti i nostri bisogni, o presunti tali, tutte le nostre aspettative o necessità, dalle più intime e personali a quelle più comunitarie o civiche sono veicolati dal grande burattinaio Capitale.

Qualcuno potrà trovare intollerabile questa scoperta, qualcun altro ci ha già fatto i conti e, sentendosi troppo piccolo per ribellarsi ad un sistema così diabolicamente perfetto ed esteso, ha deciso di chiudere gli occhi e accettare. Altri, addirittura percepiscono la profonda barbarie di questo sistema e credono, invece, che il fine dello sviluppo di tutte le forze produttive sia l’uomo stesso e la sua vita in armonia con la natura. Quest’ultima categoria di persone sono i comunisti e questa loro profonda indignazione per il sistema capitalista è un riflesso stesso del conflitto di classe.

Va bene, avevo detto che ci sarei andata piano con le parole. La lotta di classe non è altro che un concetto che spiega l’esistenza dei conflitti sociali come il risultato di un supposto conflitto basale, ovvero di un intrinseco antagonismo esistente tra gli interessi di diverse classi sociali. Ho tentato di far emergere finora due interessi antagonisti principali presenti nella società globale, talmente forti da polarizzare tutte le varie sfumature di classi sociali: l’interesse all’accumulazione continua per il profitto di pochi con mezzi di tanti (il capitalismo) versus l’interesse alla creazione di una composizione sociale egualitaria basata, a livello economico, sulla condivisione dei mezzi di produzione e delle innovazioni tecnologiche per il benessere di tanti (il comunismo).

Dietro ogni disastro ambientale che sta portando il genere umano all’estinzione c’è un interesse specifico di un manipolo di individui che detiene e sfrutta l’80% delle risorse naturali e finanziarie di tutta la popolazione mondiale.

Quando l’ambientalismo coinvolge larghi settori della società, tale manipolo tenta di sfruttare questa nuova necessità e scopre il suo lato ecologico. Ma è importante comprendere che non può esistere una coscienza della specie, se in questa si manifestano dei fini tanto contrapposti, non può esistere un’etica ecologica di validità universale che sia condivisibile dal lavoratore e dal capitalista, capace di proporre modelli di vita sostenibili. Ciò che è sostenibile per il lavoratore e il pianeta non può esserlo per la sopravvivenza del capitalista. Ciò che è sostenibile per il capitalista non può esserlo per il lavoratore e il pianeta. Non vi è un conflitto di specie, dunque, ma un conflitto di classe. Da questo deduco che l’unica vera soluzione al problema del degrado ambientale sia la lotta di classe.