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“Cumpanis” è comunista

«Noi, rispetto al progetto unitario, avanziamo una prima proposta di lavoro:

in vista del 100°anniversario della nascita del PCd’I (gennaio 2021, tra pochi mesi), anziché commemorazioni singole e divise, partito comunista per partito comunista, costituiamo ora un comitato nazionale composto da storici, intellettuali e dirigenti dei diversi partiti comunisti in campo, allargando gli inviti ai giornali on-line comunisti, ad altre esperienze comuniste per giungere ad un convegno di alto profilo in cui non solo si commemora ma, insieme, si mettono a fuoco i temi oggi essenziali per l’unità dei comunisti e per il rilancio di un partito comunista che possa essere calato nel presente»

di Fosco Giannini

“Cumpanis” è comunista. A partire da questa inequivoca affermazione e dal fatto – comprovato dalla stessa storia del movimento comunista e rivoluzionario – che per la concretizzazione della proposta comunista non basta, naturalmente, la delineazione del progetto teorico (peraltro, imprescindibile) ma occorre lo strumento politico in grado di disseminare e “collocare” il progetto teorico tra la classe operaia e l’intero proletariato, strumento che è il partito, il partito comunista, “Cumpanis” è del parere che tale partito, in Italia, è mancante. E che nessuna delle organizzazioni politiche che, oggi, nel nostro Paese si autodefiniscono comuniste – ognuna, peraltro, da rispettare profondamente per l’intento, ma purtroppo di impercettibile massa critica e presenza sociale –, possono obiettivamente risolvere, da sole, “la questione comunista” in Italia e cioè colmare quell’immenso vuoto politico, sociale e ideale lasciato dal lungo processo di socialdemocratizzazione del P.C.I. e, poi, dal proprio suicidio.

Una morte annunciata, una ricerca spasmodica “dell’altro da sé”, che il P.C.I. che va dalla metà degli anni ’70 sino alla “Bolognina” ha cercato come liberazione dalla propria natura ormai promiscua e dunque sofferente. Le esperienze comuniste succedutesi dopo il 31 gennaio del 1991 – XX° e ultimo Congresso del P.C.I., quello dello scioglimento voluto dai gruppi dirigenti “berlingueriani”, “occhettiani”, “amendoliani” e dalla borghesia italiana che aveva scelto come battistrada dello scioglimento “la Repubblica” di Eugenio Scalfari – non solo non sono state in grado di riconsegnare al movimento operaio italiano complessivo una forza comunista degna di questo nome e all’altezza dei tempi e della lotta di classe, ma hanno anche depauperato gran parte della militanza e della memoria storica e della passione comunista in Italia.

In queste forze comuniste “post Bolognina” si sono presentati problemi di grande entità, che hanno reso impossibile la ricostruzione di un partito comunista di classe, di quadri e con una linea di massa, problemi che a volte si sono ripetuti nella loro stessa natura nei diversi partiti e altre volte sono apparsi in una sola, singola, formazione:

- la rinuncia, quasi “scientifica” nel suo reiterarsi, a fare i conti coraggiosamente con la stessa storia comunista, sia dell’URSS e del “campo socialista” che del P.C.I.; la rinuncia all’analisi “fredda” e alta sulle esperienze comuniste storicamente realizzatesi ha portato a due posizioni tra loro speculari: da una parte coloro che hanno scelto la strada della liquidazione totale di quelle esperienze, dall’altra coloro che hanno continuato acriticamente, nell’apologia, a idealizzarle. Per ciò che riguarda il P.C.I., vi è stata la paura, politicamente miope e ancora, per alcuni gruppi dirigenti, pienamente vigente, di perdere i militanti e i consensi del vecchio Partito Comunista Italiano (militanza e consensi, peraltro, dopo trent’anni dallo scioglimento del P.C.I., oggi quasi estinti) e ciò ha indotto intere Segreterie, prive del necessario spessore intellettuale e politico, alla pratica dell’ipocrisia: tutta la polvere sotto i tappeti e divieto di parlare dell’eurocomunismo, della rottura del P.C.I. di Berlinguer con il movimento comunista mondiale, della rinuncia alla teoria e alla prassi della rottura rivoluzionaria, dell’abbraccio alla NATO, del “compromesso storico” e della nefasta “solidarietà nazionale”, del passaggio, armi e bagagli, nel campo della socialdemocrazia europea, costringendo i militanti comunisti contemporanei a torcere, come già l’Angelo della Storia di Benjamin e Klee, la testa all’indietro, verso la mitologia e la santificazione del P.C.I. e del “berlinguerismo”,  rinunciando a dotare il movimento comunista di un profilo politico e teorico in grado di trarre anche dai propri errori riconosciuti  la capacità di delineare il nuovo partito per il nuovo mondo, avanzando una proposta rivoluzionaria complessiva, costruendo legami e ponti con le nuove generazioni, per queste forze comuniste pressoché sconosciute e aliene;

