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Siamo entrati in un tempo paradossale tipico di una società mondiale in transizione. Tempi di destabilizzazione generalizzata in cui gli orizzonti condivisi si diluiscono e nessuno sa se ciò che arriverà domani sarà la ripetizione di adesso o un nuovo ordine sociale più preoccupato del benessere delle persone… o l’abisso. L’angosciosa contingenza del futuro è l’unica certezza. In verità adesso non ci troviamo più di fronte agli azzardi regolari della quotidianità come quando, per esempio, prendevamo la metropolitana per andare al lavoro e non potevamo prevedere chi avremmo incontrato nel vagone o se saremmo arrivati in tempo. L’incertezza attuale è più profonda, è affidata al fato, perché nessuno può sapere in realtà quando potrà prendere di nuovo la metropolitana, se avrà un lavoro verso il quale andare o, addirittura, se per allora saremo ancora vivi. Dunque, quello attuale è il crollo assoluto dell’orizzonte delle società in cui l’avvenire è a tal punto aleatorio che tutto l’immaginabile, compreso il nulla, potrebbe accadere.

Un piccolissimo virus fra le centinaia di migliaia esistenti ci sta portando al fatto che più di due miliardi e seicento milioni di persone devono sospendere le loro attività regolari, che una gran parte dei lavori con cui la gente riproduce le proprie condizioni di esistenza, è paralizzata mentre i governi mettono in funzione stati di eccezione riguardanti la possibilità di raggrupparsi o di spostarsi. Un panico globale si è impadronito dei mezzi di comunicazione e una nebbia di sospetti sul vicino/altro, portatore della malattia, cerca di coprire lo spirito dell’epoca.

 

 

 

L’impostura della globalizzazione

 

 

Il paradosso è che nel momento di esaltazione della globalizzazione dei mercati finanziari, delle catene di distribuzione commerciale, della cultura di massa e delle reti, il principale rimedio che si applica di fronte a una malattia globalizzata sia l’isolamento individuale. È come una confessione di sconfitta di questi mercati globali e dei loro sacerdoti rispetto alla necessaria persistenza degli Stati, della sanità pubblica e delle famiglie come nuclei imprescindibili di socialità e di protezione. Perciò sembra addirittura grottesco vedere i profeti del libero commercio e dello “Stato leggero” che ieri ingiungevano di distruggere le frontiere nazionali e disfarsi dei “costosi” sistemi di diritti sociali (sanità, educazione, pensioni e altro), venir fuori adesso ad applaudire la chiusura profilattica delle frontiere ed esigere dallo Stato misure più drastiche per proteggere i cittadini e riattivare le economie nazionali. Che l’euforia globalizzante come destino finale dell’umanità si poggi solo sull’isolamento individuale e che l’unica organizzazione politica prevalente di fronte all’emergenza di un’infermità globale, frutto del corso stesso della globalizzazione, sia solo lo Stato, ci parla di una farsa senza attenuanti. C’è qualcosa che non funziona in questo paradosso: o la globalizzazione come progetto politico-economico è stato ed è una truffa collettiva per il reddito di pochi, o le società non hanno ancora compreso le “virtù” del mondo globale, il che vuol dire che se la realtà non si adatta alla retorica, quella che non sta funzionando è la realtà e non la retorica su questa realtà. La verità è che non esiste una risposta globalizzata a un dramma globale e questa è già una sentenza storica su un’epoca sventurata.

Insomma, si tratta di un colossale fallimento della globalizzazione così come fino ad ora è stata costruita e, soprattutto, del discorso politico che l’ha accompagnata e delle ideologie normative che l’hanno assecondata.

Certo, se si globalizzano i mercati azionari, ma non la protezione sociale; se si globalizzano le catene della distribuzione delle merci ma non il libero spostarsi delle persone; se si globalizzano le reti sociali ma non i salari né le opportunità, allora la globalizzazione è più un alibi per un certo numero di paesi, per un certo numero di persone per imporre il loro dominio, il loro potere e la loro cultura, che una vera integrazione universale dei progressi umani a beneficio di tutti.

Si tratta di una maniera mutilata di globalizzare la società che, mentre genera maggiore disuguaglianza e ingiustizia, indebolisce i meccanismi di protezione e cura creati durante decenni dai vari Stati nazionali.