- specularmente a questa mancanza di afflato teorico e di coraggio ideologico vi è stata anche una drammatica penuria di analisi sul presente, una rinuncia alla ricerca e ad un dispiegamento organizzato delle forze intellettuali marxiste volto alla decodificazione dei moti capitalistici profondi, delle “tendenze” capitalistiche in atto, attraverso la cui decodificazione mettere in campo un partito all’altezza dello scontro di classe presente. Ciò che è avvenuto, rispetto a questa politica teorica inerte, è che ogni partito comunista “post Bolognina”, si è costituito attraverso una coazione a ripetere di antichi modelli (o quello del P.C.I. di massa degli anni ’50, ’60, ’70, pedissequamente e assurdamente imitato da piccoli partiti con pochi iscritti e militanti, anche nella forma mastodontica dei suoi centri dirigenti – segreteria, direzione , comitato centrale, comitati regionali, federazioni provinciali – ; o il modello ultra movimentista assunto dal “bertinottismo”), rinunciando ad una forza che delineasse invece la propria forma organizzativa, la propria vita interna, i propri obiettivi di fase, tattici e strategici, a partire dalla propria forza reale, sulla base della rottura con modelli desueti e sulla base del dispiegarsi sulle contraddizioni sociali presenti. A testimonianza di questa penuria generale di lavoro teorico vi è la mancanza, in tutti i partiti della “post Bolognina”, di un Programma Generale, che è cosa ben diversa dai documenti su di una questione o l’altra o di un documento congressuale;

- a cominciare dalla lunga fase “bertinottiana”, vi è stata una pulsione continua a superare l’autonomia comunista, per giungere all’approdo di vaghi e non meglio definiti “soggetti di sinistra”, una pulsione che continua a vivere negli attuali epigoni del “bertinottismo” presentandosi, tuttavia, magari nella forma di coalizioni elettorali inutili quanto punitive per l’autonomia comunista o in vaghi “fronti” con minuscoli gruppi ultra settari, anche in forze comuniste non “bertinottiane”;

-  l’enfatizzazione del “momento del voto”, che ha portato sempre a cartelli elettorali improvvisati e fragili, ad “arcobaleni” dai nomi diversi ma uguali nella loro fatiscenza e nella loro volontà di “nascondere” e rimuovere la presenza comunista interna, cartelli volti solamente alla risoluzione del “problema” della presentazione di una qualsivoglia lista elettorale “di sinistra” e privi di quell’unità sedimentata sul piano sociale che un Fronte di classe costruisce solo attraverso una lunga azione comune tra comunisti, sinistra di classe e movimenti di lotta; cartelli elettorali repentini e infondati che hanno provocato ogni volta, tra i partiti comunisti, rotture e scissioni; e oltre l’enfatizzazione del “momento del voto” si è radicata in alcuni di questi partiti comunisti l’idea perversa che l’organizzazione del consenso potesse avvenire innanzitutto per via istituzionale, che  entrando nei consigli regionali e in parlamento fosse per lo più risolto il problema del rapporto di massa, scegliendo, peraltro, per tali obiettivi, politiche di alleanze con le forze della sinistra moderata e persino con forze ormai liberiste come il PD, pagando per questo prezzi enormi sul piano del rapporto con il popolo comunista, in rapporto al prestigio del partito comunista e del suo radicamento sociale e territoriale;