Oggi sappiamo che i mercati finanziari non curano malattie globali, ne intensificano solo gli effetti sui più deboli; oggi vediamo che il libero commercio ha portato a un ritorno alle condizioni di uguaglianza simili a quelle del principio del secolo XX. Secondo Piketty, l’1% dei più ricchi degli Stati Uniti che nel 1975 erano arrivati a concentrare il 20% della proprietà del totale degli attivi immobiliari, professionali e finanziari, nel 2018 hanno aumentato la loro partecipazione fino a un 40% vicino all’anno 1920; oggi sappiamo che nessuna istituzione globale ha la più piccola possibilità di convincere le volontà sociali ad affrontare le avversità globali, mentre invece lo Stato lo sta già facendo. È come se la “mano invisibile” di Smith fosse non solo inservibile per la cura dell’umanità, ma più pericolosa della stessa pandemia. Il fatto è che la globalizzazione fino ad ora ha funzionato come un modo per accrescere i guadagni privati delle grandi imprese del mondo, mentre, al contrario, non serve a promuovere la protezione delle persone.

L’attuale epidemia non è la prima di carattere globale. Se ne sono già presentate altre dall’inizio del mercato mondiale al principio del secolo XVI, durante la colonizzazione dell’America quando il vaiolo ha ridotto del 70-80% la popolazione originaria; in seguito, in diversi luoghi del pianeta, infezioni del colera, dell’influenza russa nel secolo XIX, della spagnola, dell’influenza aviaria, del VIH, recentemente della SARS 1, H1N1 e altre.

Le malattie globali emergono dai modi di sussunzione formale e reale della natura viva alla razionalità della produzione mercantile i quali spezzano processi regolati nella trasmissione di malattie fra specie animali diverse. Sussunzione formale quando si fa pressione sulla piccola economia agraria per internarsi sempre di più in boschi e in aree ecologicamente autosostenibili per mercantilizzare la flora e la fauna; sussunzione reale, quando la produzione pienamente capitalista impone illimitatamente nei boschi modi di lavoro agricolo estensivo adeguato ai mercati delle commodities. In entrambi i casi l’interfaccia fra la vita campestre e gli esseri umani che si andava regolando gradualmente durante decenni e durante secoli attraverso la diffusione in piccole comunità, adesso si comprime in giorni o settimane in giganteschi conglomerati umani, esplodendo in contagi fulminanti, massicci, devastanti.

Dietro ogni pandemia c’è una maniera di definire la ricchezza sociale come illimitata accumulazione privata di denaro e di beni materiali e che, per tanto, converte la natura, con le sue componenti di esseri vivi e inanimati, in una semplice massa di materia prima suscettibile di essere processata, depredata, finanziarizzata. È una maniera cieca di produrre sempre più denaro che però è impotente a produrre un modo globale di proteggere le persone e meno ancora la natura. Il risultato è un ordine dominante di società che non capisce che la sua maniera compulsiva di divorare la natura sull’altare del guadagno è una maniera di divorare se stessa.

Il fatto che adesso i mercati e le istituzioni globali si trincerino dietro le legittimità statali per cercare di contenere i demoni distruttivi che questa forma di globalizzazione ha scatenato è la constatazione di un doppio fallimento: delle istituzioni globali a proporre fattibili risposte globali per proteggere la salute delle persone di tutti i paesi; e dei mercati globali per impedire la rovina economica mondiale accelerata dalla pandemia.

Alla frenata economica degli ultimi anni adesso fa seguito la recessione globale, cioè una decrescita delle economie locali che porteranno a una chiusura virale delle imprese, al licenziamento di milioni di lavoratori, alla distruzione del risparmio familiare, all’aumento della povertà e alla sofferenza sociale. E di nuovo i sacerdoti della globalizzazione, istigati dalla loro meschinità, incrociano le braccia aspettando che gli Stati nazionali spendano le loro ultime riserve, ipotechino il futuro di due generazioni per lo meno per contenere la rabbia popolare e temperare il disastro che gli architetti della globalizzazione hanno provocato.

Quando la potenza globale era evidente, aveva molti padri, ciascuno più accanito dell’altro rispetto alla finta superiorità storica del libero mercato. Ma adesso che la recessione economica spunta fuori, si presenta come orfana e senza responsabili. E toccherà al maltrattato Stato cercare di mettersi alla guida per attenuare i terribili costi sociali di un’orgia economica di pochi.