- l’incapacità di tutte le esperienze comuniste “post Bolognina” di recuperare la parte migliore della storia organizzativa del P.C.I., quella parte iniziale della sua storia che l’aveva portato a costruirsi innanzitutto nei luoghi del conflitto capitale-lavoro e nei luoghi di studio, nelle fabbriche, nei cantieri, negli uffici, nelle università. Tutte le forze comuniste successive allo scioglimento del P.C.I. si sono così ridotte ad una forma organizzativa incentrata solo nei circoli o nelle sezioni territoriali (peraltro sempre in minor numero, in alcune formazioni addirittura sporadiche) mutuando solo la forma-partito “secondointernazionalista” e socialdemocratica, allontanandosi da Lenin e Gramsci, distaccando il partito dalla “classe”, certo destrutturata dai nuovi processi produttivi e dissoltasi per l’ormai lunga assenza sia di un sindacato di classe e di massa che del partito comunista e dunque da ricostruirsi come “classe” proprio attraverso nuovi cicli di lotta;

- una debolezza sempre più accentuata, sino alla scomparsa quasi totale di questi partiti comunisti dalle piazze, dalle fabbriche, dagli uffici, dalle scuole e dalle università nell’organizzare l’iniziativa politica e sociale. Deficit impressionante che ha portato, in alcune formazioni comuniste, a non avere nessuna politica del lavoro, nessuna idea, nessuno studio, progettualità e iniziativa sul lavoro e nemmeno un dipartimento lavoro minimamente funzionante;

- un’assenza anche in questo caso quasi totale – tranne rare eccezioni – dai media e dai social, terreni dell’organizzazione del consenso di massa, nel mondo capitalista, secondi solo all’organizzazione del consenso attraverso le lotte e il radicamento sociale;

- la degenerazione della vita interna e della democrazia di questi partiti comunisti, una degenerazione come riflesso della loro crisi politica che ha portato, a partire da quello “bertinottiano”, a veri e propri “regni” e governi familistici o di gruppi ristretti di questi partiti, svolte antidemocratiche spesso basatesi su di una concezione nefasta e anti leninista del centralismo democratico, utilizzato solo per la repressione interna del dissenso e il tacitamento della quanto mai necessaria, invece, discussione collettiva;

- la rinuncia alla messa in campo delle scuole di partito - in verità, una rinuncia alla politica di costruzione dei quadri –, scelta nefasta che ha segnato ogni partito comunista della fase “post Bolognina”, un’omissione in linea, in continuità con la rinuncia generalizzata della ricerca politico-teorica aperta e alta, sia per ciò che riguarda la storia del movimento comunista e il P.C.I., che per ciò che riguarda la nuova fase.

Certo, occorre dare atto ai militanti comunisti e a tanti quadri territoriali e dirigenti di questi vari partiti di aver continuato nella loro militanza e nel loro sacrificio, che è servito a ribadire, quantomeno, una presenza, una fiammella comunista non spenta.

Riconosciamo dunque il valore dei militanti e dei dirigenti comunisti che hanno tenuto duro in questi decenni nonostante tutte le avversità, esterne e interne, per così dire. E anche su questi militanti e quadri, proprio per la loro resistenza, deve poggiare parte del nuovo e indispensabile progetto di ricostruzione di un partito comunista all’altezza dei tempi. Ma detto ciò, occorre aggiungere che il sacrificio di questi militanti e di questi quadri è stato reso vano da gruppi dirigenti segnati, ognuno nel suo fortino, o dall’idea e dalla prassi del superamento dell’autonomia comunista, o dalla caricatura di un “amendolismo” irreparabilmente lontano dal contesto storico di Amendola e soprattutto senza più l’URSS e comunque, al fondo, socialdemocratico, o dalla riproposizione di esauste liturgie comuniste prive, tuttavia, di ogni progettualità politica e sociale.

La crisi dei gruppi dirigenti, la perdita progressiva e sempre più inquietante, tra di essi, di qualità politiche e intellettuali, è stato e rimane uno dei segni più probanti di questa crisi del movimento comunista italiano, innescata dai processi di socialdemocratizzazione del P.C.I. e poi dalla sua morte voluta. Se non vi fosse uno scarto troppo grande tra la massa critica del PSI dei primi anni ’20 e le attuali, piccole, formazioni comuniste italiane, potremmo riadattare per la gran parte dei gruppi dirigenti di queste attuali forze italiane le osservazioni condotte da Gaetano Arfé sui dirigenti socialisti di allora, restituitici come “capi” segnati da una fraseologia massimalista e, insieme, dall’indecisione, dall’inerzia, dalla debolezza nell’azione. Un modo d’essere e di agire in cui il concetto leniniano di compiti e obiettivi transitori – e di più lunga portata – è del tutto assente.

Occorre mettere a fuoco vigorosamente il punto centrale: la crisi del movimento comunista italiano, la sua attuale inessenzialità è il segno di una inattualità storica, oggettiva, del partito comunista? O questa crisi è figlia invece degli errori e dei veri e propri tradimenti degli ultimi gruppi dirigenti del P.C.I. e poi dell’estrema debolezza delle nuove esperienze comuniste organizzate successive alla “Bolognina”? Per tutto ciò che abbiamo scritto sopra, per l’esangue risposta data alla “Bolognina” dal neocomunismo italiano, non possono esservi dubbi: il partito comunista, anche in Italia, è più attuale e soprattutto più necessario che mai, e i deficit dell’attuale movimento comunista italiano trovano le loro basi materiali – oltreché, naturalmente, nella grande offensiva ideologica anticomunista condotta dall’imperialismo, che ha persino portato il parlamento europeo ad equiparare vergognosamente nazismo e comunismo – nel disorientamento ideologico disseminato a piene mani, su centinaia di migliaia di quadri e militanti comunisti, negli ultimi suoi anni dal P.C.I., dal vero e proprio sperpero politico e teorico prodotto dal “bertinottismo” e dall’inadeguatezza dei gruppi dirigenti dei partiti comunisti nati da e dopo Rifondazione Comunista.

Rilanciare dopo il P.C.I. il partito comunista in Italia era e rimane un compito necessario quanto arduo, ma i dirigenti che hanno avuto il compito di farlo non sono stati e non sono – in buon parte –  all’altezza di questo compito.

Perché affermiamo che il partito comunista, anche in Italia, è una necessità oggettiva e la drammatica debolezza attuale delle piccole forze comuniste italiane parla solo della loro inadeguatezza soggettiva, non testimoniando affatto la fine storica del partito comunista? Innanzitutto perché il grandissimo ruolo che l’insieme del movimento comunista gioca a livello mondiale – dalla Cina al Sud Africa, da Cuba al Vietnam, dalla Russia all’India, dal Giappone al Nepal, dal Brasile al Venezuela, dal Portogallo a Cipro e in tante altre aree internazionali – ratifica che il movimento comunista è alla guida, con altre forze partitiche e statuali del mondo, dell’intero fronte internazionale antimperialista e rivoluzionario. Ma è poi dall’analisi delle “tendenze capitalistiche” italiane che possiamo affermare che il partito comunista è una necessità storica e da quelle stesse “tendenze” possiamo ricavare che il partito comunista può svolgere in Italia un ruolo politico e sociale importante. E crescere.

Anticipando sinteticamente la nostra tesi (tesi che sarà corroborata dall’analisi profonda dei suoi segmenti politici e teorici dal lavoro che “Cumpanis” ha già lanciato sulle sue pagine e che ancor più si accinge a sviluppare) noi siamo convinti che la possibilità oggettiva della riaffermazione di un partito comunista d’avanguardia, di lotta e di massa in Italia trovi le sue basi materiali su quattro grandi questioni:

- il contesto internazionale, che vede le forze statuali ed economiche imperialiste – dopo quell’ubriacatura ultra idealistica della “ratifica” della “fine della storia” declamata improvvidamente da Fukujama dopo la caduta dell’URSS – soffrire fortemente il ritorno sul campo internazionale di quel vasto fronte antimperialista costituitosi attorno alla Repubblica Popolare Cinese e al Partito Comunista Cinese;