 

 

 

Il ritorno dello Stato

 

 

Sicuramente assistiamo e assisteremo a una rivalutazione generale dello Stato, sia nella sua funzione social-protettiva che in quella economica finanziaria. Di fronte alle nuove malattie globali, al panico sociale e alle recessioni economiche, solo lo Stato ha la capacità organizzativa e la legittimità sociale in grado di poter difendere i cittadini.

Ci troviamo in un momento di regressione collettiva verso le paure sociali che, secondo Elías, sono le fondamenta delle costruzioni statali. Ma per adesso solo lo Stato, nella sua forma integrale gramsciana di apparato amministrativo e di società civile politicizzata e organizzata, può orientare volontà sociali verso azioni comuni e sacrifici condivisi richiesti dalle politiche pubbliche di cura rispetto alla pandemia e alla recessione economica.

In queste circostanze, lo Stato appare come una comunità di protezione rispetto ai rischi di morte e di crisi economica. E benché sia certo che il destino di molti deve dipendere dalla decisione di pochi che monopolizzano le decisioni statali – per questo Marx parlava di una “comunità illusoria” –, queste decisioni dovranno essere efficaci per creare un corpo collettivo unificato nella sua determinazione a superare le avversità sempre che sia in grado di dialogare con le speranze profonde delle classi subalterne.

Perfino la recessione globale trova nello Stato nazionale l’unica realtà sociale capace di riorganizzare la freccia temporale del flusso della ricchezza delle nazioni per anticipare oggi per tutti ciò che sarà prodotto domani al fine di dare una spinta per entrare nel mondo del lavoro, nel consumo interno, nella creazione statale di impiego e nel credito produttivo.

Quanto durerà questo ritorno allo Stato, è difficile dirlo. Ma è chiaro che per un lungo periodo né le piattaforme globali, né i mezzi di comunicazione, né i mercati finanziari né i padroni delle grandi corporazioni hanno la capacità di articolare associatività e impegno morale come quelli degli Stati. Che ciò significhi un ritorno a forme identiche di stato di benessere o di sviluppo dei decenni passati non è possibile perché esistono delle interdipendenze tecniche ed economiche che non possono più fare marcia indietro per costruire società autocentrate sul mercato interno e sullo stipendio regolare. Ma senza Stato sociale preoccupato per l’attenzione alle condizioni di vita delle popolazioni saremo sempre condannati a ripetere queste rovine globali che fratturano brutalmente le società e le lasciano sull’orlo del precipizio storico.

Le forme emergenti di Stato dovranno combinare una rivalutazione del mercato interno, della protezione sociale ampliata agli stipendiati, ai non stipendiati e a forme ibride di lavoro autonomo, di profonde politiche di democratizzazione della proprietà e delle decisioni sul futuro, con l’articolazione controllata delle diverse catene di forniture mondiali, la fiscalizzazione radicale dei flussi finanziari e le immediate azioni di protezione dell’ambiente planetario.

Adesso un altro dei paradossi del tempo di biforcazione aleatoria come quello attuale è il rischio di un ritorno pervertito dello Stato sotto la forma dei keynesianismi invertiti e di un totalitarismo di big data come nuovissima tecnologia di contenzione delle classi pericolose. Se il ritorno dello Stato serve per utilizzare denaro pubblico, cioè di tutti, per sostenere i tassi di reddito di pochi proprietari di grandi corporazioni, non ci troviamo davanti a uno Stato sociale protettore, ma a uno Stato patrimonializzato da un’aristocrazia degli affari, come è già successo durante tutto il periodo neoliberale che ci ha portato a questo punto di rovina sociale. E se l’uso del big data è irradiato dalla cura medica della società alla contro-insorgenza sociale, ci troveremo davanti a una nuova fase della bio-politica trasformata adesso in data-politica che passa dalla gestione disciplinare della vita in fabbrica, nei centri di reclusione e nei sistemi di salute pubblica, al controllo algoritmico della totalità degli atti della vita, cominciando dalla storia degli spostamenti, delle relazioni, delle scelte personali, dei gusti, dei pensieri e perfino delle probabili azioni future, trasformati adesso in dati di un qualche algoritmo che misura la pericolosità delle persone; oggi pericolosità medica, domani pericolosità culturale, dopodomani pericolosità politica.