- l’attuale struttura del capitalismo italiano, che pur non essendo affatto definibile  come “capitalismo periferico” nel quadro capitalista mondiale (come quella italiana non è certo liquidabile come “borghesia compradora”, cioè solo al servizio del capitale straniero), non sembra tuttavia, la forma complessiva  capitalistica italiana, mostrare un carattere ferreo e invincibile, ma piuttosto una fragilità strutturale che depone a favore di grandi spazi di manovra e di lotta per un’opzione comunista sorretta da un’organizzazione (da un partito) all’altezza;

- le profonde contraddizioni sociali che già erano in atto prima della pandemia e che con essa si sono già moltiplicate e aggravate drammaticamente, che dunque chiedono l’azione di quel partito comunista che ancora non c’è;

- il superamento della frammentazione comunista e la messa in campo di un progetto di unità dei comunisti per un solo partito comunista in Italia, che naturalmente assuma le lezioni dell’esperienza degli ultimi decenni ed eviti come la peste una ricomposizione unitaria su basi eterogenee e “arlecchinesche” – esperienze che alcune forze comuniste, proprio in questa fase, continuano a praticare, con esiti fallimentari – ma che punti ad un progetto unitario segnato da un’omogeneità ideologica quale premessa indispensabile per un partito forte, coeso, di lotta e, insieme, anti settario e unitario nella costruzione di vasti fronti di lotta anticapitalisti e antimperialisti. Sino ad un Fronte popolare per l’alternativa anticapitalista in cui l’autonomia comunista, nonché diluirsi (come è accaduto nelle esperienze elettorali e politiche unitarie che sono andate dall’Arcobaleno del 2008 in poi) si sviluppi. E diciamo ciò non per un’ossessione fanatica dell’autonomia comunista come astratta cosa in sé, ma perché consapevoli che è nel pensiero marxista, leninista, comunista, nella totalità del suo progetto politico e teorico, che risiede la primaria possibilità rivoluzionaria.

Il capitalismo italiano non appartiene, per il livello medio del suo sviluppo, a quella che Lenin definiva “metropoli imperialista”, ma certamente non è collocabile, per restare alla definizione di Lenin, nell’area delle forze capitalistiche marginali, subalterne e totalmente dipendenti dalle metropoli imperialiste. Pratica anch’esso, infatti, – pur con le sue vaste fatiscenze –  politiche imperialiste. Né metropoli imperialista né capitalismo periferico: quello italiano occupa più verosimilmente uno spazio centrale variabile tra i due poli, ma questa stessa centralità variabile – tra potenza e declino - ne dichiara una fragilità strutturale sulla quale il movimento operaio complessivo potrebbe lanciarsi, per aprire le contraddizioni e affermarsi.

Un primo segno della fragilità della struttura capitalistica italiana è data dal fenomeno della vasta penetrazione imperialista in Italia, una penetrazione che senza trasformare quello italiano in capitalismo periferico, pur tuttavia tende stabilmente a condizionarlo, persino a destabilizzarlo. Sono infatti più di 15 mila le multinazionali operanti sul territorio italiano: esse rappresentano un terzo del fatturato complessivo e danno impiego a un lavoratore su sette. Queste multinazionali pesano, per i comparti dell’industria e dei servizi, per il 9,7% degli addetti, il 18,3% del fatturato e il 14,4% (dati Istat) degli investimenti. Questi poli imperialisti in Italia, peraltro, operano soprattutto nelle aree d’avanguardia della produzione: il peso del loro fatturato per ciò che riguarda l’informazione e la comunicazione rappresenta un terzo del fatturato complessivo del settore, e altissimo è il loro fatturato complessivo per quel che riguarda l’informatica (circa il 40%).

È del tutto evidente che una presenza imperialista così massiccia è sempre più spesso motivo di gravi sussultazioni e crisi che si aprono all’interno del capitalismo italiano. Entità, dunque, non certo così invincibile. Non certo votata a un potere eterno.

Altra questione strutturale e altra testimonianza della debolezza della struttura capitalistica italiana: è del tutto evidente che oggi il nucleo centrale dell’industria italiana sia dato dalla concentrazione delle medie imprese (le più dinamiche ed esportatrici) e in gran parte diffuse nel Centro-Nord. Esse rappresentano un quinto dell’intera impresa italiana, mentre i 4 quinti sono rappresentati dalle piccole imprese. Ebbene, questo quinto (medie imprese) realizza l’80% del valore della produzione manifatturiera, mentre le piccole imprese, pur rappresentando i 4 quinti dell’imprenditorialità, ne realizzano solo il 20%.