 

 

 

L’irriducibilità del corpo

 

 

La verità è che il corpo, le tracce del corpo nello spazio-tempo sociale sono state sempre l’ossessiva destinazione di tutte le relazioni di potere e oggi lo è in maniera assoluta. In uno dei suoi dialoghi, Valéry diceva che la cosa più profonda di una persona è la pelle e non si sbagliava. Nella pelle del corpo sono incisi i codici della società, per questa ragione quello che più manca nell’isolamento è l’incontro dei corpi, l’azione dei corpi vicini, il linguaggio dei corpi che ci parlano e ci educano senza che ne prendiamo coscienza.

E così sembra che stiamo seppellendo pure nell’angoscia dell’isolamento la faccia tecnicista dell’utopia liberale dell’individualismo autosufficiente che pretendeva di sostituire la realtà sociale con la realtà virtuale. Fatto sta che i corpi, le loro interazioni, sono e continueranno a essere imprescindibili per la creazione di società e di umanità. Adesso sappiamo che i lavori virtuali, il “telelavoro”, importanti e in crescita, non sono il modo predominante per generare la ricchezza delle nazioni; che la forza lavoro è sempre una somma di sforzo fisico e mentale; che le società nazionali si paralizzano se non c’è attività umana corporale, se non interagisce con altre corporeità. È come se la pelle e il corpo fossero forze produttive della società in generale e delle forme della comunità in particolare, cominciando da quella familiare, nazionale, mondiale.

Un like in Facebook è una convergenza stretta d’inclinazioni che non produce di nuovo altro che l’incremento contabile di aderenze anonime. Un’assemblea, invece, è una permanente costruzione social-corporale di conoscenze pratiche e di esperienze comuni.

L’ansietà e la sensazione di mutilazione con cui la gente reagisce di fronte al necessario e temporaneo isolamento, rivela che il corpo non è puramente un disturbante ricettacolo di un cervello capace di dare il salto verso la virtualità assoluta. No, il corpo non è un recipiente di neuroni organizzati; il corpo è il prolungamento del cervello nella stessa misura in cui il cervello è il prolungamento del corpo e, pertanto, i meccanismi di conoscenza, d’invenzione, di affetti e di azione sociale sono attività integrali di tutto il corpo nel suo vincolo con altri corpi, con l’umanità intera e con la natura intera.

Dunque, il corpo è un luogo privilegiato di conoscenza sociale e di produzione della società.

Che i limiti della virtualità globale forzata portino alla luce il valore delle esperienze del corpo è un altro dei paradossi del tempo ambiguo. E benché sia probabile che da qui a qualche anno questa esperienza angosciante sarà dimenticata, molti torneranno in strada con il collo piegato verso il cellulare, ma potranno farlo perché la gente è lì, a portata di mano, interagendo attraverso gli sguardi e i gesti del corpo anche se la nostra coscienza stesse dialogando su whatsapp. Ma è anche probabile che la disperazione per l’incontro con gli altri torni a manifestarsi in maniera ricorrente se, adesso, non sapremo tirar fuori le lezioni da questo tipo di globalizzazione meschina che non si preoccupa né della gente comune né della natura in comune; e magari la paura si trasformerà in uno stato permanente della convivenza sociale.

Noi esseri umani siamo degli esseri globali per natura e ci meritiamo un tipo di globalizzazione che vada oltre i mercati e i flussi finanziari. Ci serve una globalizzazione delle conoscenze, delle attenzioni mediche, del transito di persone, dei salari dei lavoratori, della cura della natura, dell’uguaglianza fra donne e uomini, dei diritti dei popoli indigeni, in altre parole, di una globalizzazione dell’uguaglianza sociale in tutti i campi della vita che è l’unica che arricchisce umanamente tutti. Finché ciò non accadrà, come transito verso una globalizzazione dei diritti sociali, è imprescindibile uno Stato sociale plebeo che non solo protegga la popolazione più debole, ma che ampli la sanità pubblica, i diritti dei lavoratori e che ricostruisca metabolismi mutuamente vivificanti con la natura; ma che poi democratizzi in maniera crescente la ricchezza materiale e il potere su di essa e quindi anche la politica, il modo di prendere decisioni che dovranno andare sempre più dal basso verso l’alto e sempre meno dall’alto verso il basso, in un tipo di Stato integrale che permetta di irradiare la democratica associatività molecolare della società sullo Stato stesso.