Ciò è un dato che oggettivamente evoca crisi profonde e devastanti per ciò che riguarda gli assetti capitalistici complessivi italiani. Che, oltretutto, soffrono in modo profondissimo la mancanza di una grande impresa diffusa capace di trainare l’intero capitalismo italiano, che non può dunque contare su locomotive determinanti. E ciò anche perché le poche, grandi imprese italiane rimaste – Fca-Fiat, Pirelli, ecc. – hanno speditamente avviato, all’interno di un quadro generale di mondializzazione, profondi processi di internalizzazione, funzionali al loro profitto globale ma tendenti a lasciare ancor più il capitalismo italiano al proprio non più brillante destino, ad un percorso generale che è andato dal boom economico degli anni ’60 all’attuale stagnazione. Come affermava il professor Giuseppe Berta, docente alla “Bocconi” di Milano, “Ci vorrebbero condizioni diverse per la ripartenza dell’economia: si potrebbe ipotizzare la crescita di un nuovo grappolo di grandi imprese. Ma personalmente sono impressionato dal fatto che l’unica nuova grande impresa italiana, cresciuta dagli anni Sessanta ad oggi, cioè Luxottica, abbia scelto per il suo futuro un’alleanza con un’impresa francese che implica il trasferimento a Parigi del suo centro direttivo (con il delisting dalla Borsa di Milano). Ciò è grave, in quanto segnala che le grandi imprese non trovano più nel contesto italiano una situazione favorevole per il loro consolidamento”;

- naturalmente, la grande contraddizione nord-sud rappresenta un altro e fortemente significativo peso sullo sviluppo e sulla tenuta del capitalismo italiano (oltre, ovviamente, ad essere un macigno sulle condizioni di vita dell’intero proletariato meridionale). Nel 2020 il Pil pro capite del Nord-ovest ha registrato un valore in termini nominali di 36mila euro, mentre il Pil pro capite del Mezzogiorno è stato di 19mila euro annui, quasi la metà di quello del Nord-ovest d’Italia. È del tutto evidente come anche il fenomeno generale che segna una metà intera del Paese (l’assenza dello Stato, la mafia, l’assenza di infrastrutture, il mancato sviluppo e la restrizione oggettiva del mercato capitalistico) condizioni fortemente il destino del capitalismo italiano, togliendogli anche forza storica;

- di vastissime dimensioni e completamente impunito è, in Italia e nel capitalismo italiano, il fenomeno delle delocalizzazioni. Inaugurata negli anni ’50 (“Togliattigrad”, la Fiat in Unione Sovietica) dalle grandi imprese, tale perniciosa linea imprenditoriale è stata sempre più praticata – sotto l’unico segno del “low cost seeking” (la ricerca di forza lavoro al più basso costo possibile) – dalle aziende medie e piccole dell’abbigliamento, dei pellami, delle stoffe e del calzaturiero. Se la delocalizzazione porta a queste imprese un profitto immediato, è anche vero che essa è motivo, poiché ormai di vaste proporzioni, di un impoverimento significativo della “cultura” imprenditoriale singola e complessiva del capitalismo italiano, che non solo desertifica il territorio ma produce quote sempre più vaste di quella disoccupazione italiana di massa tendente a restringere sempre più i mercanti interni, a discapito anche del profitto e dello stesso sviluppo capitalistico;

- la questione, infine, della capacità tecnologica del capitalismo italiano. Il “Global Infomation Technology Report”, recentemente pubblicato dal World Economic Forum, ha asserito che al vertice della classifica delle economie tecnologicamente più avanzate c’è Singapore, seguita dalla Finlandia. Agli ultimi posti sono collocati i Paesi dell’Africa subsahariana, mentre l’Italia si posiziona circa a metà classifica (55° posto su 148), dietro tutti i Paesi ad alto reddito e terz’ultimo tra i Paesi membri Ocse (peggio dell’Italia solo la Slovacchia, e la Grecia). Ciò vuole solo dire, in relazione agli interessi del capitalismo italiano e della sua solidità, che esso, nella competizione intercapitalistica internazionale, non può che essere spacciato in partenza, con gravi danni anche rispetto alla sua tenuta interna.