 

 

 

L’università in tempi di caos planetario

 

 

L’università pubblica è parte dello Stato; è una delle sue istituzioni più importanti nella formazione delle molteplici legittimità statali e non statali: universalizza l’istruzione regolare, distribuisce i beni educativi nella società, costruisce capillarità per la nascita di nuove professioni e, soprattutto, produce conoscenza sociale e modi di integrazione intellettuale, logica e morale della società con lo Stato.

In tempi neoliberali, insieme al crollo dello Stato sociale, le élite hanno abbracciato vie di legittimazione esterne, le tecnocrazie di università del nord, i consulenti di organismi internazionali che si sono dedicati a creare una liturgia intorno alle bontà dell’espropriazione di risorse pubbliche e l’esternalizzazione dell’eccedente economico nazionale. Ciò ha comportato una catena di disprezzi coloniali verso la conoscenza locale e le università pubbliche.

Nessuna società è capace di autodeterminarsi, cioè di definire da se stessa il proprio destino, senza produzione di conoscenza di sé e del mondo. Per questo oggi le università affrontano una doppia sfida: ampliare la propria capacità di generare conoscenza propria che non è solo ripetere e diffondere quello che altri hanno fatto in altre parti del mondo. Sicuramente l’accesso ad altre conoscenze locali è imprescindibile per produrre cose nuove, ma ciò che succede in ogni patria non significa la convalida empirica di ciò che altri hanno teorizzato in altri luoghi né meno ancora la “deviazione” temporale di un destino al quale rassegnarsi prima o poi.

Bisogna avere l’ardire di produrre nuove conoscenze, nuove strutture concettuali che rendano intellegibile questo uragano di avvenimenti che prima non esistevano, capaci di dialogare con schemi concettuali prodotti in altre parti del mondo ma anche di spiegare nel modo migliore, con categorie più logiche, quello che succede qua e che succede anche in altre zone del pianeta. Quello di oggi è un momento eccezionale per le scienze sociali per la stessa eccezionalità di tutto quello che sta accadendo da ogni parte e in ogni terreno dell’esperienza sociale.

La società latino-americana durante la sua storia passata e presente ha dato esempi di ineguagliabile audacia politica e sociale per impugnare le molteplici relazioni di potere, per produrre combinazioni istituzionali innovative, per attuare forme di azione collettiva di avanguardia molte delle quali servono da esempio o da riferimento per altre società del mondo; lo stesso dovrebbe accadere con la produzione di conoscenza e di teoria sociale. Nei fatti ciò sta già accadendo solo che ci manca di vedere con maggior attenzione cosa succede nel nostro orizzonte interno anche come fonte di conoscenza universale.

Per di più, contiamo su una forma di procedere più plurale e in certo modo intellettualmente cosmopolita. A differenza delle accademie dei paesi centrali nelle quali ogni università prestigiosa e ogni intellettuale riconosciuto, frutto del prevedibile effetto di concorrenza delle posizioni intellettualmente dominanti, praticano un silenzioso disprezzo per ciò che si produce in altre nazioni, in una sorta di vergognoso nazionalismo intellettuale; nei nostri paesi, invece, esiste un’avidità, a volte esagerata, per conoscere la produzione accademica di altri paesi, specialmente se sono dominanti. Questo, che al principio è una zavorra, può facilmente essere ed è un grande vantaggio se sommiamo un’irrefrenabile passione per ciò che è proprio, compreso il proprio continentale. In conclusione, potremmo chiamarlo produzione di conoscenza universale molto più potente di molte conoscenze regionaliste e localiste dominanti che oggi fingono di essere universali per il solo fatto dell’effetto, nella teoria, della posizione economicamente dominante nel pianeta dei luoghi dove si producono queste conoscenze.