Tutto ciò non per dire che il capitalismo italiano sia già con un piede nella fossa e la rivoluzione socialista sia vicina (come direbbe ironicamente Lenin: “Il capitalismo ha i secoli contati”), ma per dire, questo sì, che all’interno della crisi strutturale capitalistica italiana grandi sarebbero sin da ora gli spazi per l’azione di massa di un partito comunista, a condizione che questo partito sia degno di portare il nome comunista.

Ma se le condizioni strutturali capitalistiche italiane chiedono oggettivamente l’azione politica e sociale del partito comunista, nondimeno lo chiedono le contraddizioni sociali in atto nel nostro Paese, che peraltro non è certo esente da quel pericolo paventato in questi giorni di settembre dalla Federal Reserve, che ha affermato che gli effetti della pandemia sull’economia mondiale dureranno per tutti gli anni ’20 del XXI° secolo, producendo Pil al ribasso, disoccupazione di massa e ancor più bassi stipendi:

- in Italia aumentano a dismisura le diseguaglianze sociali. Nella prima metà del 2019, (fonti Istat) la distribuzione della ricchezza nazionale netta, il cui ammontare complessivo si è attestato a 9.297 miliardi di euro, ha visto il 20% più ricco degli italiani detenere quasi il 70% della ricchezza nazionale, lasciando al 60% più povero appena il 13,3% della ricchezza nazionale. Mentre, dato ancor più drammatico, la ricchezza del 5% più ricco degli italiani, che detiene il 41% della ricchezza nazionale, è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% degli italiani;

- la povertà diviene sempre più di massa: le famiglie povere in senso assoluto, cioè quelle che non possono permettersi le spese minime per avere uno standard di vita da ritenersi dignitoso, sono oltre 1,8 milioni, per un numero complessivo di 5 milioni di individui, pari all’8,4% della popolazione totale. Le famiglie in condizioni di povertà relativa, cioè quelle che non possono acquistare determinati beni e servizi in relazione al reddito pro capite medio, sono più di 3 milioni, pari a quasi 9 milioni di persone, il 15% del totale. Nel 2020 si prevede, inoltre, un aumento dal 23,4 al 27.28%, per l’insieme dei due tipi di povertà. Significativa è l’analisi di Confesercenti: il 72% delle imprese ha riaperto nella Fase 2, ma due italiani su tre non hanno ripreso a fare acquisti poiché non disponevano di risorse sufficienti, mentre il 23% ha dovuto rinunciare definitivamente all’acquisto di beni durevoli già programmati (come ad esempio elettrodomestici, mobili, auto);

- disoccupazione: nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istat, il tasso di disoccupazione è stato del 9,7%. Goldman Sachs prevede che il tasso di disoccupazione per l’Italia, nel 2020, arriverà al 17%, seconda in Europa, dopo la Spagna che ha il 23%; inoltre, dal rapporto Censis già citato, è emerso che in quasi 6 famiglie su 10 si teme di perdere il posto di lavoro;

- centinaia di migliaia sono gli artigiani, i commercianti, i lavoratori del ceto medio e delle partite doppie messi in ginocchio o spazzati letteralmente via dalle attività lavorative;

- gli operai metalmeccanici occupati, solo cinque anni fa (dati FIOM), erano circa 2 milioni: ora ne sono rimasti 1milione e 700 mila, il che vuol ovviamente dire che, in un solo quinquennio, 300 mila di loro hanno perso il posto di lavoro. E l’allarme sale, poiché il rischio è che, già alla fine del 2020, almeno altri 100 mila potrebbero uscire dalla produzione, entrando nella povertà relativa;

- i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego sono oltre 3 milioni; per la stragrande maggioranza di essi il contratto di lavoro è fermo da anni e anni, a volte da decenni; il loro stipendio medio non va molto oltre i 1.200 euro mensili e questo comparto del lavoro proletarizzato registra – significativamente –  tra le più alte percentuali di chi fa ricorso a prestiti (prestiti-capestro) delle agenzie finanziarie private;

- tra i giovani continua a crescere il già impressionante tasso di inoccupazione e disoccupazione: ormai circa il 52%;

- nell’onda crescente della destra si estende l’odio razzista contro gli immigrati, la vergogna dell’omofobia, il femminicidio e un neopatriarcato antifemminile che viaggia come una mosca cocchiera sul carro della reazione di ritorno.

Si tratta, dunque, non tanto e non solo di insistere sulla costruzione occasionale di piccole coalizioni elettorali tra comunisti e altri piccoli soggetti per l’1% dei voti. Si tratta di lanciare, sostenere nel tempo lungo e far sedimentare nell’azione politica e sociale continua, nelle piazze, di fronte alle fabbriche e ai luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università una proposta complessiva volta all’unificazione della classe operaia con il lavoro dipendente, con il ceto medio, con il movimento studentesco e con il movimento dei diritti e dell’emancipazione per la costruzione di un “blocco sociale” per l’alternativa.

Quali forze politiche parlamentari, oggi, combattono chiaramente contro il drammatico quadro sociale presente, per la costruzione di questo “blocco sociale” e per l’alternativa? Nell’essenza delle cose, nessuna.

I partiti del centro destra e del centro sinistra italiano (compreso, ora, il M5S) al di là di inessenziali e tattiche diversità, tradiscono lo stesso tipo di subordinazione all’imperialismo USA, alla NATO e all’Ue. E più o meno nello stesso modo si propongono come paladini – innanzitutto – del grande capitale italiano e della Confindustria, a volte collocandosi a fianco, in modo molto parolaio, del ceto medio, delle partite Iva, non accorgendosi del ridicolo in cui cadono nel voler unire la difesa di queste due, diverse e tra loro antagoniste, entità economico-imprenditoriali.

Questo capitalismo italiano è tutt’altro che solido e invincibile e queste contraddizioni sociali profonde, richiedono, già ora, la presenza di lotta di un partito comunista, lotta come primaria e non idealistica fonte di legittimazione sociale e storica.

Ma questo partito non c’è.

Nell’editoriale del numero 0 di “Cumpanis” avevamo auspicato e chiesto, nei modi in cui ci è possibile farlo, con modestia, ai gruppi dirigenti dei piccoli partiti comunisti presenti nel Paese di iniziare a dare segnali unitari, di unità dei comunisti, di fronte alla crisi spaventosa che già ha toccato ed ora sta per travolgere i lavoratori, i disoccupati, tutto il vasto popolo dell’emarginazione e della sofferenza sociale.

Ma nessun segnale di unità si è levato e i gruppi dirigenti di questi piccoli partiti comunisti continuano ad agitarsi vanamente nei loro piccoli fortini, come invano si agitava il sottotenente Giovanni Drogo nel “Deserto dei Tartari”, in una difesa militare di quella Fortezza Bastiani di cui nessuno più ricordava l’esistenza.

Noi, rispetto al progetto unitario, avanziamo una prima proposta di lavoro: in vista del 100°anniversario della nascita del PCd’I (gennaio 2021, tra pochi mesi), anziché commemorazioni singole e divise, partito comunista per partito comunista, costituiamo ora un comitato nazionale composto da storici, intellettuali e dirigenti dei diversi partiti comunisti in campo, allargando gli inviti ai giornali on-line comunisti, ad altre esperienze comuniste per giungere ad un convegno di alto profilo in cui non solo si commemora ma, insieme, si mettono a fuoco i temi oggi essenziali per l’unità dei comunisti e per il rilancio di un partito comunista che possa essere calato nel presente.

L’unità dei comunisti, certo da farsi sulla base di un’omogeneità ideologica, non è di per sé risolutiva della “questione comunista” in Italia. Ben altri nodi dovranno essere sciolti, dal profilo politico-teorico innovativo e funzionale all’attuale scontro di classe, al radicamento sociale del partito. Tuttavia, se non risolutiva, questa unità è certamente propedeutica alla costruzione del partito comunista.

E per questa unità “Cumpanis” continuerà a lavorare e a battersi.