In secondo luogo, c’è l’impegno dello studente, del professore e del ricercatore verso la società. Rispetto a una lettura distorta della solita “neutralità di valutazione” che dà l’illusione di trovare persone spoglie dell’insieme di valori, inclinazioni politiche e posizioni morali che ne attraversano le strutture mentali, cosa che è già di per sé una valutazione magica del mondo; d’altra parte, è evidente che il ricercatore non possa disfarsi del suo essere sociale o della trama di relazioni di potere che lo circondano. In senso stretto, in generale, la forza interiore di qualsiasi buona ricerca poggia proprio sulla corretta amministrazione di quella trama costitutiva dell’essere sociale del ricercatore. Una coscienza di queste determinazioni è il miglior punto di partenza per progettare inizialmente il problema della ricerca. Ma questa coscienza implacabile dei criteri valoriali che aiutano a formulare il fatto sociale da studiare, non può servire a sottomettere alle stesse ragioni né il processo né il risultato della ricerca perché se no non si ricerca più ma si convalida qualcosa che era già noto prima della ricerca e il fatto sociale non emerge da un’articolazione di causalità ma da desideri, annullando così il processo del conoscere.

Le pertinenze degli impegni sociali del ricercatore devono esserci nel momento di rendere visibili i fatti da studiare, nel momento di formulare le domande sui fatti che dovrà risolvere, perché ogni maniera di posizionarsi nel mondo abilita con maggiore o minore evidenza uno spazio di infinite domande inquadrate nelle aspettative e nei giudizi che si hanno sul corso del mondo.

La lealtà e gli impegni, se sono critici verso la realtà del mondo, devono essere messi a prova nella multidisciplinarietà e nell’eterodossia degli attrezzi concettuali da adottare, ritorcere, fondere, e inventare quelli che meglio colgano la dinamica degli avvenimenti. La stessa ricerca, necessariamente, farà sbocciare nel suo sviluppo concetti e schemi logici che esprimono nel modo migliore le regolarità individuate dalle quali non bisogna sfuggire. I modi di ottenere e di misurare i dati dei processi sociali dovranno adeguarsi a coprire la maggior parte della qualità dei fatti indagati, mentre l’articolazione logica dei risultati dovrà essere guidata dall’intenzione di rendere evidente, quasi apodittico, il flusso di casualità, sia logiche che pratiche delle persone coinvolte nel fatto sociale. In questo modo, l’impegno sociale sarà molto più valido per la forza argomentativa che per la retorica.

Conoscenza sociale, il risorgimento dello Stato e i tempi d’incertezza strategica delle società aprono uno spazio infinito di possibilità di creatività sociale, di impegno politico e di sfoggio di attrezzi accademici capaci di contribuire all’autoriflessione della società e impattare in politiche pubbliche. Il mondo si trova imprigionato in un vortice di molteplici crisi ambientali, economiche, mediche e politiche che stanno polverizzando tutte le previsioni sul futuro; e il brutto è che tutto ciò arriva con un imminente rischio che vengano imposte “soluzioni” in cui le classi subalterne saranno sottomesse a penurie maggiori di quelle che già sopporta oggi. Ma la condizione di subalternità sociale o nazionale in questo turbine planetario ha anche un momento di sospensione eccezionale delle adesioni attive verso le decisioni e le strade proposte dalle élite dominanti. L’ansietà planetaria per la fragilità di orizzonti ai quali aggrapparsi fa parte delle credenze dominanti, per cui il senso comune diventa poroso, desideroso di nuove certezze. E se lì il pensiero critico, in generale e l’accademia pubblica in particolare, aiutano a formulare le domande del crollo morale fra dominanti e dominati e aiutano a rendere visibili le attrezzature di autoconoscenza sociale, allora è probabile che, nel mezzo della contingenza dell’avvenire, si rafforzi quel corso sostenuto nelle attività della comunità, della solidarietà e dell’uguaglianza che è l’unico luogo dove i subalterni possono emanciparsi dalla loro condizione subalterna.

Solo così l’orizzonte che emergerà, quale che sia o quale che sia il nome che gli si voglia dare, sarà proprio; quello che la società è capace di dare a se stessi; e per il quale vale la pena di rischiare tutto quello che siamo stati fino ad oggi.

Panico globale

e orizzonte aleatorio

 

di Álvaro García Linera

Ex vice Primo Ministro nella Bolivia di Evo Morales in esilio;

intervento alla Conferenza inaugurale della Facoltà di Sociologia

e Antropologia dell’Universidad Nacional de San Martín, il 30 marzo 2020.

(traduzione di Alessandra Riccio)